Forme e generi


I due campi concettuali di ‘forma’ e ‘genere’, nel senso comune apparentemente distinti, applicati alla musica risultano invece assai difficilmente circoscrivibili in una autosufficiente e rigida identità, generando un processo dialettico da cui deriva l’inquadramento complessivo di un brano, ossia del suo profilo stilistico, della destinazione cui esso è riservato, della sua architettura interna. Non è questa, a ben vedere, una proprietà esclusiva della musica. I generi letterari, ad esempio, richiamano sin nella loro definizione altrettante ‘forme’ del discorso verbale: il suo costituirsi per strofe e per versi nella poesia lirica o in quella epica, ovvero, nella narrativa in prosa, l’articolarsi in capitoli, in paragrafi ecc. A teatro i generi della tragedia o della commedia (o dell’opera) trovano una loro ‘messa in forma’ attraverso l’articolazione del tempo drammatico in segmenti testuali/temporali denominati scene e atti, riempiti di materiale verbale declamato da attori (battute), ora in prosa ora in versi (e, nell’opera, di ‘forme’ musicali apposite, quali le arie). Nelle arti figurative, pittura e scultura evocano già di per sé l’individuazione di porzioni di spazio fisico perlopiù di forma rettangolare e bidimensionale nel primo caso – ma non mancano i tondi, le lunette, le pale di diversa forma (mentre nel caso degli affreschi la forma sarà determinata dallo spazio architettonico ospitante) -, e una forma tridimensionale variabile a seconda del soggetto rappresentato nel secondo caso, in cui il legame fra il genere (la scultura) e la forma appare quantomai compatto. Insomma, dire poema, sonetto, romanzo, tela, statua, ma anche sinfonia, concerto, sonata etc. significa alludere anche alla loro forma, o quantomeno porre il problema della sua esatta individuazione.

In musica, qualora si scenda ad un livello di dettaglio appena maggiore rispetto ai quattro ‘macrogeneri’ - ampi e relativamente astratti - costituiti dalla musica strumentale, vocale, vocale-strumentale e scenica, le mutue implicazioni fra genere e forma appaiono subito evidenti. In termini quali ‘sinfonia’, ‘concerto’ o ‘sonata’ niente richiama automaticamente ‘una’ forma precisa, inequivocabile, immutata nel tempo. Nondimeno, l’ascoltatore minimamente documentato saprà in partenza che l’ascolto, poniamo, di una sinfonia classica gli presenterà una massa orchestrale di conformazione e dimensioni variabili, ma da cui sono estromesse in partenza la voce umana o qualsivoglia strumento ‘solista’ di evidenza maggiore che non quelli già compresi nell’orchestra; saprà pure che la composizione si articolerà a livello di ‘macroforma’ in più movimenti, 4 o più anticamente 3 (a meno che non si tratti di una sinfonia italiana dell’Ottocento, in un solo movimento, o una sinfonia d’opera settecentesca, per la quale è più esatto parlare di suddivisione in ‘tempi’, anziché in movimenti, etc.); se sostenuto da sufficienti competenze analitiche saprà poi che, nel caso di una sinfonia in più movimenti, il primo e l’ultimo saranno condotti prevalentemente in forma-sonata o forme derivate, e che nei movimenti intermedi si imbatterà certamente in un tempo lento (spesso di forma ternaria) e in altre ‘forme-generi’ musicali talora comprese nel genere sinfonico - lì di ‘ordine maggiore’ - quali il minuetto o lo scherzo, a loro volta di forma ternaria; sempre se sostenuto da adeguate competenze saprà che la sinfonia è storicamente rivolta ad un pubblico ampio e di varia conformazione sociale, quello del teatro d’opera prima e quello delle sale da concerto perlopiù pubbliche poi. E via dicendo.

Ciò vale ovviamente anche il senso contrario (dalla forma al genere), anche se le implicazioni appaiono più varie e aperte a soluzioni complesse. La forma ternaria (ABA) richiama tutta una serie di ‘forme-generi’ possibili (l’aria col da capo, il minuetto settecentesco, lo scherzo, il lied, etc.) e ne esclude automaticamente altre; la forma-sonata si collega soprattutto al ‘macrogenere’ strumentale, ma indifferentemente a sonata, quartetto, sinfonia ed altro. Il rondò, estensione della forma ternaria secondo più schemi possibili (ABABA, oppure ABACA, o ancora ABACABA ecc.), si applica storicamente sia al macrogenere strumentale (i rondò che sovente chiudono la sonata o il concerto classico), sia al macrogenere vocale (il rondò operistico sette-ottocentesco, che perdipiù della originaria concezione formale non presenta che qualche eco). In ogni caso la cognizione di forma è ancor meno sufficiente a perimetrare con esattezza un determinato repertorio di quanto la cognizione di ‘genere’ non basti a centrare esattamente le forme ivi impiegate. Ognuna delle due dimensioni concettuali ha irrevocabilmente bisogno dell’altra, e di qui la necessità di valutarle entrambe, in mutuo soccorso.

Esistono poi ulteriori varianti da tener presenti. Ad esempio, in alcuni generi le forme musicali coincidono con la forma del testo poetico di partenza (ad es. la ballata trecentesca, in cui la ripresa poetica coincide con la ripresa musicale); in altri la forma del testo poetico condiziona solo in minima parte la forma musicale che ne deriva (il madrigale musicale cinquecentesco che intoni un sonetto sarà volentieri diviso in due parti, una per la fronte e una per la sirima, senza altre ricadute in rapporto diretto con l’articolazione interna in quartine e in terzine o con lo schema rimico); o ancora, nell’aria col da capo pentapartita (AABAA), le strofe poetiche sono due, ma si odono perlopiù quattro volte la prima (A) ed una la seconda (B): ognuna ha propria musica ma le dosi e la sequenza del testo udito risultano diverse da quelle del testo semplicemente letto o recitato.

Si danno infine generi che non paiono dotati di una vera e propria forma (o forme) di riferimento. Il già citato madrigale cinquecentesco, pur intonando spesso un testo poetico dotato di una propria forma (sonetto o parte di esso, stanza di canzone, sestina, ottava etc.), la ‘discioglie’ in un ordito polifonico che non si rapprende in una forma definita, ed è in sé piuttosto un procedimento tecnico, un sistema compositivo strutturalmente aperto, non condizionato da giunture preordinate (ma è pure, a sua volta, una ‘forma’ del linguaggio musicale). Lo stesso può dirsi, almeno in parte, anche per la fuga strumentale, in cui la successione di esposizione, divertimenti e stretti non è soggetta a vincoli troppo rigidi; oppure per ‘generi’ non autosufficienti quali il recitativo vocale dell’opera o quello strumentale da essa stilisticamente derivato, ‘aperto’ per sua stessa definizione ed esso stesso più un metodo di scrittura che non altro.

Al pari quindi di altre coppie di termini sistematicamente appaiate nella logica e nella riflessione critica (‘langue’ e ‘parole’, significato e significante, forma e contenuto etc.) anche la coppia ‘genere e forma’ si presta più ad avviare un discorso critico che non a definirlo irrevocabilmente, e sia che si parta dal primo ovvero dal secondo sarà ben difficile evitare lo sconfinamento verso l’uno o verso l’altro dei due termini oggetto della riflessioni di questa sezione. (AC e MDS)