KAJETAN KOVIČ

 

(Maribor 1931). Poeta, scrittore e traduttore di poesia, si č laureato in Letterature Comparate all’Universitŕ di Ljubljana nel 1956. Ispiratore della fortunata raccolta poetica Pesmi Štirih (Poesie dei quattro) introduce nella Jugoslavia del realismo socialista una sensibilitŕ fortemente innovativa, legata all’intimismo introspettivo. Dal 1958 fino alla pensione, nel 1992 č stato editore di fiction e responsabile della casa editrice Državna založba Slovenije, con sede a Ljubljana. Ha trascorso intensi periodi di studio a Parigi e Praga, e piů volte č stato invitato a partecipare a diversi incontri letterari in tutta Europa. Dal 1991 č membro della Accademia Slovena di Scienze e Arti. Tra i numerosi premi letterari che ha conseguito ricordiamo il piů prestigioso riconoscimento letterario sloveno, il Premio Prešeren (1978) e il CET (Central Europe Time), di cui č stato insignito a Budapest nel 2002. In Italia ha pubblicato Le ore di sambuco, Campanotto Editore, Pasian di Prato (UD), 1999.

 

 

 

 

DELAVNICA

 

Je soba, kjer neki pisar

polaga besede

drugo ob drugo

kot kamenčke v mozaiku.

Med mogočimi prispodobami

za ponazarjanje pesnjenja

je ta še najbolj pri roki,

čeprav se lahkó tudi zdi,

da se bolj kot na delo

ozira v izdelek.

Pisarjeva soba

je namreč polna podob,

ki bi se rade pririnile

v ustje zavesti,

da bi se ubesedile.

Besede pa čakajo.

Ne mudi se jim.

že od zdavnaj so tu

in že dolgo so tudi

na razpolago v slovarjih

kot vojaki v rezervi.

Podobe pa so

le zračne prikazni,

ki bodo šele morebiti

postale besede

in zato tako vztrajno

prosijo za ime

kot nerojeni otroci

iz zamujenih ljubezni.

Vendar ne prošnje

in ne podkupnine

tu ne pomagajo.

Le prave morajo biti

ob pravem času

na pravem mestu.

Dar usode je –

biti že rojen za to,

da boš izvoljen,

in kako grenko je v ustih

onim, ki so bili

zgolj poklicani.

 

 

 

 

 

PES

 

Sedél sem

na klopi ob zidu

v popotni gostilni

in rimal

starinsko razglednico

tujega kraja.

Dopoldan je bil

kot iz stare zaveze,

poln vonjev

po plevah, po slami,

po ilovnem gumnu,

po senu, po kuhani pesi,

po vlažnem ometu,

po sodih

iz volhkih kleti.

Na kockaste prte

je padalo sonce,

prah je poševno lebdel

in ljudje so bili

ob kruhu in vinu

videti

vedri in blagi.

Vse se je skladno

ujemalo,

vzorec s tkanino,

šipa, okvir,

bakrorez in pisava.

Tedaj je prišel

po zlizanem podu tocilnice

in mi naslonil

glavo h kolenu.

 

Nisem se zdrznil

iz stare bojazni pred psi.

Božal sem ga

in sem čutil,

da se je snel

z neke davne verige.

 

 

 

 

 

IL LABORATORIO(1)

 

C’č una stanza dove uno scrivano

mette le parole

una accanto all’altra

come le tessere di un mosaico.

Tra le possibili similitudini

per illustrare la poesia,

questa č ancora la piů appropriata,

sebbene possa anche sembrare

che piů che all’opera

si riferisca al prodotto.

La stanza dello scrivano

infatti č piena di immagini

che vorrebbero spingersi

fino alla foce del cosciente

per trasfigurarsi in parole.

Ma le parole aspettano.

Non hanno fretta.

Son qui da tempo immemorabile

e giŕ da un pezzo anche

a disposizione nei vocabolari,

come soldati di riserva.

Le immagini invece sono

solo delle aeree visioni

che in seguito forse

diverranno parole

e perciň con tanta insistenza

chiedono il loro nome

come i bambini non nati

di amori mancati.

Ma qui non servono

né suppliche

né bustarelle.

Devono essere solo giuste

al momento giusto

e al posto giusto.

Č un dono della sorte –

essere giŕ nato

per venire eletto,

a quanto amaro c’č in bocca

di coloro che sono stati

soltanto chiamati.

 

 

 

 

 

IL CANE (2)

 

Sedevo

su una panca addossata al muro

in un’osteria per viandanti

e rimiravo

una vecchia cartolina illustrata

di quel luogo forestiero.

Sembrava una mattina

uscita dal Vecchio Testamento,

piena di odori

di pula, di paglia,

di aia d’argilla,

di fieno, di rape lesse,

di mucido intonaco,

di botti

da umide cantine.

Sulle tovaglie a quadri

cadeva il sole, il pulviscolo

atmosferico pendeva obliquo

e la gente

con il pane e il vino in tavola

pareva

serena e a suo agio.

Tutto si accordava

armoniosamente,

il disegno con la stoffa,

il vetro, la cornice,

l’incisione in rame e la scrittura.

Arrivň allora

attraverso il pavimento logoro

della mescita

e mi posň

la testa sul ginocchio.

Non sussultai

dalla vecchia paura dei cani.

Mentre lo stavo accarezzando

avevo la sensazione

che si fosse sciolto

da una antichissima catena.

NOTE

 

(1) Trad. Daria Bertocchi.

(2) Trad. Daria Bertocchi.