A. A. 2001/2002

Storia della scienza



Materiali didattici

Modulo monografico: "Prima e dopo la Rivoluzione scientifica"

 

12) Il De coelo di Aristotele

   Il trattato rappresenta l'applicazione ai problemi astronomici e cosmologici delle prospettive epistemologiche e filosofiche già affrontate nella Physica e nella Metaphysica. Nello stesso tempo, tuttavia, esso contiene nei libri 3-4 un'ampia trattazione di problemi relativi proprio al mondo sublunare. Questo dimostra quanto la divisione tra i diversi libri aristotelici sia piuttosto estrinseca.

 

   1. Fisica. Aristotele ribadisce, in polemica diretta con i predecessori (in particolare gli atomisti e Platone), alcuni postulati della propria visione fisica del mondo. Afferma innanzitutto che esistono corpi pesanti e corpi leggeri “in assoluto”: il fuoco è solo leggero, la terra solo pesante, l'acqua e l'aria l'uno e l'altro relativamente (IV, 1 e 4). In relazione alla propria qualità, i corpi esprimono un movimento naturale: quelli pesanti cadono verso il basso, dirigendosi al centro del Tutto; quelli leggeri salgono verso l'alto, in direzione della circonferenza della sfera terrestre. Questa impostazione si traduce in una prospettiva gerarchica dello spazio, secondo la quale ciò che sta in alto o va verso l'alto è più perfetto di quello che sta o va verso il basso. Non è vero che l'universo è uguale dappertutto, come volevano gli atomisti. “Noi – scrive Aristotele – diciamo alto la periferia estrema del Tutto, che non solo è in alto per la posizione che occupa, ma è altresì prima in ordine di natura” (IV, 1, 303a 20).

   Anche il movimento è una conseguenza della natura dei corpi. Tutti infatti tendono a “portarsi alla propria forma” (IV, 3, 310b 1), cioè realizzare la propria potenzialità in vista di un fine che percorre ogni aspetto del mondo naturale. È la teoria dei luoghi naturali. Aristotele definisce poi cosa intende per elemento: “il corpo in cui gli altri corpi si lasciano dividere” (III, 302a 15). E conclude con la formulazione della teoria della trasmutazione degli elementi, negando con molto argomenti le precedenti teorie del cambiamento (generazione e corruzione) degli atomisti, dei fisici e di Platone (III, 7 e 8).

 

   2. Cosmologia. Il nucleo teorico del De coelo riguarda la struttura e il funzionamento dell'universo. Alla base di tutto stanno una serie di postulati filosofici, anch'essi già definiti nei trattati “fisici”: distinzione tra moto retto e circolare, tra elementi terrestri ed elemento celeste (etere), tra sfera terrestre e sfera celeste, negazione del vuoto e dell'infinito, affermazione della finitezza, unicità, sfericità, eternità ed incorruttibilità dell'universo. In particolare Aristotele ribadisce il cosiddetto “principio di pienezza”. L'esistente si identifica con il Tutto; tutto ciò che può esistere esiste di fatto, dal momento che “questo mondo è formato da tutta la materia esistente” (I, 9, 278a 25).

   Aristotele passa poi a trattare del cielo in generale, comprendendo in questa definizione “l'universo nel suo insieme” (I, 9, 278b 20). Si tratta di un universo geocentrico, basato sul sistema delle sfere omocentriche inventato dal matematico Eudosso. Dato che l'universo-cielo ha forma sferica e si muove di moto circolare, ne discende che esiste un centro in quiete: è qui che è posta la Terra. “Il centro della terra e quello del Tutto si trovano a coincidere” (II, 14, 296b 15). Come il cielo, anche la Terra ha una forma circolare. Lo dimostra, tra l'altro, la forma convessa dell'occultazione del disco lunare durante le eclissi: effetto diretto dell'interposizione della Terra stessa tra il Sole e la Luna (II, 14, 297b 25). Con meno precisione Aristotele sostiene invece che le dimensioni della Terra non sono “molto grandi”, visto il rapido mutamento di prospettiva del cielo per un osservatore che si sposta a settentrione o a mezzogiorno. Afferma infatti che in pratica la regione delle Colonne d'Ercole confina con l'India, ma poi quantifica in 73 mila km. la misura della circonferenza terrestre (II, 14, 298a 105).

   Per quanto riguarda il movimento o la quiete della Terra Aristotele critica tutti coloro, in particolare i Pitagorici, che avevano sostenuto che la Terra aveva sia un movimento di rotazione su se stessa sia un movimento di rivoluzione intorno ad un fuoco centrale. Gli argomenti sono sostanzialmente due. La rotazione appare contraddetta dal fenomeno della ricaduta perpendicolare dei gravi: il famoso esperimento delle palle di cannone gettate dalla Torre di Pisa che avrebbe occupato Galileo. Per escludere invece la rivoluzione e difendere il geocentrismo, senza per questo attribuire alla centralità della Terra un significato di valore contraddetto dal fatto che essa costituisce la dimensione dell'imperfezione, Aristotele ricorre ad un ragionamento particolarmente sottile. Stabilisce un parallelo macrocosmo-microscosmo, ma per affermare che, come negli organismi il centro vitale (cuore) non sta nel centro fisico del corpo (ombelico), così nell'universo il vero centro sta ... alla periferia. La parte più importante e significante del Tutto si identifica con la sfera delle stelle fisse: è questo “quell'altro centro”, che “ha natura di principio ed è pregevole, mentre il centro considerato sotto l'aspetto del luogo [la Terra] è più simile ad una fine che ad un principio”. Nella gerarchia aristotelica dei luoghi, diametralmente opposta a quella eliocentrica, è dunque “più pregevole il contenente e il limite che non ciò che è circoscritto dal limite: questo infatti è la materia, quello l'essenza della sostanza che essi vengono a costituire” (II, 13, 293b 10-15).

   Se la Terra è il centro dell'universo, il suo limite estremo ed invalicabile è la sfera delle stelle fisse. Tra la sfera delle stelle fisse e la Terra si collocano le sfere dei 7 pianeti (Luna, Mercurio, Venere, Sole, Marte, Giove, Saturno). Contrariamente a quanto avevano sostenuto i Presocratici, i pianeti non sono composti di fuoco, ma di etere; non ruotano su se stessi (es. la Luna, che mostra sempre la stessa faccia) né si muovono liberi intorno alla Terra, ma stanno incastonati sulle sfere. Sono le sfere che ruotano, trascinando con sé i pianeti, i quali sono come dei nodi o ispessimenti della sostanza eterea delle sfere. Le otto sfere ruotano a velocità diverse, a partire da quella delle stelle fisse che compie un giro completo intorno alla Terra in 24 ore; quella immediatamente successiva di Saturno impiega 29 anni, l'ultima verso il basso, quella della Luna, quasi un mese. Per rendere conto della pluralità e dell'erraticità dei movimenti planetari, anche Aristotele è costretto ad attribuire ciascun pianeta, sulla scia di Eudosso e Callippo, una pluralità di sfere, che ruotano intorno alla sfera principale sulla quale sta fissato il pianeta stesso. In Metaphysica, XII, 8, ne conterà un totale di 55.

 

   3. Teologia. Una volta definita la struttura dell'universo, Aristotele affronta il problema del suo funzionamento meccanico. Dal complesso delle sue opere emergono due soluzioni, che daranno vita a tradizioni e vere e proprie visioni cosmologiche e teologiche diverse.

   La prima soluzione è legata al principio di pienezza e definisce un'immagine immanentistica-naturalistica dell'universo, che lo identifica in pratica con la dimensione della divinità. Nel De coelo Aristotele scrive infatti che “fuori del cielo non v'è, né è possibile che venga ad essere, alcun corpo”, e dopo pochi righi ribadisce che “non è possibile che alcun corpo semplice si trovi fuori del cielo” (I, 9, 278b 25, 279° 1). L'universo racchiude in se stesso tutte le perfezioni dell'essere, e perciò stesso è “immortale e divino”: per la stessa ragione si muove da solo, per la sua intrinseca natura eterea. Etere in greco significa infatti “che si muove sempre”. In pratica il cielo non necessita di motore: “non c'è infatti un altro ente ad esso superiore che possa imprimergli il movimento” (I, 9, 279a 30). Questo concetto viene ribadito all'inizio del secondo libro perfino contro Platone. Aristotele sottolinea che il cielo è non solo incorruttibile ed eterno, ma anche “sottratto ad ogni fatica, perché non ha bisogno dell'azione violenta di una necessità esterna che lo costringa, impedendogli di muoversi di un moto diverso, al quale esso sarebbe portato per la propria natura”. Proprio per questo non è ragionevole pensare, come aveva fatto Platone, che l'universo si mantenga eterno “per opera di un'anima che lo costringe” (II, 1, 284a 15, 25).

   Parallelamente a questa impostazione, Aristotele sviluppa – nello stesso De coelo ma soprattutto nella Physica e nella Metaphysica - una prospettiva teologica che approderà alla definizione di Dio come motore immobile posto al di fuori e separato dall'universo. In modo quasi incidentale nel De coelo, trattando del movimento circolare ed uniforme del cielo, Aristotele ribadisce che questo postulato è una diretta conseguenza del fatto che non è immaginabile che il motore del cielo varii nel tempo la propria azione, dal momento che esso è “per di più incorporeo” (II, 6, 288a 25, 288b 5). Questa impostazione viene ribadita qualche pagina dopo, dove si legge che non bisogna pensare che gli astri siano corpi “del tutto inanimati”, perché si tratta invece di realtà “partecipi d'attività e di vita” (II, 12, 292a 20).

   Il discorso diventa più esplicito nei libri VII della Physica e XII della Metaphysica. Posta la catena moto-motore, è evidente per Aristotele che, se non si vuole cadere nell'assurdo dell'infinito, bisogna porre un primo motore immobile. “Se necessariamente tutto ciò che è mosso è mosso da qualcosa, è anche indispensabile che esso sia mosso o da qualcosa mossa da altro o no; e se è mosso da un'altra cosa mossa, è necessario che ci sia un primo motore non mosso da altro” (Physica, VII, 5, 256a 10). Questo Motore immobile, principio di tutti i movimenti celesti, è Dio stesso. Dio è il Primo Motore Immobile, principio e garanzia del movimento eterno della sfera delle stelle fisse; ma anche le sfere planetarie sottostanti hanno un loro motore immobile: in sostanza sono mosse da anime o intelligenze planetarie (Metaphysica, XII, 8, 1073a 30). Proprio la soluzione platonica che Aristotele aveva respinto in precedenza.

   A differenza di tutti gli altri motori-mossi, Dio-Motore immobile non muove per contatto diretto con la sfera delle stelle fisse. Dio è separato dal mondo. Non a caso Aristotele loda su questo punto Anassagora “quando asserisce che l'Intelletto è impassibile e non mescolato, poiché egli lo pone come principio del movimento”, e ribadisce: “Esso, infatti, potrà muovere soltanto a patto che sia immobile, e potrà dominare soltanto a patto che sia non mescolato” (Physica, VII, 5, 256b 25). Dio è dunque la causa motrice del meccanismo universale in quanto intelletto puro, atto e fine ultimo di tutto quanto esiste, anche se non ne è stato il creatore. Dio in definitiva produce il movimento “come fa un oggetto amato”, in modo teleologico e non meccanico. Ed Aristotele conclude così la sua apologia del divino: “È questo dunque il principio da cui dipendono il cielo e la natura. Ed esso è una vita simile a quella che, per breve tempo, è per noi la migliore. … Ed è sua proprietà la vita, perché l'atto dell'intelletto è vita, ed egli è appunto quest'atto, e l'atto divino, nella sua essenza, è vita ottima ed eterna. Noi affermiamo, allora, che Dio è un essere vivente, sicché a Dio appartengono vita e durata continua ed eterna: tutto questo appunto è Dio!” (Metaphysica, XII, 7, 1072b 15-25).

 

  Modulo istituzionale 13) Copernico  

 

Università degli Studi di Siena Facoltà di Lettere e Filosofia II - Arezzo Dipartimento di Studi Storico-Sociali e Filosofici Laboratorio di scrittura filosofica