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Elementi di sintassi musicale

Per lungo tempo è stato il paradigma del linguaggio a dominare la concezione e la teoria della musica soprattutto in funzione dell’apprendimento della composizione. Alcune caratteristiche della composizione, tra cui soprattutto le particolarità stilistiche della composizione del periodo detto “classico” (metà XVIII - inizio XIX secolo), hanno condotto all’idea di una estrema somiglianza della musica con il linguaggio e all’applicazione alla musica di determinati princìpi strutturali derivati dalla grammatica e dalla sintassi. Così se la grammatica della musica consiste nella descrizione e nell’insegnamento degli elementi basilari (le note, le altezze, il ritmo, il timbro ecc.) la sintassi si occupa della composizione concreta, e descrive la musica al livello della sua costruzione formale. A questo proposito molti teorici (a partire dalla seconda metà del XIX secolo e poi soprattutto nel XX secolo) hanno coniato e poi sistematizzato una terminologia specifica che si rivela estremamente utile per la descrizione e l’analisi musicale di un repertorio particolarmente ampio. Questo tipo di analisi – che ha il suo punto di riferimento nella scrittura musicale più che nell’esperienza dell’ascolto – si basa sostanzialmente sul procedimento della suddivisione formale e sulla descrizione delle parti di una composizione; solo in un secondo momento si rivolge alla funzione che le singole parti svolgono nel decorso complessivo. Riformulata e sistematizzata all’inizio del XX secolo entro la scuola di Schönberg, la “dottrina delle forme” (ted. “Formenlehre”) si fonda in particolare su alcuni concetti che denominano e descrivono le unità del discorso musicale a tutti i livelli, cioè dal più piccolo inciso sintattico alla più ampia sezione formale.

Motivo

Con questo concetto si intende la più piccola unità sintattica rilevabile nell’analisi di una composizione: per essere individuato come un “motivo” un inciso sintattico deve svolgere una precisa funzione all’interno della composizione, dunque essere ricorrente nella sua veste ritmica (come successione definita e caratteristica di durate) e/o melodica (come successione definita e caratteristica di intervalli). In un certo senso motivo è ciò che guida il principio del movimento musicale, rappresentando il “motore” (“motivo” deriva dal latino “movere”) della composizione, l’elemento che per la sua brevità e per il suo carattere di riconoscibilità può più facilmente rendersi autonomo, svincolarsi dal contesto in cui si è mostrato la prima volta, prestarsi a una “elaborazione” e in questo modo creare una logica, una continuità nella composizione. Ogni unità sintattica più ampia è sempre in ultima istanza riducibile a uno o più motivi e alle loro immediate modificazioni.

Frase / Periodo

Questi due concetti si definiscono per differenza. La loro distinzione è sottomessa a vincoli di natura storica e a un primo livello (quello per cui la distinzione è stata coniata) serve soprattutto a orientarsi nel repertorio tonale. I motivi si strutturano e si compongono in unità più ampie, la cui articolazione, nell’ambito del repertorio tonale, fa capo a queste due strutture sintattiche fondamentali. La frase è un inciso comprendente uno o più motivi, che si estende per alcune battute (generalmente si parla di 4 battute, per la maggiore frequenza nel repertorio barocco, classico ma anche romantico), compiendo un percorso armonico che dalla tonica di una determinata tonalità conduce alla sua dominante, sulla quale si conclude. Il periodo, composto da due (o più) frasi, è un inciso sintattico più ampio (si considera forma base quella di 8 battute, composto da 2 frasi di 4 battute), che dal punto di vista armonico compie un percorso più lungo e articolato: dalla tonica di una certa tonalità conduce prima alla dominante (prima frase) per poi tornare dalla dominante verso la tonica (seconda frase), sulla quale il periodo si conclude. Da un punto di vista sintattico è come se la frase terminasse in una posizione di sospensione e di tensione tale da richiedere una continuazione, come se terminasse con una virgola, con un punto e virgola o al limite con un punto interrogativo, mentre il periodo prosegue fino al raggiungimento di un punto fermo, in una posizione di riposo tale da non esigere una continuazione.

La distinzione tra frase e periodo può facilmente guadagnare applicabilità anche a repertori non strettamente di ambito tonale, attraverso un chiarimento dei suoi princìpi di fondo e anche al di là della terminologia specifica. I due tipi di unità sintattica individuano infatti una differenza tra apertura (la frase) e chiusura (il periodo). Ogni inciso sintattico “aperto”, che si rivela in qualche modo incompiuto e bisognoso di continuazione (o conclusione) può essere avvicinato alla frase, anche al di fuori del sistema tonale. Viceversa il periodo sarà un inciso “chiuso”, concluso, che di per sé non richiede una continuazione perché risolve compiutamente le sue (eventuali) tensioni e raggiunge una posizione di distensione, di riposo. In tutti questi casi possiamo anche abbandonare la terminologia tradizionale, e distinguere semplicemente “strutturazione chiusa” (o “rigida”) e “strutturazione aperta” (o “sciolta”), senza necessariamente fare riferimento ai princìpi tonali strettamente intesi, che sono più legati alla distinzione terminologica originaria tra frase e periodo. (ACe)

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