CON I LIBRI

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Caro Lettore
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In corpore vili
Il gaucho di Albissola
Un coccodrillo azzurro
Robisc


Caro Lettore

lo so che da tanto tempo non si usa più rivolgersi direttamente a colei o colui che apre la prima pagina di un libro. Sembra quasi di voler cogliere qualcuno di sorpresa, o peggio ancora di scoprire brutalmente le regole della finzione. Il fatto è, però, che questo libro racconta storie di libri, di giornali, di lettere, di diari, di letture e di scritture in generale. Per cui ho pensato che in un caso del genere la vecchia apostrofe al lettore non solo non sarebbe risultata fuori luogo ma faceva addirittura parte dell'argomento. Avrei tante domande da rivolgerti. Per esempio sarei curioso di conoscere i tuoi gusti in fatto di libri e il nome della città in cui abiti. Ma soprattutto vorrei chiederti: che cosa ci fai, tu, con quello che leggi? Saperlo mi sarebbe molto utile, perché le storie contenute nel mio libro parlano proprio di questo. Cosa significa per te vivere con i libri? Forse mi stai già rispondendo, magari a fior di labbra, ma anche se ti mettessi a gridare io non potrei sentirti perché stiamo comunicando attraverso un libro: che è uno degli strumenti più sordi e imperfetti che gli uomini abbiano mai escogitato. Io posso comunicare con te - seppure infrangendo le regole della moda e della buona creanza letteraria, dato che ti parlo direttamente. Ma in nessun caso tu potresti comunicare con me. Che strane situazioni si creano, con i libri.
Naturalmente sarebbe possibile far seguire un questionario a quest'apostrofe, e tu potresti inviarmi le risposte a un numero di fax. Ma somiglierebbe a una campagna di promozione pubblicitaria o a un talk show televisivo. E noi siamo lettori di libri, non possiamo subire di queste umiliazioni. Meglio rassegnarsi all'idea che i libri sono fatti così, prevedono un autore e un lettore. Per fortuna i ruoli sono intercambiabili e molti lettori sono anche autori, mentre tutti gli autori sono (o dovrebbero essere) dei lettori. Il resto è completamente affidato al caso o alla buona volontà della gente. Una volta mi è capitato di incontrare al mare una persona che stava leggendo un libro scritto da me. E' stata la prima e, penso, l'ultima volta nella mia vita. Ho avuto subito la tentazione di rivolgermi a lui (la famosa "apostrofe al lettore" sarebbe finalmente diventata una cosa reale) ma mi sono trattenuto. A me avrebbe fatto piacere conoscerlo, ma che effetto avrei fatto io, a lui? Mi è parsa una situazione da «lupus in fabula», come dice il proverbio: quando si parla di una persona e quella improvvisamente compare. Così si sarebbe certo sentito il mio lettore vedendosi venire incontro l'autore del libro che stava leggendo. Ho riflettuto. Il fatto che in situazioni del genere si usi proprio l'immagine di un lupo per indicare la persona che compare all'improvviso, mi ha sempre fatto pensare che questa esperienza non sia considerata particolarmente piacevole. Io non avevo nessuna intenzione di fare il lupo e di spaventare il mio lettore. Ho girato le spalle e me ne sono andato.
Per tutto il tempo in cui ho continuato a scrivere queste storie non mi è stato possibile leggere, o sfogliare, se non pochi libri. Intorno a me ne avevo, seppure meno del solito, salvo che - per una di quelle circostanze della vita personale che raramente vengono menzionate in un libro - non ero in grado di alzarmi e di andarmeli a prendere. Quante volte ho pensato a tutti coloro per cui i libri sono sempre e irrimediabilmente fuori mano. Prima di adesso non avrei mai sospettato una cosa del genere. E invece come possono essere lontani, anche i libri! La mia condizione comunque si presentava paradossale. Volevo scrivere un libro sui libri e non potevo toglierne neanche uno dallo scaffale. Mi occupavo di libri e non avevo la possibilità di sfogliarli, parlavo della lettura e non avevo quasi niente da leggere. E anche quando ce l'avevo non riuscivo a farlo. Meno male che potevo almeno scrivere. Questo libro parla dunque di libri visti da lontano, di libri ricordáti, spesso addirittura immaginati o sognati. Sai lettore? Anche così sono stati una straordinaria compagnia.


La scrittura di Aconzio

Tutto era cominciato il giorno in cui Cidippe navigò verso Delo, in pellegrinaggio. La ragazza aveva solo diciannove anni e dell'isola si diceva che fosse piena di meraviglie. Il viaggio non durò più di poche ore, alla sera già attraccavano, e il mattino seguente la visita cominciò. Piena di stupore, Cidippe si appoggiò all'albero con le corna di capra, e a lungo contemplò la palma a cui Latona si era tenuta abbracciata per partorire Apollo. Un luogo santo per tutte le donne. Ma giunta di fronte al tempio di Artemide, in pieno mezzogiorno, qualcosa le rotolò fra i piedi. Era una mela, fresca e lucente come se fosse appena caduta dall'albero. Cidippe si guardò intorno meravigliata, ma non c'erano meli attorno a lei, solo marmi e cespugli di ginestra. Dopo un istante di incertezza la nutrice si decise a raccogliere quel frutto misterioso e vide che sulla buccia erano incise delle lettere. La donna non sapeva leggere e porse la mela a Cidippe. "Leggi" le disse, e la ragazza lesse ad alta voce. 
Sulla buccia era incisa questa frase: "Giuro per Artemide di non sposare altri se non Aconzio". Quando Cidippe capì il significato di quello che stava leggendo era troppo tardi. Aveva già pronunziato il giuramento. Il giovane Aconzio osservava la scena di nascosto. Ormai Cidippe si era legata a lui per sempre, l'amore a prima vista era riuscito a realizzarsi con la stessa rapidità con cui era stato concepito. Com'erano potenti i caratteri dell'alfabeto! Anche se Cidippe, finito il suo pellegrinaggio e tornata a dai genitori, avesse dimenticato quello strano episodio, il giuramento che la mela le aveva strappato avrebbe comunque continuato a legarla per sempre ad Aconzio. E così accadde. Perché qualche tempo dopo i genitori della ragazza, ignorando ciò che era capitato alla figlia, la promisero a un altro sposo. Ma ecco che, proprio alla vigilia delle nozze, la povera Cidippe si ammalò per volere di Artemide. La dea pretendeva il rispetto del giuramento fatto in suo nome: Cidippe avrebbe dovuto sposare Aconzio oppure morire. Adesso Cidippe giace nel suo letto, vegliata dall'ignaro fidanzato, e non sa se leggere o meno la lettera che Aconzio le ha mandato per chiederle di soddisfare finalmente il giuramento e di sposare lui. Solo così potrà scampare alla morte. Ma Cidippe non ha il coraggio di leggere quella lettera. E se fosse un altro inganno? e se quelle frasi servissero solo a vincolarla più strettamente? Aconzio è un uomo che scrive. Per legare a sé la persona che ama si è servito dei caratteri incisi sulla buccia di una mela; per convincerla a compiere finalmente il giuramento che le ha estorto, le ha inviato una lunga lettera. Il comportamento di Aconzio è molto strano. Se si era innamorato di Cidippe, come diceva, perché non le era andato incontro sulle gradinate del tempio di Artemide? Avrebbe potuto dichiararle il suo amore con frasi gentili. Era bello, era ricco, era nobile, la fanciulla non lo avrebbe certo rifiutato e i suoi genitori avrebbero accondisceso volentieri al matrimonio. Invece se n'è rimasto nascosto dietro le colonne del tempio per catturarla con un'esca, come se fosse un pesce o un passerotto, e l'ha ridotta in fin di vita. Anche adesso, che Cidippe sta per morire e lui (almeno a parole) si dispera, non si decide però ad andare a parlare direttamente con lei o con suo padre. Ancora una volta preferisce starsene appartato e inviare una lettera, facendosi rappresentare dai caratteri dell'alfabeto. Perché? Sospetto che Aconzio abbia altre donne. Per questo non ha il tempo di andare da Cidippe e rifiuta di parlare con i suoi genitori. 
Scrivere è facile, quando si ha il dono di saperlo fare, e chissà a quante altre Aconzio può aver spedito la formula del giuramento. Ho la prova di quel che dico. Non si tratta soltanto dell'astuzia della mela - così insolita e bizzarra da poter essere attribuita solo (si presume) a un seduttore esperto. La prova della mia supposizione sta nel modo stesso in cui il giuramento è formulato: "Giuro per Artemide di non sposare altri se non Aconzio". Non c'è un nome, un soggetto preciso, ma solo un verbo. La formula non dice "Io, Cidippe, giuro" ma soltanto "Giuro". Aconzio ha concepito il giuramento come un assegno non intestato o come il facsimile di una dichiarazione, in cui sono le circostanze a mettere il nome. Quel giuramento poteva valere per chiunque altro, non era rivolto esclusivamente a Cidippe: solo il caso ha fatto di lei il soggetto della frase. Per esempio, se la nutrice non fosse stata analfabeta, e non avesse passato la mela alla ragazza, a giurare sarebbe stata lei invece di Cidippe. E adesso Aconzio si ritroverebbe una vecchia come promessa sposa. Ma siamo sicuri che questo lo avrebbe messo in imbarazzo? Aconzio, l'uomo che scrive, appartiene alla razza degli autori che sanno farsi leggere. Su questo non c'è alcun dubbio. Somiglia a un romanziere da supermercato, a un industriale della canzone, a uno psicologo da settimanale. Scrive solo frasi che gli garantiscano la fedeltà del lettore, chiunque esso sia, non fa differenza se ottiene l'amore di Cidippe o quello della nutrice. Aconzio non scrive per comunicare un messaggio a qualcun altro ma, al contrario, per ricevere lui stesso quello che ha scritto. Anche i pubblicitari sono degli Aconzi. Seduti di fronte a modem e tecnigrafi incidono ogni giorno una mela diversa ma il paradosso che devono risolvere è sempre il medesimo: "me lo sono scritto da solo che amo questo prodotto, però facciamo in modo che a dirlo sia tu". Aconzio è un vero seduttore, non prega, non implora, non costringe. Non si fa neppure vedere, e nessuno ha mai udito la sua voce. Lui si limita a scrivere un copione, a parlare sono solo le sue vittime. Sono loro che giurano e si dichiarano, non lui, e in un tribunale sarebbe difficile incastrarlo. La scrittura di Aconzio è il seme di tutte le scritture astute, e l'unico modo per sottrarsi alla sua trappola sarebbe quello di non leggerla. Ma è possibile? Cidippe mi ha sempre fatto simpatia. Molti, forse lei stessa per prima, avranno pensato che leggere quella frase senza riflettere fu un atto di grande leggerezza. Ma anche a me sarebbe accaduto esattamente lo stesso. Anch'io leggo tutto quello che vedo scritto, e credo che in realtà ben pochi riescano a sottrarsi alla fascinazione dei caratteri dell'alfabeto. Non solo a quella provocata dalle scritture astute, concepite al solo scopo di essere lette, ma anche a quella che emana da qualsiasi scrittura. Leggendo la frase incisa sulla mela Cidippe ha reagito come sempre si reagisce di fronte a ogni scritta: leggendola. 
Quando si viaggia con la macchina, per esempio, è impossibile non leggere la frase "dio c'è" sui segnali stradali, mentre a piedi, per la via, gli occhi restano infallibilmente catturati dalle insegne dei negozi ("Farmacia" "Alimentari" "Hardware"...) e dai menù appesi fuori dalle pizzerie. Tutto ciò che è scritto da qualche parte, anche la frase più stupida e inutile, obbliga automaticamente alla lettura. Per questo non si può neppure evitare di leggere i graffiti sui muri e i numeri di telefono lasciati dai maniaci nelle toilettes. E' ovvio che non ha senso accettare questo dialogo cieco e senza ritorno ("Comunisti bastardi" "La Fossa" "Sophie sucks"...) Chi scrive graffiti non intende rivolgersi a un interlocutore, né desidera realmente inoltrare un messaggio - tant'è vero che l'autore delle scritte, per definizione, non sarà in quella cabina telefonica o in quello scompartimento del treno quando il messaggio verrà finalmente raccolto. Il graffito materializza la pulsione a un linguaggio segreto, incomunicabile, che nessuno dei suoi autori oserebbe mai trasformare in un messaggio autentico o in un discorso pubblico. Quello che si consuma nella toilette del treno non è un atto di comunicazione ma al contrario un atto di ostilità,  la creazione di un vortice comunicativo in cui qualcuno, prima o poi, possa essere risucchiato. Eppure, anche sapendo tutto questo, si continua a leggere. Più di una volta capita persino di cadere nella stupidissima trappola della frase "scemo chi legge", variante più volgare del giuramento estorto a Cidippe. Chiunque di noi è stato legato almeno una volta, come la vittima di Aconzio: se non da un giuramento d'amore, almeno dalla propria ingenuità di lettore. La lettura è un obbligo, un'attività compulsiva. Bisogna leggere, tutto e fino in fondo. Per questo motivo molte persone non riescono neppure a lasciare un libro a metà. Una volta che hanno cominciato a leggerlo debbono finirlo, altrimenti il libro diventa insopportabile come un rimorso. E se lo hanno rimesso nello scaffale, per non vederlo più, dopo qualche giorno i loro occhi vengono catturati dal titolo scritto sulla costola - proprio come accade con l'insegna "Alimentari" o con la pubblicità delle automobili - e sono costretti a riprenderlo in mano per finirlo. E' come se ogni libro iniziato si trasformasse automaticamente in un debito. Si può pagarlo in contanti, subito, oppure un tanto al mese. Ma c'è comunque l'obbligo di saldare. Forse tutto questo accade perché a leggere si impara a scuola, sotto la sorveglianza di un maestro. I primi voti, le prime punizioni, i primi elogi li riceviamo in relazione alla lettura. Così la capacità di decifrare le lettere dell'alfabeto si mescola indissolubilmente con il senso del dovere e con l'obbligo di obbedire ai superiori. Leggere bisogna, leggere si deve. 
La condizione di colui che impara, quella del discipulus, porta il nome di disciplina, ma disciplina è anche l'educazione all'obbedienza. Per questo ogni volta che all'orizzonte compare una fila di caratteri scatta l'obbligo di leggerli: si obbedisce, come se fossimo ancora sotto l'occhio del maestro. Non lo facciamo per rispetto alle frasi che si vedono o ai libri che si leggono, spesso del loro contenuto non ci importa nulla. E anzi, se potessimo prevedere in anticipo il significato delle frasi che si stanno per leggere spesso non le guarderemmo neppure. Proprio come Cidippe, che sdraiata sul suo letto di dolore continua a ripetere "se solo avessi immaginato che cosa stavo per leggere!" Le ho ben raccontato della frase "scemo chi legge", e della generale impossibilità di sottrarsi a questo stupido trabocchetto. Ma sapere che leggere è una disciplina, un imperativo a cui è impossibile sottrarsi, non è riuscito a consolare Cidippe.  La scrittura è una trappola. E colui che la tende, sia esso Aconzio, il pobblicitario o l'ignoto che scrive graffit i sui muri, non sfrutta solo la curiosità o la debolezza altrui. Molto spesso fa leva addirittura sui sentimenti migliori di una persona, come  l'educazione, la franchezza o la generosità. Tutte le volte in cui si vede una frase scritta da qualche parte è come se, improvvisamente, uno sconosciuto si mettesse a parlare di fronte a noi. In questi casi, la prima reazione è quella di chiedere gentilmente "scusi, sta parlando con me?" Quando ci si accorge che l'altro stava semplicemente parlando da solo, o con qualcuno dietro di noi, è troppo tardi, il contatto è già stabilito. Le frasi scritte sui muri, le insegne, i manifesti hanno il potere di attirarci in un dialogo a cui non avevamo nessuna intenzione di partecipare e che in realtà non riguardava specificamente noi. Ma quando la scrittura è riuscita ad acchiappare un interlocutore lo lega a sé, come ha fatto Aconzio con Cidippe. Anche i libri funzionano alla stesso modo.
I libri legano, proprio come il giuramento che Cidippe ha pronunziato senza accorgersene e come la goffa frase "scemo chi legge". Se io ora scrivessi su un muro o su una mela "Stendhal chi legge", oppure "Giuro per Artemide di non sposare altri se non Lev Tolstoj", credo che molti resterebbero meravigliati. O forse offesi. Non si possono paragonare i capolavori della letteratura con dei giochetti di innamorati o peggo ancora con le stupidaggini che qualcuno scrive nelle toilettes. Eppure sono sicuro che coloro i quali hanno letto Il rosso e il nero o Guerra e Pace capiscono perfettamente a cosa mi riferisco. Non si legge impunemente. Chiunque si accinge a leggere un libro deve sapere che alla fine avrà contratto un legame indissolubile con ciò che ha letto, diventandone addirittura prigioniero. Purtroppo questo accade non solo con i grandi libri ma anche con quelli piccoli. E persino con i romanzi da supermercato, che catturano lettori per la stessa assurda compulsione che ci costringe a leggere la frase incisa su una mela. Ai libri si obbedisce come a qualsiasi altra trappola tesa dalla scrittura. Perché leggere è una disciplina. 
Nel frattempo Cidippe è morta.


Amor di libri

Nessuno saprà mai di preciso quante stazioni radio contenga la gamma di un sintonizzatore. Solo scorrendo da un grado all'altro, nello spazio di un millimetro, si può passare da un concerto di Mozart alla pubblicità dei pannolini. Basta ruotare la manopola con la punta del dito e il mondo cambia radicalmente. Si fa serio, idiota, allegro, rumoroso, oppure talmente appassionante che dispiace perdere anche una sola parola per colpa di un'interferenza. Con i libri è lo stesso. Specie se c'è di mezzo il sentimento dell'amore. I libri hanno il potere di sintonizzare, come la manopola della radio. Non credo che siano in grado di produrre direttamente l'amore, come pensano alcuni, ma hanno sicuramente il potere di intonarlo. Rendendolo serio, idiota, allegro, rumoroso, e via di questo passo. Ma non solo. I libri hanno il potere di mutare vestiti e cappelli degli amanti, inducono a passeggiate per vialetti ombrosi o a corse in motocicletta. Suscitano persino determinate parole che alla fine, sotto la pressione più o meno conscia dei libri, sono finalmente pronunziate. Che gioia! E se non sono effettivamente pronunziate vengono in qualche modo intuite dietro i discorsi dell'amato, il quale intendeva magari parlare di tutt'altro. Una lode dei gabbiani, per favore! Da giorni sto aspettando il momento in cui mi dirai che tu andrai dove ti porta il cuore o che il tempo ha il movimento reversibile di uno yo-yo. Naturalmente la qualità delle parole attese o pronunziate dipende fortemente da quella dei libri che si leggono. Così, in un mare di discorsi quotidiani, contraddittori, pratici, i libri hanno la virtù di sintonizzare la frase ritenuta giusta facendo dimenticare tutto il resto. Sospetto che i libri possano persino intonare tratti del viso ed espressioni degli occhi, per non parlare di momenti ancora più intimi. Naturalmente, tutto questo accade anche con le canzoni. Che sono i libri di quelli che non leggono. E se la sintonia non funziona? E' molto brutto, come quando l'altoparlante si mette a gracchiare per una interferenza e non si capisce più quello che si ascolta. Cominciano allora i malintesi, le incomprensioni, le attese frustrate, e l'amore finisce in reciproche accuse di volgarità. Come sei banale, che animo meschino! Cioè diverso dai libri. Quando vanno a impigliarsi nella vita, i libri possono produrre grande felicità ma anche molta amarezza. Per forza, sintonizzare l'amore sui libri equivale ad affrontare un viaggio in automobile seguendo un bollettino di radio-informazioni relativo ad una strada diversa da quella che si sta percorrendo. Qualche indicazione potrà anche coincidere perché, in una strada come nell'altra, ci saranno pur sempre degli incidenti o dei lavori in corso. Ma almeno la destinazione finale sarà per forza diversa da quella che ci si aspettava. Per questo motivo ho deciso di raccontare una storia in cui l'amor di libri si è svolto in modo del tutto opposto rispetto a come l'ho descritto finora. Opposto e molto più felice. L'ultima volta ci siamo incontrati a Parigi, ammesso che il nostro possa essere considerato un incontro. Lei infatti non c'era, io nemmeno. Al mio posto avevo mandato Odette Swann mentre lei, al suo, aveva inviato Julien Sorel. E' sempre stato così fra noi. Ci davamo degli appuntamenti poi, all'ultimo momento, io mandavo una donna al mio posto e lei mandava un uomo al suo. Dopo di che entrambi tornavamo a sdraiarci sui nostri rispettivi lettini, in spiagge remote e lontane l'una dall'altra, oppure spengevamo la luce per addormentarci da soli. Come tutte le storie d'amore anche la nostra ha un inizi o preciso. Si sa sempre quando l'amore scocca, a volte addirittura dopo mesi o anni che ci si conosce - può essere in bicicletta, mentre si segue una donna che pedala in salita; oppure al ristorante, mentre lui scuote la testa in un certo modo rivolgendosi al cameriere. Il mio caso però è diverso perché io mi sono innamorato di lei la prima e unica volta che l'ho vista. Oltretutto di sfuggita, non sono neppure sicuro del fatto che fosse davvero lei la donna che ho incontrato. Quella sera ero andato all'Opera all'aperto, davano la Lucia di Lammermoor. La notte era bella, fresca, di metà Luglio, e quando Lucia tese le mani a Edgardo, nel parco di Ravenswood, lei si alzò di scatto e volle uscire dalla fila. "Verranno a te sull'aure..." Per me questo è il momento più bello di tutta l'opera. La sala era sospesa, come in sogno, al filo della melodia, ma io guardavo solo lei. Passando mi sfiorò col gomito, era piccola, sottile, quasi un'adolescente, e aveva il volto segnato di lacrime. Come l'ho amata, in quel momento! Anche nei giorni seguenti la sua immagine continuò a ossessionarmi, cercai persino di telefonarle. Non era in casa. Alla fine le inviai un biglietto per dichiararle il mio amore. Sono pazzo di te, le dicevo, le tue lacrime, all'opera, hanno scavato un solco nel mio cuore. Vediamoci. Quanti anni hai? Sedici? Trentacinque? Non importa. Ti aspetto in Scozia, al Castello di Ravenswood, lunedì 25 Novembre alle sei e mezzo. Non ero mai stato così emozionato. Dentro di me vissi la scena di quell'incontro - noi due nel parco di Ravenswood, in una sera umida - almeno mille volte. 
Poi non ricordo più che cosa successe, contrattempi, forse addirittura malumori. Era un periodo difficile per me. Pensai che l'aria fredda e asciutta delle Alpi mi avrebbe fatto bene, prenotai una stanza a Davos Platz e andai una settimana a sciare sulla montagna incantata. Il volo per la Scozia lo avevo già prenotato, pensai che al mio posto avrei potuto benissimo mandare Madame Chauchat, e così feci. Fu una settimana intensa, la neve, il caldo delle serate in albergo, le discussioni in sala da pranzo mi avevano ridato il buon umore. Ma tornato in città, alla vita normale, il ricordo tornò prepotente. Fu lei a rifarsi viva dopo circa due mesi. Aveva perso le mie tracce, diceva, e indirizzava la lettera in ufficio sperando di ricordare bene il nome della via. Le dispiaceva di non esser potuta venire a Ravenswood, quel lunedì di Novembre, ma non si era sentita di fare un passo così decisivo. Amava la Scozia, anzi l'adorava. Con l'intenzione di prepararsi al nostro incontro era addirittura arrivata con alcuni giorni di anticipo e aveva iniziato a visitare i luoghi con grande diligenza. Poi però erano subentrate l'incertezza e la malinconia. Giunta a Edimburgo si era fermata in un Hotel molto gaio, decisa a visitare la città, ma poi le sue condizioni erano peggiorate. E quel lunedì, invece di venire a Ravenswood, aveva preferito restare chiusa in camera con i suoi romanzi preferiti. Al suo posto aveva mandato Tom Jones. Ma nonostante questo la tempesta nel suo cuore non si era calmata. Adesso che il tempo era passato, e che il suo ritratto di signora si era fatto più chiaro, aveva deciso di rivedermi. Sperava solo che i miei sentimenti per lei non fossero cambiati, che il tempo non avesse distrutto quello che lei considerava un amore, l'unico amore, della sua vita. Sarebbe stata a Trieste, di fronte alla cattedrale di S. Giusto, giovedì quattordici Ottobre alle cinque. Per quanto l'avessi amata teneramente, e ancora continuassi ad amarla, non potevo dire di conoscerla. Per cui, nella risposta, ritenni opportuno tacerle il fatto che neppure io ero andato a Ravenswood quel lunedì di Novembre e che al mio posto avevo mandato Madame Chauchat. 
Spero che lei e Tom Jones si siano fatti buona compagnia! mi dissi con un moto improvviso di ironia. Un sentimento indegno dell'amore, lo so. Nella lettera che immediatamente le inviai, all'indirizzo segnato sul retro della busta, le dicevo che i miei sentimenti erano sempre quelli e che mi sarei precipitato a S. Giusto. Mancavano circa quindici giorni all'appuntamento e, come un ragazzo, o un carcerato, segnai quindici crocette sul calendario. Mi sembrava che il tempo fosse diventato immobile come un macigno. Quel giovedì di Ottobre salii sul treno alla sei di mattina, non volevo rischiare di arrivare in ritardo. La giornata era brutta, fuori dal finestrino c'erano solo acqua e lampi. Alla stazione di Bologna il treno si fermò per circa un'ora a causa di una tempesta di vento, poi fummo deviati verso l'interno. L'idea era che, giunti che fossimo a Milano, i viaggiatori diretti a Trieste avrebbero potuto prendere un espresso diretto a Zagabria e raggiungere finalmente la loro destinazione. Ma quando il nostro treno, che per la bufera viaggiava praticamente a vista, entrò nella Stazione di Milano, l'espresso per Zagabria era già partito. Tutte le linee erano sconvolte, all'ufficio informazioni, preso d'assalto da una folla di disperati, seppero consigliarmi soltanto di aspettare una coincidenza che, forse, ci sarebbe stata nel pomeriggio. Ammesso che gli scambi avessero ripreso a funzionare entro un'ora ragionevole. Cominciai a disperare di poter raggiungere in tempo Trieste. E lei dov'era, in quel momento? Forse come me era bloccata da qualche parte, e provava la stessa ansia che provavo io. La pioggia continuava a scendere a torrenti, a tratti si mutava persino in grandine. Mi infilai nella libreria della stazione e acquistai una copia de La Bufera di Eugenio Montale. 
Poi mi chiusi nella sala d'aspetto. Montale mi appassionò. Non conoscevo che una minima parte delle sue poesie, le avevo studiate a scuola, da ragazzo, ma quelle che leggevo adesso mi parevano incomparabili. Erano poesie dell'assenza, della speranza, della vita che comunque trionfa. Credo che quel pomeriggio, nella sala d'aspetto della stazione di Milano, si sia consumata una delle esperienze più importanti della mia vita. Quando finalmente annunciarono il treno per Zagabria non ebbi la forza di alzarmi dalla sedia. Non pensavo più a lei che, stretta nel suo impermeabile giallo, mi avrebbe atteso invano passeggiando di fronte a S. Giusto. Al mio posto mandai Clizia, e non ci pensai più. I nostri rapporti si fecero sempre più complicati. Lei tornò a farsi viva ma, contrariamente a quello che mi aspettavo, non fece menzione dell'appuntamento mancato. In seguito mi avrebbe confessato che anche lei era rimasta bloccata dalla bufera, quel lunedì di Ottobre, e al suo posto aveva inviato Zeno Cosini. In compenso, nel suo biglietto alludeva con insistenza a una mia lettera che, diceva, l'aveva sconvolta, eppure le aveva procurato attimi di felicità inaudita. Rimasi sconcertato: io non le avevo scritto. Forse mi confondeva con qualcun altro? o lo faceva per farmi ingelosire? Riportava anche alcune frasi di quella lettera che indiscutibilmente erano mie, o perlomeno erano scritte nel mio stile. Ma soprattutto come faceva a sapere che io, nel frattempo, avevo conosciuto un'altra donna? Che avevo creduto di esserne innamorato ma poi, quando si era veramente trattato di decidere, l'immagine di lei vestita di un impermeabile giallo mi aveva convinto del fatto che l'altra non aveva nessuna importanza per me? Cominciai a non capire più. Risposi con un biglietto molto interlocutorio. Parlavo dell'altra definendola "quella signora" e suggerendo la possibilità che si fosse trattato solo di un'amicizia, di una frequentazione che aveva giovato molto alla mia educazione sentimentale. Lei mi rispose con un telegramma in cui mi chiamava Tancredi Falconeri, io ricominciai a frequentare assiduamente l'altra. Dopo sei mesi la sposai. Adesso la mia vita è molto più serena di prima, ma questo non è bastato a farmi dimenticare di lei. Fra noi c'è un rapporto talmente singolare che per molti anni non sono stato capace neppure di descriverlo. Ma col tempo e con la maturità penso di aver capito in che cosa consiste. La passione è finita, forse è finito anche l'amore, ma io continuo ad abitare i suoi libri e lei continua ad abitare i miei, proprio come il primo giorno. 
Siamo rimasti imprigionati nei reciproci caratteri a stampa, un po' come accade quando si sale la scalinata di Trinità dei Monti e si resta inquadrati, senza saperlo, nelle istantanee dei turisti. Chissà in quanti album la nostra immagine spunta dietro una sposa, o accanto a un giapponese col berrettino in testa, e noi non lo sapremo mai. Così è accaduto a me e a lei fin dall'inizio. Ci siamo impigliati l'uno nei libri dell'altro e col tempo le nostre vite si sono strette sempre di più: anche se di libro in libro io capisco sempre meno chi sono, e lei altrettanto. "La malattia di Natascia" mi ha scritto recentemente "non desta più preoccupazioni, e mi sento molto sollevata. Ieri l'ho udita riprendere i suoi solfeggi, nella stanza delle bambinaie, erano mesi che non sentivo  la sua voce. Vieni, ti prego, affrettati, lei non fa che rammentare il suo Pierre..." Perché mai dovrei affrettarmi? Non so neppure di quale Natascia stia parlando. Ma non ha importanza, ho deciso che andrò. Tanto so già che, all'ultimo momento, io dimenticherò Natascia e, al mio posto, manderò Andromaca o la bella Hélène. Le nostre immagini vanno ad impigliarsi sempre più lontano da noi due ma ad ogni equivoco, ad ogni appuntamento mancato, il nostro amore invece di indebolirsi si rafforza. Forse è perché noi ci amiamo dovunque e in qualsiasi momento. Anche nei ritagli di tempo. "Stasera ti porterei con me in una casa di campagna" le ho scritto in un recente messaggio "ma di quelle che conosco io, con il vento che fischia fra i rovi e la luna gialla. Ti stringerei fra le braccia in una stanza che odora di pietra, e accenderei il camino. Là non ci sono né automobili né sirene, non c'è gente che grida".Credo che lei leggendomi si sia messa a ridere, come se fosse contenta. Ma per quanto la conosco in quella  casa non ci verrebbe mai, il buio e la solitudine le hanno sempre fatto paura. "Anche le lenzuola" ho continuato "sono diverse in case come quelle. Hanno la trama ruvida del lino, e benché siano più di dieci anni che le donne non mettono più lo spigo nell'armadio, un po' di profumo resta. Ti terrei stretta a me, nel buio, e ascolteremmo i grilli.  Vuoi venire?" Lei continuava a ridere. Tanto era solo il capitolo di un libro. Anzi, era addirittura la pagina strappata da un settimanale che lei aveva trovato in fondo al sacchetto della spesa. "Amore" continuavo "vuoi venire con me in quella casa?" "Sì" rispondeva lei finalmente "ci vengo..." Tanto erano solo parole, scritte e lette. Anche il profumo di spigo, anche il sussulto del gufo in mezzo ai rovi. Era uno dei tanti frammenti di lusinga che io le ho concesso - per essere proprio esatti -  fra il negozio del panettiere e la porta di casa sua.


Itaca

Robert Woodruff decise di lasciare la Scozia per l'odio che portava a un bicchiere. Era un bicchiere di cristallo rosso, sfaccettato, che abitualmente stava sulla scrivania vicino a una bottiglia di Porto. Ma ogni volta che Woodruff apriva l'Odissea e cominciava a leggere, l'immagine di quel bicchiere gli si piazzava in mezzo alla mente e non se ne voleva più andare. Woodruff aveva provato a toglierlo dalla scrivania, aveva persino smesso di bere Porto e aveva nascosto la bottiglia in un armadio. Ma non c'era niente da fare, quel bicchiere si era indissolubilmente legato all'Odissea e, si trovasse o meno sulla scrivania, tornava a farsi vivo ogni volta che Woodruff ricominciava a leggerla. Il caso era singolare. Se Woodruff apriva l'Eneide di Virgilio o le Metamorfosi di Ovidio il bicchiere non si manifestava. In quei casi poteva continuare a leggere anche per ore, indisturbato, mentre la sua mente vagava nel campo dei Troiani o contava diligentemente le lunghe e le brevi dell'esametro. L'apparizione si verificava sempre e soltanto in relazione all'Odissea. Probabilmente era accaduto che l'immagine del bicchiere, come un sigillo che si imprime sulla cera molle, aveva impressionato la sua fantasia proprio una volta che stava leggendo l'Odissea. E adesso quel bicchiere faceva parte del libro. Ma questa spiegazione, anche se probabile, non riusciva a consolare Woodruff. Desiderava leggere l'Odissea, non le Metamorfosi di Ovidio. Oltretutto, nel caso di Woodruff il bisogno  di leggere l'Odissea era talmente profondo che per lui l'assenza di quella lettura si era trasformata in una sorta di consunzione. 
Non sorrideva più, non parlava, e Madigan, il suo cameriere, era molto preoccupato per la salute di Woodruff. Madigan non immaginava certo che la colpa fosse tutta di quel maledetto bicchiere. Ma se anche l'avesse saputo, come avrebbe potuto aiutare il suo padrone? Nonostante la malinconia causatagli dall'immagine del bicchiere, Woodruff non riusciva a privarsi completamente della sua Odissea. A volte provava timidamente a riprendere in mano il poema, incredulo lui stesso sulla tenacia della propria mania, ma quando giungeva al momento in cui il volto di Ulisse si riga di lacrime, alla corte dei Feaci, accadeva immancabilmente che l'eroe si nascondesse non dietro il proprio mantello ma dietro un bicchiere; e quando il Ciclope, ormai cieco, tastava il suo capro chiamandolo "caro", sotto la pancia dell'animale non stava aggrappato Ulisse ma un bicchiere. Persino le riflessioni più care a Woodruff, quelle sulle formule omeriche e sull'origine orale, non scritta, del poema, erano continuamente turbate dal caratteristico lampo rossastro che accompagnava la sua visione. Prendere appunti gli era diventato impossibile. "La formula «e quando l'Aurora dalle dita di rosa» viene ripetuta in contesti diversi" annotava Woodruff a margine della sua copia dell'Odissea "con lievi variazioni, e questo significa...." bicchiere, bicchiere, bicchiere. Era diventata un'ossessione. Lo sfortunato Robert Woodruff stava scoprendo a sue spese i pericoli e la fragilità della lettura. Su questo tema cominciò a riflettere con sempre maggiore attenzione. Almeno in apparenza leggere un libro costituisce un'operazione banale. Basta avere una buona confidenza con i caratteri dell'alfabeto e le parole scorrono sotto gli occhi una dopo l'altra. Chiunque, sembrerebbe, può leggere un libro, basta che non sia analfabeta. La realtà delle cose invece è molto diversa, e il processo enormemente più complesso. La lettura implica infatti il trasferimento di un intero mondo, fantastico e astratto, dentro l'esiguo spazio di una biblioteca o di una stanza privata. Contemporaneamente essa richiede anche l'oblio completo di tutto ciò che sta intorno a questo mondo di finzione. Ma come si può pretendere che la vita reale non si prenda qualche volta la sua rivincita, e non intrometta i propri oggetti quotidiani dentro la lettura? La tradizione editoriale si è sforzata in ogni modo di trasformare i libri in oggetti piatti, monotoni, ripetitivi, proprio per far sì che niente venga a turbare il fragile miracolo dell'esistenza alfabetica. I caratteri sono tutti rigidamente uguali l'uno all'altro, il formato dei fogli non muta, e pagina dopo pagina il numero e la lunghezza delle righe restano sempre gli stessi. Tutto questo viene fatto con lo scopo di rendere il libro, e lo scritto, così perennemente identico a sé stesso da diventare a un certo punto trasparente fino a scomparire. In questo modo il lettore finisce per dimenticare che, tutto ciò che vive e sente leggendo, in realtà è solo una convenzionale costruzione di caratteri alfabetici.
A volte la monotonia dei caratteri e della loro immutabile successione può essere interrotta da alcune illustrazioni - nell'Odissea di Woodruff, per esempio, c'era un bell'Hermes neoclassico col profilo netto e le alucce color seppia - ma queste immagini non sono fatte per distogliere la mente dalla lettura. Anzi, esse favoriscono la concentrazione sul mondo immaginario che le lettere laboriosamente costruiscono nella mente del lettore, suggerendogli l'impressione di vivere e vedere, non di leggere. Se si può rendere sottile e trasparente il libro, fino ad annullarlo, è però impossibile fare altrettanto con il suo contesto. Attorno al libro staranno pur sempre voci ed oggetti, e per quanto il bibliotecario imponga il silenzio nella sala o il lettore tenga ordinata (cioè a dire spoglia) la propria scrivania, qualche cosa, da fuori, finirà pur sempre per scivolare dentro. Come quel bicchiere. Il libro è vulnerabile e, in qualche modo, permeabile perché non ha né contesto né supporto fuori da se stesso. Si regge solo sull'energia che si sprigiona dalla successione dei suoi propri caratteri - una "a" che si oppone a una "m", una "o" a cui segue una "r", poi una "e", e così all'infinito - come un complicato castello di carte da gioco che sta in piedi solo perché ciascuna carta, premendo, impedisce la caduta dell'altra. Ma non c'è niente all'infuori di questo, l'impalcatura del libro è tutta interna. E poi, bisogna pur riconoscere che a volte insensibilmente, e malignamente, il libro cerca di sua volontà un contesto esterno su cui appoggiarsi. Specie quando la concentrazione è minore, la lettura può decidere tacitamente di puntellarsi sull'imprecazione di un passante o sull'ambiguo odore della tappezzeria. Oppure sulla superficie brillante di un bicchiere, come era accaduto a Woodruff, il quale aveva evidentemente l'abitudine di sorseggiare Porto mentre leggeva l'Odissea. Il libro non è una creatura così pura ed ingenua come lo si raffigura. Rassomiglia piuttosto a un gentiluomo bene educato - anche Woodruff del resto lo era - che però, di nascosto, coltiva l'abitudine di frequentare i bordelli. Quando un libro prende questa via, che è una via di distrazione e di perdizione, e soprattutto quando il lettore se ne accorge in modo così evidente, l'unico rimedio possibile consiste nel prendere una decisione netta. Per questo Robert Woodruff, incapace di sopportare oltre l'interferenza di quel bicchiere con la sua lettura dell'Odissea, abbandonò bruscamente la Scozia per recarsi in Grecia. Il suo cameriere, Madigan, avvertito all'ultimo momento, ebbe appena il tempo di preparare come poteva alcuni bauli e di condurre la carrozza di fronte alla porta della villa. Era l'alba, ma Woodruff lo aspettava già nel vialetto con aria cupa e impaziente. Dalla tasca della sua lunga giacca da viaggio sporgeva una copia dell'Odissea.
Padrone e cameriere sbarcarono al porto del Pireo in una bella giornata del Giugno 1776. L'aria era profumata, e in lontananza la luce dei marmi quasi feriva gli occhi con il suo candore. Dunque era quella la Grecia, la patria degli dei. Una terra piena di origano e di sole, dove ogni pietra serba memoria dell'antico splendore e le api producono il miele della poesia. Madigan stesso, che per la verità era abbastanza ignorante, sembrava percepire tutta l'emozione che quella terra e quel cielo ispirano ad ogni animo sensibile. Per cui fu doppiamente sorpreso quando scoprì che il padrone, nonostante la sua passione per l'arte antica, non aveva nessuna intenzione di visitare Atene. Scesi che furono sulla banchina del porto, infatti, Woodruff lo pregò di cercargli al più presto un imbarco per Itaca. Madigan tentò timidamente di farlo ragionare, dicendogli che la Scozia era molto lontana e che diffici lmente nella sua vita gli sarebbe capitata una nuova occasione per scendere fino ad Atene e vedere la città. Ma Woodruff non volle sentire ragioni, e giunse quasi a minacciare il povero cameriere. Il lungo viaggio e la visione della Grecia, evidentemente, non avevano esercitato alcun effetto benefico sulla malinconia del padrone. Madigan, rassegnato, cominciò a cercare il nuovo imbarco che Woodruff tanto ansiosamente desiderava. Ma ottenerlo non era facile, perché l'isola era lontana e nessun marinaio aveva voglia di spingersi fino laggiù per trasportare due soli passeggeri. Finalmente si trovò un capitano che, per una somma di sterline invero abbastanza alta, accettò di condurre i viaggiatori fino all'isola di Ulisse. Quando? chiese Woodruff. Non prima di questa sera, rispose il capitano. Woodruff, che non nascondeva la sua fretta di salpare, rimase in silenzio per l'intera giornata. E dedicò il suo tempo a studiare una mappa di Itaca che aveva portato con sé dalla Scozia. Finalmente giunse la sera. Cominciò a spirare un vento fresco, prima leggero poi sempre più intenso, e il capitano dette il segnale di sciogliere le vele. La piccola nave si mosse e dopo poco più di un'ora la costa era completamente scomparsa nel crepuscolo. Attorno non si vedeva altro che mare. Fu allora che Woodruff, come se si fosse liberato da un peso, estrasse dalla tasca la sua copia dell'Odissea e sorrise. Madigan non ricordava che il suo padrone avesse più sorriso da almeno due anni. Woodruff sorrideva, beato, e ammiccando verso il capitano gli chiese quando prevedeva di arrivare. "Non prima di domani pomeriggio, se il vento tiene" "Va bene" rispose Woodruff "va molto bene". Poi si sedette a prua su un mucchio di funi e cominciò a fissare intensamente il mare. La sera si faceva sempre più piena di stelle. All'alba Madigan, che non aveva sentito Woodruff scendere sottocoperta, salì sul ponte a cercarlo. Lo trovò seduto nella stessa posizione in cui l'aveva lasciato la sera prima. Il padrone dichiarò che aveva dormito qualche ora all'aperto, coprendosi con una vela, ma era falso.
Non si era mai mosso da dove stava, e aveva contemplato il mare per tutta la notte. Quando Madigan gli domandò se avrebbe gradito una tazza di caffé, Woodruff gli fece un ampio gesto con il braccio e disse semplicemente: "E' colore del vino" "Che cosa?" chiese Madigan meravigliato "Il mare pescoso" rispose Woodruff. Poi tirò fuori l'Odissea dalla tasca e si mise a leggere, continuando a fare ogni tanto dei gesti con la mano e pronunziando frasi che a Madigan suonavano alquanto singolari. "Dalle dita di rosa, figlia della luce" oppure "e lei di nuovo si immerse nel mare ricco di onde, come una folaga..." Erano da poco passate le quattro del pomeriggio allorché il capitano venne ad informare i passeggeri che Itaca era in vista. Ma Woodruff se n'era già accorto e stava dicendo a Madigan, indicandogli la costa che si avanzava a prora: "è aspra, non adatta ai cavalli..." Al tramonto la piccola nave attraccava nel porticciolo dell'isola. L'umore di Woodruff era, se possibile, ancora più lieto di come era stato durante tutta la giornata. Adesso sembrava che non avesse più fretta. Accettò che Madigan contrattasse una sistemazione abbastanza comoda nella casa di un pescatore ricco, poi passeggiò tranquillamente per le vie del minuscolo borgo, scambiando sorrisi e cenni del capo con tutti quelli che incontrava. La sera cenò abbondantemente e fu simpatico con Madigan, concedendogli una confidenza a cui non si abbandonava facilmente. Woodruff raccontò delle sue avventure nell'esercito, delle donne che aveva conosciuto, e Madigan, seppure con discrezione, fece capire al padrone di esserne al corrente, visto che in Scozia la sua fama era già considerevole. Woodruff continuava a ridere e a raccontare, sempre più allegro. Ma quando l'ignaro cameriere, credendo di fare cosa gradita al padrone, estrasse dalla valigia di cuoio una bottiglia di Porto e un bicchiere di cristallo rosso, quel famoso bicchiere, Woodruff impallidì. La conversazione cadde bruscamente e Madigan ebbe l'impressione che il padrone fosse sul punto di piombare nuovamente in uno di quegli attacchi di malinconia che tanto spesso lo avevano colto negli ultimi tempi. Ma fu solo un attimo. Woodruff si riprese rapidamente e, indicando il bicchiere, pronunziò questa frase: "coppa di vino, da bere quando il cuore mi inviti". Poi disse che era stanco e preferiva andare a dormire. 
Il giorno seguente avrebbero cominciato ad esplorare l'isola. Così avvenne, infatti, Woodruff e Madigan trascorsero l'intera giornata camminando per sentieri scoscesi e cespugli di timo. Aiutandosi con la sua mappa, Woodruff riuscì finalmente a raggiungere un luogo che aveva individuato come l'antico Antro delle Ninfe. Qui volle sostare a lungo, seduto su un masso, mentre Madigan si faceva vento col cappello di paglia e beveva limonata dalla borraccia. Woodruff lesse e rilesse il passo dell'Odissea in cui era descritta la grotta, declamò al cameriere la storia di come Atena fosse apparsa ad Ulisse simile a un giovane pastore, narrò dei lebeti e dei tripodi preziosi. Poi fu la volta delle rovine della reggia di Ulisse - o almeno, di quelle che Woodruff aveva individuato come tali servendosi sempre della famosa mappa. Probabilmente erano solo i resti di antichi muri a secco, o di uno stallo per animali. Battendo palmo a palmo il terreno del recinto Woodruff dichiarò di aver trovato persino il vecchio ceppo di olivo su cui Ulisse e Penelope avevano fabbricato il loro intrasportabile letto. Madigan vedeva il suo padrone in piedi su quel ceppo mentre, con un sorriso malizioso, gridava: "Oh donna, davvero è doloroso quello che dici. Chi ha spostato altrove il mio letto?" Woodruff era felice. Era bastato venire a leggere in situ, nel medesimo ambiente presupposto dalla sua Odissea, e il famoso bicchiere aveva smesso di piazzarglisi in mezzo alla mente. Adesso egli sentiva tutta la forza del libro, non più fragile, permeabile ad ogni interferenza esterna, ma capace di imporsi lui sulle cose e di modificarne il significato. Il presente era diventato una semplice incrostazione di cui il libro, con il suo potere risolutivo, non faceva fatica a liberare l'essenza della realtà. Woodruff era sempre più sicuro del fatto suo. Dove tutti i pescatori di Itaca vedevano solo una spiaggia lui aveva individuato con certezza il porto di Forchis, il luogo in cui era sbarcato Telemaco. Mentre una vecchia colonna di pietra, residuo forse di qualche rozza cappella bizantina, era stata identificata come il pilastro a cui Eumeo e Filezio avevano appeso il traditore Melanzio. Poi toccò alle rovine di un ovile sperduto fra i monti, in un luogo che i pastori frequentavano malvolentieri perché dicevano che era abitato dalle donnole e dagli spiriti delle Nereides. Ma Woodruff aveva individuato lassù i resti della capanna del fedele Eumeo. Al termine di ogni escursione Woodruff, sedendosi nell'erba o appollaiandosi su uno scoglio battuto dal maestrale, con i capelli nel vento, leggeva la sua Odissea. Nessuna interferenza veniva più a turbare dall'esterno la dolce e lineare coerenza delle lettere dell'alfabeto, e anzi erano loro, le lettere, che lasciavano le pagine per posarsi sulle rovine e sui paesaggi: come uno sciame diapi laboriose, avrebbe detto Omero, che fuggite nel bosco rapidamente coprono le fronde di una quercia col brulichio delle loro ali e costruiscono un nuovo alveare. Woodruff decise di rimanere per sempre a Itaca. Madigan, dopo aver tentato inutilmente di dissuaderlo dal suo proposito e di convincerlo a ritornare in patria, si separò piangendo dal suo padrone e dopo un anno esatto dal loro arrivo riprese tristemente il mare verso il Pireo e verso la lontana Scozia. Woodruff continuò a cercare luoghi per leggere l'Odissea e a trovarne ovunque, in piedi, seduto, sdraiato fra le greggi del Ciclope, contemplando le vacche del Sole che scampanavano allegre lungo una valletta in faccia al mare. Trascorse anche indimenticabili giornate con Calipso, nella grotta di un pastore, finché Hermes non venne a spiegargli che avrebbe fatto bene a smettere e ad andarsene da lì al più presto. La gente del luogo si era abituata alla sua presenza, benché a volte guardasse con curiosità, e persino con ironia, quell'uomo con la lunga giacca che leggeva in continuazione il suo libro recitando strane formule. E quando Woodruff morì l'intero borgo si raccolse attorno alla sua salma.
Molte donne, con indosso lo scialle del lutto, si colpirono il petto e versarono lacrime di pianto. Molti uomini restarono immobili, con gli occhi asciutti, mentre il canto della prefica guidava il coro delle piangenti. Erano passati trentadue anni da quel giorno del 1776 in cui Woodruff, con un gesto del braccio, aveva indicato a Madigan la costa di Itaca che si affacciava a prora: "è aspra, non adatta ai cavalli..." Fu chiamato il Pope dell'isola, che in un greco certo molto diverso da quello che Wodruff era abituato a leggere nella sua Odissea, pronunziò l'orazione funebre per lo scomparso. Il passo più saliente del suo discorso, forse, fu questo: "Addio Woodruff. Nessun uomo, a Itaca, riuscirà più a camminare per i sentieri dell'isola, né a contemplare il porticciolo che tu chiamavi Forchis, senza che il tuo libro gli si piazzi in mezzo alla mente".


Con i libri

L'uomo nella pioggia porta una mantella di tela cerata e un cappello floscio. Sembra il capitano di una nave che sta affrontando la bufera. Io ho indosso solo la camicia e per la pioggia i capelli mi si appiccicano sulla fronte. Stiamo facendo insieme un tratto di strada, lungo University Street, lui non ha bisogno di ombrello, io sì, ma non ho certo il coraggio di dirgli che preferirei cercare un cornicione e aspettare. Ho l'impressione che a lui tutta quella pioggia piaccia e gli metta addosso un'allegria quasi infantile. I coni luminosi dei lampioni sono pieni di fili d'argento. "Ci sarà pur stato un passaggio, una frattura" dice l'uomo nella pioggia mentre continuiamo a camminare "Almeno nei sogni questo momento corrisponde per me all'immagine di un bambino che corre incontro a suo fratello grande. Nella mano destra tiene il sussidiario, nella sinistra il libro di lettura: «Che cosa ci si deve fare» chiede il bambino «con i libri?» E' il primo giorno di scuola della quinta elementare". L'uomo nella pioggia dice che suo fratello non risponde, e il sogno si interrompe. "Fino a quel momento leggere era stato come camminare o come andare in bicicletta. Una volta imparato lo si fa, non ci si domanda perché bisogna farlo o a che scopo. A scuola la maestra mi chiedeva di leggere solo per vedere se ero in grado di farlo, non c'era altro da sapere. Al massimo capitava di imparare a memoria qualche filastrocca. Ma quando arrivarono i due grossi libri della quinta elementare - il libro di lettura pieno di poesie e di prose con le note, il sussidiario diviso in storia, geografia, matematica - si vide chiaramente che le cose erano cambiate. Adesso bisognava leggere per uno scopo, per fare qualcosa con quelle pagine. Che cosa?" L'uomo nella pioggia dice che, nei sogni, suo fratello grande non risponde, ma nella realtà rispose. Ci sono due modi diversi per studiare i libri, gli spiegò, il primo consiste nell'imparare a memoria quello che c'è scritto per poterlo ripetere pari pari, il secondo nel capirlo e nel saperlo ridire con parole tue: devi scegliere tu. L'uomo nella pioggia dice che da allora la situazione per lui non è cambiata. "Che cosa ci si deve fare con i libri?" ancora si chiede. Come quel bambino del sogno.
Non conosco quell'uomo ma University Street è lunga diverse miglia, anche di notte si finisce sempre per incontrare qualcuno. Quando abbiamo cominciato a camminare insieme la pioggia scrosciava già, e neppure adesso il ritmo accenna a cambiare. Potrebbe durare per sempre. "E lei cosa ci fa, con i libri?" mi chiede bruscamente. Non rispondo. Dovrebbe sapere che la mia funzione, in questo dialogo, è solo quella di ascoltare e di tacere. Ho già le mie preoccupazioni, con tutte quelle pozzanghere da evitare. Oltretutto lui a ogni semaforo rosso si fa quasi un dovere di attraversare anche se passa una macchina, provocando frenate improvvise e schizzi d'acqua e fango. Per fortuna gli autisti si limitano a dare un colpo di clackson o a lanciare qualche imprecazione che la pioggia rende sorda. "A lungo avevo letto per piacere" continua l'uomo nella pioggia "Tom Saywer, Il Corsaro Nero, Capitani Coraggiosi. Soprattutto mi piacevano le avventure di mare, con i colpi di colubrina e le navi cariche di pirati. Leggevo per il gusto fisico di fare colazione e leggere, bere latte e leggere, dare il primo morso a un biscotto e attaccare il primo rigo del capitolo. Ricordo benissimo tutti quei libri, i nomi dei personaggi, le notti di luna sull'isola, gli assedi dal mare col lampo delle bombarde sulle mura. A quel tempo credevo che leggere i libri rientrasse fra le funzioni fisiologiche, o meglio fosse un'aggiunta necessaria, una seconda voce che si accompagnava al resto della vita quotidiana. Non mi sono mai chiesto che cosa ci si dovesse fare con Capitani Coraggiosi, lo leggevo e basta. Quando al campo accendevano il fuoco e cucinavano la carne sulla brace, era come se mangiassi anch'io. Vede" continua l'uomo nella pioggia "quella per me era come l'età dell'oro. Quando c'era cibo per tutti senza che si dovessero coltivare i campi, c'erano vino e latte perché zampillavano spontaneamente dalla terra. Gli uomini allora non si domandavano che cosa ci dovessero fare con il mondo che avevano intorno, non pensavano né di trasformarlo né di sfruttarlo. Ci vivevano e basta. Così era nella mia età dell'innocenza, quando leggevo i libri solo per leggerli, perché c'erano, a portata di mano, e davano piacere. Poi l'età dell'oro si interruppe bruscamente. Forse fu proprio quella la frattura, come nel sogno: il primo giorno della quinta elementare, quando qualcuno improvvisamente mi chiese conto di quello che leggevo. E con enorme sconcerto mi accorsi che con i libri ci si doveva fare qualche cosa. Ma cosa?" Beato lui che ha un impermeabile e un cappello da marinaio.
Anche se fosse al timone, in una notte di tempesta in mezzo all'Atlantico, riuscirebbe a restare asciutto. Io invece sono bagnato come se fossi caduto in mare con tutti i vestiti. University è una strada talmente lunga che sembra non avere mai fine. "Ho letto libri noiosissimi solo perché li sentivo nominare a scuola o li trovavo nella biblioteca di casa. Se tutti dicevano che bisognava leggerli, e se quei libri esistevano, come potevo non leggerli io? Le Tragedie di Vittorio Alfieri, gli Inni sacri del Manzoni, le Confessioni di un italiano. Ogni tanto avevo la tentazione di smettere ma poi, quando meno me l'aspettavo, mi imbattevo in un verso o in una frase che mi pareva di colpo bellissima. Allora la sottolineavo e cercavo di impararla a memoria. Forse era per questo che si leggevano i libri? Perché contengono delle frasi memorabili? Ma anche con quelle frasi non sapevo che farci. Mi domandavo se bastava saperle per poterle ridire a qualcuno e far vedere agli altri che avevo letto, o se non dovessi piuttosto trasformare quelle frasi in qualche altra cosa dentro di me. Ma non avevo idea di come avrei potuto fare. Era sempre lo stesso dilemma in cui mio fratello mi aveva lasciato, la ragione per cui, nel sogno, non mi risponde. Conosco tante persone che hanno continuato semplicemente a ripetere i libri che leggono, a chiedersi l'un l'altro «hai letto l'ultimo romanzo di...» oppure a citare una frase di un libro famoso per vedere se l'altro la riconosce. Ma non può essere che i libri esistano solo per essere ripetuti o citati. Sarebbe come dire che vengono scritti solo perché qualcuno possa coniugare un verbo e dire «ho letto». In ogni caso oggi sono certo che, in questo modo, i libri non servono. Ho letto tutti i drammi storici di Shakespeare, ma non mi ricordo più nulla e non saprei citare più nulla. La lunghezza degli atti era interminabile, le scene si succedevano talmente fitte che a un certo punto perdevo addirittura l'orientamento. Dove eravamo? Ma io andavo avanti con avidità, con un piacere quantitativo e un po' nauseante (oggi ho letto cento pagine, domani proverò se arrivo a centocinquanta) e quando chiudevo il libro godevo nel vedere il segnalibro che marcava un terzo, poi metà, e finalmente un fascio di pagine talmente grosso da far pensare che ormai ero alla fine. Ancora poco e avrei potuto dire di aver letto tutti i drammi storici di Shakespeare.
Ho ancora quei volumetti in fila su uno scaffale, in camera da letto, ma oggi posso dire di ricordarmi solo il nome Bolingbroke, che mi faceva pensare a una palla, e una donna detta Doll Tearsheet. Nient'altro. La prego" dice l'uomo nella pioggia "non giudichi troppo male la mia frenesia e la mia superficialità di allora. La verità è che mi trovavo di fronte al muro della vita e disperatamente cercavo una breccia per entrarci. Ero convinto che i libri fossero quella breccia". Figurarsi se io potrei giudicarlo male perché leggeva i libri troppo in fretta. A me basterebbe solo che smettesse di piovere. L'uomo si ferma bruscamente. "Sa che a un certo punto mi sono persino provato a polemizzare con gli autori? A scuola avevo studiato un po' di filosofia e leggendo L'elogia della follia, a diciassette anni, me la prendevo a margine persino con Erasmo. «In questo modo» scrivevo «tu trasformi gli uomini in cani da corsa...» Lo so che è un nota cretina, ma lo facevo per disperazione. I libri mi facevano arrabbiare, non sapendo che cosa farci li criticavo - forse era per quello che si leggeva, per ostilità, per inimicizia, per affermazione di sé? Molti del resto continuano a farlo tutta la vita, e in questa lettura arrogante, più simile a una lotta che a una decifrazione, pensano di aver trovato la ragione dell'esistenza dei libri. Ma io mi sentivo solo uno sciocco. Smisi di polemizzare. Purtroppo, però, non riuscivo più a leggere senza questa". L'uomo nella pioggia tira fuori una matita da sotto la mantella e me la mette sotto il naso. "Persino i libri belli, quelli che mi davano piacere, ormai li leggevo sottolineando, non facevo più distinzione fra Il gattopardo e i romanzi di Gabriele D'Annunzio. Continuavo a cercare delle frasi da citare, che mi facessero fare buona figura quando le avessi ripetute, oppure delle frasi sciocche da segnare con tanti punti interrogativi. A forza di sottolineare mi abituai a fare confronti e mi perdevo dietro a mille analogie. Questo lo dice meglio Thomas Mann, questo sta già in Proust anche se ad altro proposito, qui Tasso in realtà traduce Ovidio. Mi inebriavo di quei paralleli ma intanto guardavo con invidia i miei compagni che studiavano il manuale di anatomia o il trattato di scienza delle costruzioni. Loro sapevano che cosa dovevano farci, con i loro libri, li avrebbero usati per curare la gente e per fare la case. Ma io? Avevo perfezionato la mia capacità circolare di andare da un libro all'altro, di confrontare e criticare, ma era come un gioco di biliardo, con la pallina che batte quattro sponde e anche di più, se il giocatore è bravo a dare il giro.
Usavo i libri per passare continuamente ad altri libri. Ma non uscivo comunque da lì". L'uomo nella pioggia riprende a camminare. E' grande e grosso, nella sua mantella di tela cerata, eppure il suo passo ha ancora qualcosa di infantile, come se da un momento all'altro potesse mettersi a correre a scomparire dietro un muretto. University è una strada molto lunga ma so che fra non molto, anche se la pioggia non accenna a diminuire, arriveremo alla spianata. "Facevo lunghe passeggiate, come questa, e parlavo con i miei amici. Ore e ore di conversazioni defatiganti, deludenti, perché loro non leggevano libri o se ne leggevano non ne parlavano, e non si domandavano perché li leggevano. Tornavo a casa esausto e mi rimettevo a leggere. Avevo l'impressione che la breccia non si aprisse, anzi, il muro era sempre più spesso. Avevo creduto che i libri mi avrebbero aiutato e invece era il contrario. Tornavo a casa ed ero solo perché pensavo che i miei amici erano diversi dai libri che leggevo, e anche le ragazze che conoscevo erano diverse da quelle che imparavo dai libri - le belle Micol, le dolci Sally che suonavano il pianoforte, le Marie brune e pensierose che vivevano in case piene di fiori. Man mano che mi entravano dentro, i libri che leggevo mi facevano sempre più simile a loro stessi e, invece di aiutarmi a entrare nella vita, me ne allontanavano. I libri suggeriscono l'esistenza di tante belle persone che però, disgraziatamente, non esistono, e in questo modo spingono circolarmente verso loro stessi. Si cercano sempre nuovi libri perché non si possono frequentare persone simili a quelle che si leggono. Forse c'è un disegno in tutto questo. I libri suggeriscono l'impossibile per poter continuare ad esistere senza essere disturbati. Come tutte le caste, anche quella dei libri tende a mantenersi in vita con tutti i mezzi, anche i più astuti". Passa un cane, si volta verso di noi, improvvisamente ha gli occhi rossi. L'uomo nella pioggia accenna un movimento brusco, come se volesse correre dalla sua parte, e il cane attraversa la strada con uno scarto. Poi scompare fra le auto di un parcheggio. "Cominciai a scrivere di libri" continua lui "le mie rozze note a margine diventarono saggi e recensioni. Forse era per questo che i libri esistevano, pensavo, per poterne scrivere. Io scrivevo di libri e altri leggevano quello che scrivevo, per potere a loro volta scrivere di me e dei libri di cui scrivevo io. In un certo senso, gli altri scrivevano per rispondermi, come se ci scambiassimo delle lettere sui libri. Credo che sia questa l'origine di ciò che chiamano critica letteraria, il bisogno di fare comunque qualcosa con tutti i libri che ci sono in giro. Mi accorgevo che adesso stavo prendendo l'altra delle due vie che mio fratello mi aveva indicato da bambino, provavo a ridire con parole mie quello che leggevo. Proprio come prima cercavo di imparare a memoria delle belle frasi da citare, per far vedere che avevo letto. Ma crede che così io fossi finalmente felice?"
Mi stringo nelle spalle. Come potrei saperlo? "I libri della mia biblioteca erano diventati oggetti da squadernare e scarabocchiare, li trattavo con la sicurezza un po' sprezzante con cui un falegname prende i pezzi di legno di cui ha bisogno per costruire le sue scaffalature. Li riempivo di fogli incollati e il loro volume aumentava smisuratamente. Accanto ai libri che usavo, con le copertine gualcite e sformate, cominciai ad allineare i miei, quelli che scrivevo su di loro. Il bisogno di scrivere di libri cominciò ad attanagliarmi, il tempo non bastava mai. Per scrivere di libri bisognava leggerne in continuazione, alla fermata dell'autobus, nella coda del supermercato, in treno. Leggevo per avidità e per possesso, per trasformare quello che leggevo in una cosa mia. Leggevo il giornale abbandonato da qualcuno sulla poltrona a sdraio, nella certezza che se non lo avessi fatto subito quell'occasione non si sarebbe ripresentata mai più. Leggevo in stato di continua emergenza, come si leggono delle istruzioni in codice, alla fine delle quali sta scritto «adesso inghiotti il foglio».  A volte" l'uomo nella pioggia abbassa la voce "ho persino rubato per questo. Quando vedevo un libro che poteva essermi utile lo nascondevo sotto la giacca e lo portavo via, per impedire ad altri di leggerlo e di farne lo stesso uso che volevo farne io. Non immagina fino a che punto si può scendere, con i libri..." Finalmente siamo arrivati alla spianata, la fine di University Street. Un tempo qui c'era la banchina del porto, ma da molti anni questo tratto di baia è stato interrato. Davanti a noi non si vede acqua ma solo una grande distesa di camion e di gru. La baia è lontana, segnalata appena dai rintocchi della campana che nella nebbia guida i battelli verso l'attracco. Ci fermiamo sotto un lampione. "Faccio il conto dei miei anni" continua l'uomo nella pioggia  "e penso a quanti libri potrò ancora leggere. Un numero finito. Da ragazzo credevo che i libri fossero infiniti ma non è vero. O perlomeno, sono infiniti i libri che esistono, ma non quelli che si possono leggere. Con che criterio dovrei scegliere i libri che mi restano ancora da leggere? E soprattutto, vale la pena di continuare a farlo?" Non capisco perché l'uomo nella pioggia lo chieda a me. Francamente mi interessa molto di più essere arrivato alla spianata "Anche Vittorio Alfieri se lo era domandato. La sua risposta era che, continuando a leggere, avrebbe avuto la soddisfazione di morire meno asino di come era venuto al mondo. E' una frase molto spiritosa, non trova? Invece Seneca, alla fine della vita, diceva alla Natura: ti restituisco sapendo quello che mi hai dato quando non sapevo nulla. Un modo di mettere le cose molto più dignitoso di quanto non facesse Alfieri. Belle frasi. Non per nulla stanno nei libri. Ma non dicono molto di più se non che bisogna continuare a leggere libri perché vale la pena leggerli". Ho capito che ormai stiamo per salutarci. La spianata è piena di lampioni, per via del parcheggio dei camion. "Ormai ho rinunziato a capire. Probabilmente i libri sono come Dio, la loro esistenza segue dei piani troppo al di sopra della mia mente perché io possa sperare di comprenderli. Forse dovevo leggere dei libri solo perché una goccia di quel loro succo infinito (infinito come Dio, che è tutto in tutto) rifluisse anche dentro le mie vene, e di qui dentro ad altre vene, in un movimento senza fine. Il perché non lo so.
I libri sono come Dio, ci devono essere e basta. Però" continua l'uomo nella pioggia "io non riesco a dimenticare la mia età dell'innocenza, prima che ci fosse quella frattura del sogno. Quando leggevo Capitani coraggiosi e Il Corsaro Nero, quando non avrei mai pensato che, con i libri..." Sulla spianata c'è un vecchio locale, si chiama "The Schooner". Sta lì dai tempi in cui di fronte alla sua porta c'era la banchina e le navi a vapore attraccavano per scaricare grano ed emigranti. Pur essendo così tardi "The Schooner" è ancora illuminato e dentro si vedono uomini che bevono e fumano. Se si voltano le spalle alla spianata per guardare fisso verso la porta di legno e la lanterna di ottone, simile a quelle delle navi, pare ancora di stare sulla banchina, con l'acqua della baia che lambisce le pietre, e non ai bordi di un parcheggio. L'uomo nella pioggia si toglie il cappello di tela cerata e mi porge la mano. Adesso che lo vedo col capo scoperto, sotto la luce dei lampioni, mi accorgo che è bellissimo. Ha il viso perfetto di un adolescente, gli occhi azzurri, i capelli biondi e lunghi fino sul collo. Sono talmente colpito dalla sua bellezza che quasi non riesco a trovare la mano che mi porge. "Buona notte" mi dice con un sorriso. "Buona notte" gli rispondo con la lentezza stupita di un sogno "capitano Hornblower".


Guarda il mar ma statti alla riva

Alma e Aadan abitano insieme da circa dieci anni. Alma è molto anziana, ma sta bene, e se non fosse che vede così poco potrebbe essere contenta della sua vecchiaia. Aadan è più giovane, anche se non molto, e viene dalla Somalia. Passa le sue giornate in casa ed esce solo la mattina per fare la spesa. Una volta la settimana, se non piove, Alma e Aadan vanno fuori insieme per guardare le vetrine. Aadan le descrive ad Alma, che peraltro sostiene di vederle, e spesso sembra veramente che le veda. A volte ad Aadan mancano le parole e Alma gliele suggerisce, pur senza distinguere bene gli oggetti di cui parlano. "Grande vestito blu" "E' un cappotto" la corregge Alma. Alla fine della loro breve passeggiata le due donne entrano regolarmente nel negozio di fiori dove però non comprano mai niente. Alma ama le piante, e Aadan, al suo paese, faceva la contadina. Il profumo del negozio piace a tutte e due. Alma non legge più da tanto tempo, perché non vede. Aadan è analfabeta.
"Come fai a ricordarti così bene i numeri di telefono?" si lamenta Alma " se solo avessi un po' della tua memoria!" Aadan ricorda perfettamente il telefono dell'idraulico, quello del laboratorio di riparazioni tv e persino i prefissi delle città. Però Alma non è mai riuscita a convincerla del fatto che esistono i numeri civici delle vie, Aadan preferisce dire "strada verduraio" o "palazzo automobili". Se non conosce già il posto dove deve andare fa lunghi giri concentrici, chiedendo informazioni ai passanti, e alla fine trova immancabilmente il portone o il negozio che cercava. Per lo stesso motivo riesce a cucinare dei dolci complicatissimi senza dimenticare né un ingrediente né una dose. A volte Alma le dà dei suggerimenti del tutto inutili "Bastano solo trecento grammi di zucchero se metti mezzo chilo di farina". Aadan non sa leggere la bilancia e fa tutto a occhio. In compenso Alma ha due libri di cucina pieni di vecchie ricette, scritte da lei o dalle sue amiche, che ormai non servono a nessuno. Alma non ha più occhi per leggere, Aadan non ha mai imparato. Per una la lettura è un ricordo, per l'altra un sospetto, e per entrambe i libri e i giornali sono muti. Gran parte del tempo lo passano a parlare e, molto spesso, a raccontare. "Parlami del tuo paese" le chiede immancabilmente Alma. Aadan sorride, poi allarga le braccia "Ancora?" "Non mi racconti mai niente. Le avete le galline?" Alma pensa che la Somalia sia simile all'Astigiano di quando lei era bambina, e forse non ha tutti i torti. Crede che ci siano i contadini che tornano a casa la sera, sul carro, e le ragazze che guardano da dietro la porta di casa "Noi abbiamo tenda, non porta" dice Aadan "molto caldo in Somalia". E' vero però che Aadan non racconta volentieri della Somalia, probabilmente ha visto scene troppo brutte. L'unica cosa di cui parla è suo figlio, perché ha studiato ed è tornato in patria per fare l'avvocato "Lui tanti libri in casa, come te" "Potessi leggerli" esclama Alma "ce ne sono ancora tanti che non ho letto!" Per Alma i libri sono solo quelli vecchi che ha nella sua libreria: di nuovi non ne ha più visti da almeno dieci anni e piano piano si è dimenticata del fatto che continuano a uscirne. Probabilmente non le interesserebbero nemmeno più, l'incapacità di leggere rafforza la sua convinzione che la vita, e dunque anche i libri, siano solo quelli di una volta. Dei suoi vecchi libri crede di riconoscere alcune copertine - Orgoglio e Pregiudizio, La saga dei Forsythe, Le memorie di un uomo inutile - e qualche volta le mostra ad Aadan. "Questo è molto bello" le dice seriamente, indicandole un libro che lei pensa sia La saga dei Forsythe. Nessuno sa che cosa pensi davvero Aadan dei libri. Li spolvera spesso, ma non è mai accaduto che ne togliesse uno dallo scaffale. Il figlio di Aadan parla francese, ha fatto l'Università a Nanterre. Quando si arriva a questo punto la parola passa immancabilmente ad Alma, che comincia a raccontare. "Anche mio nonno parlava benissimo francese. A quei tempi, in Piemonte, tutte le persone colte sapevano parlare francese. La mia famiglia abitava nella Villa dei Lamarmora perché mio nonno era intendente dei beni del Marchese" "Intendente?" "Vuol dire uno che si occupa di amministrare la ricchezza di un altro, le terre, i conti in banca, le azioni. Chiedi a tuo figlio, l'avocat, vedrai che te lo spiega. Il marchese invece è un nobile, una persona importante" Aadan si appassiona sempre molto ai racconti di Alma, soprattutto quando ci sono di mezzo dei nobili. In un certo senso è vero che la Somalia rassomiglia all'Astigiano di tanti anni fa. "Il Marchese Lamarmora, il vecchio, era un eroe, è quello che ha fondato il corpo dei bersaglieri. Sono i soldati che corrono sempre, con la tromba, e hanno le piume sul cappello". Aadan conosce bene i bersaglieri, li ha visti alla televisione. E anche al suo paese ciascun nobile ha i propri soldati. "A quei tempi non si scherzava" continua Alma "sulle colline c'erano i briganti e quando mio nonno portava i soldi in città, con la diligenza, c'era sempre la possibilità di incontrarli" Aadan non sa che cosa sia di preciso una diligenza ma questo ha poca importanza "E poi sulla diligenza viaggiava spesso anche la Marchesina Lamarmora, che andava a scuola a Torino con le mie zie, al Collegio dell'Adoration " "Non bersaglieri?" "Macché bersaglieri, a quei tempi non avevano paura di niente. Mio nonno metteva un cuscino sotto i piedi delle ragazze, perché non si sciupassero le scarpe. Ma quel cuscino era pieno di monete d'oro. Una volta i briganti fermarono davvero la diligenza e rubarono il portafoglio a mio nonno, però non pensarono di togliere il cuscino da sotto i piedi dalle ragazze" Aadan sorride. Avevano molto rispetto per le donne, quei briganti "Molti briganti in Somalia, anche vicino a mio villaggio. Noi paura per le ragazze" "E non ci sono i soldati, la polizia?" Aadan allarga le braccia. "Racconta di zio Paolo". Aadan conosce quasi tutte le storie della famiglia di Alma, ma le piace sentirle ripetere.
Non avendo mai letto una sola riga in vita sua, Aadan concepisce il racconto, di chiunque e di qualunque cosa, come l'unica possibile alternativa alla noia e al silenzio. Dal racconto si aspetta tutto e non si aspetta nulla. Sa bene che certe volte dai racconti potrà ricevere molto divertimento, e persino degli insegnamenti, mentre altre volte essi risulteranno del tutto indistinguibili dalla chiacchera più banale. Ma in ogni caso non importa, è così che si fa e si è sempre fatto. Per cui è giusto che ora Alma le racconti di zio Paolo. "Oh lui. Da giovane voleva fare il capitano di mare, sulle navi che andavano in America, mio nonno però non aveva voluto che lasciasse il paese. Zio Paolo voleva vedere il mondo e correre delle avventure, come quelle che leggeva nei libri. Ma mio nonno non ne voleva sapere. «Guarda il mar ma statti alla riva» gli ripeteva. Capisci che cosa vuol dire questo proverbio? Che le cose belle ma pericolose, come il mare, è meglio guardarle di lontano. Quando io l'ho conosciuto zio Paolo era già vecchio e abitava in una piccola casa" Alma avrebbe voluto dire una dépendance  "in fondo al giardino della Villa. Cavava i denti ai contadini. Facevano degli urli, quei poveretti! Mio nonno lo aveva messo là perché non voleva sentire quegli urli". Aadan è terrorizzata dai dentisti e si mette una mano sulla bocca. Anche al villaggio veniva qualche volta un dentista e lei, quando passava davanti a quella casa, voltava gli occhi dall'altra parte. "Prima però zio Paolo aveva fatto la bella vita, a Torino. A mio nonno diceva che studiava per prendere la laurea in medicina, invece affittava persino una carrozza, con i soldi che gli mandavano le sorelle, e se ne andava su e giù con le ballerine. Quando poi aveva finito i soldi vendeva il cappotto" "Grande vestito blu" pensa probabilmente Aadan "e passava le notti in un caffé. Dopo un po' le zie mandavano altri soldi e lui ricominciava da capo a divertirsi con le ballerine e a girare in carrozza. Quando mio nonno se ne accorse lo costrinse a tornare immediatamente a casa e gli fece prendere la laurea per corrispondenza. Cioè per lettera". Questa cosa che le lettere possano servire persino a prendere la laurea è sempre sembrata molto misteriosa ad Aadan. Che cosa ci deve essere scritto, in una lettera, perché possa servire a prendere una laurea come quella di suo figlio? "Così zio Paolo aveva passato tutta la sua vita alla Villa, in quella piccola casa in fondo al giardino. Stava sempre in camera sua a leggere, gli piacevano soprattutto i libri di viaggi e i romanzi di avventure. Una volta al mese si vestiva elegante e usciva, portando con sé una borsa di cuoio rosso. Stava via da casa un paio di giorni, nessuno era mai riuscito a sapere dove andava. Chi diceva che aveva un'amica a Torino, altri che era per una visita medica, altri sussurravano persino che avesse una famiglia di nascosto da tutti. Quando tornava, sempre con la sua borsa di cuoio rosso, si infilava in casa senza dire una parola e si metteva di nuovo a leggere" "Sempre libri?" chiede Aadan sospettosa "Sempre libri". Zio Paolo leggeva libri di viaggi, e quando i contadini avevano bisogno di lui bussavano alla porta della piccola casa. Entravano, urlavano, poi uscendo si inchinavano e zio Paolo portava in casa un pollo oppure delle bottiglie di vino. "Negli ultimi tempi però erano diventati poveri e a Villa Lamarmora li tenevano quasi per carità.
Le mie zie lavoravano in casa, facevano le bambole per un commerciante di Asti, e quando si trovavano in difficoltà più gravi vendevano qualche mobile. Se non li avessero venduti tutti adesso ne avrei chissà quanti" Alma non ha mai digerito questa faccenda dei mobili, anche se da allora devono essere passati almeno ottant'anni "mi è rimasto solo il cassettone dell'ingresso. Quello è un bel mobile davvero, ti ricordi che quando è venuto il falegname lo voleva comprare per cinque milioni?" Cinque milioni. Una somma incredibile. "Anche libri venduti?" chiede Aadan. Alma lì per lì non risponde "Chissà. Di sicuro però alla morte di zio Paolo successe una cosa molto strana". Aadan si aspettava qualcosa di strano da uno che leggeva tutti quei libri. "Dopo il funerale le sorelle entrarono nella piccola casa in fondo al giardino per mettere un po' d'ordine. Pensavano che c'era il laboratorio da dentista da smontare, le pinze, i trapani, le bottiglie di etere, poi i vestiti di zio Paolo che si potevano dare alle suore perché li distribuissero ai poveri. Ma quando entrarono nella stanza da letto videro che era completamente piena di libri. Ce n'erano dappertutto, sui comodini, sui davanzali delle finestre, sul divano, ma la maggior parte erano ammucchiati per terra. Le sorelle dovettero farsi aiutare da due contadini per metterli nei sacchi e portarli in giardino, da sole non ce l'avrebbero mai fatta".
Aadan sta sempre aspettando quello che successe, la cosa strana. "Insomma, quando una di loro ebbe sgombrato l'armadio dai libri che Paolo aveva ammucchiato anche lì, vide che sul fondo era appoggiata la famosa borsa di cuoio rosso. Le sorelle restarono in dubbio se dovevano aprirla oppure no. In fondo lui la usava solo per quelle sue gite segrete, forse non avrebbe avuto piacere che loro guardassero cosa ci nascondeva. Ma alla fine decisero di aprirla. Nessuno avrebbe mai potuto immaginare quello che videro. Dentro la borsa c'era una sciabola, un'uniforme blu e un berretto da ufficiale. Sulla fascia interna del berretto, che era ancora nuovo, c'era scritto: «Capitano Paolo Amerio». Una volta al mese, zio Paolo andava chissà dove per vestirsi da capitano di marina, come aveva sempre desiderato di fare. Strano che nessuno lo avesse mai incontrato vestito in quel modo. Forse si rinchiudeva in una stanza d'albergo o forse, per sentirsi un marinaio, gli era già sufficiente tenere i vestiti chiusi nella borsa. Proprio come diceva mio nonno, guarda il mar ma statti alla riva" Alma ride. Da bambina, quando le zie le raccontavano questa storia, lei si immaginava zio Paolo mentre, con l'elsa della sciabola stretta sotto il braccio, guardava il mare dalla riva dei libri.


Lettere da Salomies

C'è molto vento. Ho appoggiato la carta su una tavoletta, seduto sui gradini, ma non so per quanto tempo riuscirò a scrivere. Veloci come insetti passano fili d'erba, frammenti di corteccia, grumi di terra. Si arrestano per un attimo sulla superficie bianca del foglio poi, con la stessa velocità, riprendono il volo e scompaiono. Ho scritto poche righe, solo la data e l'inizio di una descrizione: "Salomies, il giorno IV di Ecatombeone C'è molto vento. Ma il sole è forte come al solito, e nei turbini che portano terra e odore di menta arriva anche il canto di una cicala. Sono le quattro del pomeriggio, e penso che tu..." Non ho altro mezzo per comunicare se non scriverti. Qui a Salomies, dove mi trovo ormai da più di tre mesi, non esiste telefono, posso solo scriverti una lettera. Che però non potrò spedirti perchè non c'è neppure la posta. Al massimo la mia lettera resisterà qualche minuto sulla tavoletta, qua fuori, poi prenderà il volo assieme ai fili d'erba e scomparirà chissà dove. Così tu non potrai mai sapere che esisto ancora. Ma io saprò che esisti tu. Almeno nella mia lettera esisterai e domani, quando vedrò il sole nella stessa posizione, e altri fili d'erba correranno col vento, tu tornerai qui ad esistere. Del resto che tu ci sia davvero o no, dall'altra parte di questa lettera, non me ne importa niente. Mi accorgo che la consolazione che mi dai, esistendo dentro le mie lettere, appartiene solo a me. Le mie sono diventate lettere di puro egoismo. Il pronome che ti rappresenta è più che sufficiente. Scrivendo "tu" posso scrivere anche "io", e così esistiamo già tutti e due, dove mi pare e quando mi pare, col solo vincolo di una trama (fatta di lettere mie) che dà senso alle cose che ti racconto. La lettera, mi ha detto Ermogene, è come la metà di un dialogo. Si sbaglia. O perlomeno questo non vale per la mie lettere a te, che sono un dialogo tutto intero. Forse la lettera forma la metà di un dialogo quando dall'altra parte c'è una persona diretta, che attende di ricevere delle notizie e vuole rispondere. Ma tu non sei una persona diretta, e non potrai mai rispondermi. Ermogene ha la barba a punta, quando mi ha sorpreso a scrivere, seduto sui gradini del Tempio, ha subito voluto dimostrarmi che conosceva l'arte della definizione. "Cos'è una lettera?" ha esclamato "nient'altro che la metà di un dialogo". Ma Ermogene è un retore schematico, e dell'argomento "lettere" deve essersi occupato solo frettolosamente. Se si fosse impegnato di più, avrebbe scoperto anche quanta simulazione contengono. In realtà ho sempre avuto difficoltà a scrivere lettere vere a delle persone autentiche.
Non mi piace ingannare la gente. Come tutti, in questi casi ho sempre preferito telefonare. "Salomies, il giorno V di Ecatombeone  Ho fatto dei lavori, sai? ho tolto i rovi, sgombrando l'ingresso, e insieme a Lica abbiamo persino tirato su due tamburi di colonna. Il Tempio è piccolo, forse è per questo che nessuno l'aveva mai utilizzato per abitarci. Vedrai quando farà freddo! mi dice Ermogene, e può darsi che abbia ragione. Ma per ora sto molto bene, non ho mai vissuto in una casa così bianca. Gli uccelli si sono abituati alla mia presenza, e ogni mattina una ghiandaia mi sveglia per chiedermi le briciole di pane. Temo di averla viziata..." Preferisco telefonare perché il telefono non richiede simulazione, specie se si conosce già chi sta dall'altra parte del filo. Ma anche se non lo si conosce, pochi toni di voce, lo stesso modo di dire "pronto" o "this is Charlie Ross", sono sufficienti a dare un volto all'interlocutore. Dopo di che a ogni domanda segue una risposta, il sì e il no nascono immediati. Quanto si può simulare dentro un microfono che dà la tua voce in presa diretta ? Ben poco. Il telefono non ti permette di tornare indietro su un discorso sbagliato, per annullarlo e farne un altro più adatto alla situazione. Il telefono non si cancella, per questo è refrattario alla simulazione. Al massimo si può evitare la conversazione raccomandando a qualcuno "per favore, digli che non ci sono!" Ma poi l'altro richiamerà, oppure richiameremo noi, snervati, incapaci di rimandare ancora. E la simulazione, anche quella poca che consiste nel negare se stessi, sarà per forza finita. In una lettera invece il tempo e i mezzi per simulare sono infiniti, ogni discorso può essere cancellato e riscritto quante volte si vuole. Ecco perché le lettere si prestano così bene ad essere scritte a qualcuno che non c'è. Basta inventare o riscrivere non solo le cose che si dicono ma anche la persona a cui ci si rivolge. In questo modo le lettere danno anche una grande consolazione. Invece il telefono, in casi del genere, non serve proprio a nulla. Non si può telefonare a qualcuno che non c'è. Il telefono da solo non fa mai compagnia, e non è capace di riempire alcun vuoto.
Telefonare a qualcuno che non c'è significa solo ascoltare un segnale che si perde chissà dove, assieme alla speranza. "Salomies, il giorno VI di Ecatombeone Da un momento all'altro mi aspetto la visita del capitano bizantino. Il forte è a cinque miglia da qui, costruito su un picco che guarda la baia. Ieri tre soldati, armati di lance, si sono fermati a lungo sulla collina di fronte. Avevano l'aspetto di Bulgari, ed erano quasi degli straccioni. Forse Lica, il pastore di cui ti ho parlato, li ha avvertiti della mia presenza (gli avevo raccomandato di non farlo). Oppure passavano di qui per caso e hanno capito che nel Tempio ci abita qualcuno. Prima o poi il capitano verrà, vorrà conoscermi. Forse crede che io sia un mendicante, o un eremita! Verrà, se non altro per spiegarmi come ci si deve comportare nel caso che sbarchino i pirati. O magari per sincerarsi che io non sia uno di loro, pronto a far segnali di notte, a tradire: come sono pronti a tradire i suoi soldati, com'è pronto a tradire Lica, con i suoi occhi bruni e molli come fichi secchi. Hai paura per me? Qua si muore così facilmente..." Per fortuna non mi leggerai. Altrimenti dovrei stare attento a quello che scrivo, dovrei tacere tante cose e cercare solo di farti ridere. Come facevo prima, quando ti spedivo realmente le mie lettere. Scrivere lettere vere, a persone vive, è molto difficile. Solo un retore (sarà stato Ermogene ad avvertire il capitano della mia presenza?) può credere che queste "metà di dialogo" siano come una registrazione telefonica in cui le battute della conversazione sono state trascritte su fogli separati. In realtà le lettere vere sono persino più immaginarie di quelle fantastiche, e la mente deve sforzarsi molto di più. Ricordo quando ci scambiavamo realmente delle lettere. Te ne ho scritte centinaia nella mia vita. Ti ho scritto dal treno, dalla nave, da casa, ti ho scritto da remoti alberghi di vacanze e dal bar sotto le tue finestre. Il mio destinatario, tu, eri vero, eppure io dovevo immaginarti ogni volta. Eri il termine dei miei pensieri, io prendevo quello che vedevo, o quello che sentivo, e per te lo mettevo in forma di parole: "Qui dove siedo l'aria è molto chiara, e di fronte a me il mare corre in una prospettiva che sembra infinita..." Figurarsi se non è immaginaria una persona che fa da termine a pensieri sull'aria e sul mare! Ma questo non è ancora nulla. Perché mentre scrivevo mi capitava a volte di vederti, o di pensarti, mentre a casa tua avresti letto quello che scrivevo. E allora sì che ero costretto ad immaginarti, ancor più di quando eri solo un sentimento, un fantasma lucente che faceva da termine ai miei pensieri. Immaginavo come avresti potuto essere al momento in cui la mia lettera ti fosse arrivata, perchè certo la tua persona sarebbe stata molto diversa dall'ultima volta in cui ci eravamo parlati: o dall'ultima volta in cui ci eravamo scritti. Il tempo è una sostanza terribile, che a tutto si mescola e tutto cambia. Per questo bisogna consumare gran parte della propria mente, e della propria vita, per pararne i danni in anticipo.
Pensare al tempo porta via un sacco di tempo. Da quando non ti spedisco più le mie lettere è tutto molto più facile. Non devo immaginare niente che ti riguardi mentre ti scrivo, niente che si allontani dal modo in cui il mio capriccio, il mio egoismo, ti ha fissato una volta per sempre. E anche riguardo a me, non solo riguardo a te, sono molto più tranquillo. Perché allora, quando ti scrivevo davvero, dovevo continuamente immaginare anche me. Me stesso come tu mi volevi, o come mi piaceva che tu mi volessi. Oppure immaginare me stesso come sarei stato quando la mia lettera fosse giunta a destinazione - una persona per forza differente rispetto a quella che in quel momento ti stava scrivendo. Nella lettera cercavo il più possibile di farmi rassomigliare all'"io" che sarei stato il giorno in cui "tu" mi avresti letto. Solo che non riuscivo mai a prevedere esattamente come sarei stato in quel momento. Nel frattempo sarei persino potuto morire, ma tu avresti continuato a leggermi come se fossi stato vivo. Ripensandoci oggi, mi sembra di aver passato giorni e giorni a stiracchiare me stesso, quando ti scrivevo davvero, raddoppiandomi nella forma di un fantasma supposto e inesistente. "Salomies, il giorno VII di Ecatombeone  Penso che il capitano stia per arrivare. Mi sembra persino di sentire il passo del suo cavallo. Temo che i suoi soldati siano già stati avvertiti: meirákia! avrà ordinato il capitano senza scendere di sella, solo un colpo di lancia, senza rumore, ma prima guardatevi bene in giro..." Se solo dovessi pensare che "tu", in qualche modo, potresti leggere questa lettera e rispondermi! che tra una settimana, o tra un mese, Lica potrebbe arrivare trafelato, portandomi una busta con su scritto "urgente" "per favore" "fate presto..."
Dovrei sforzarmi di immaginare. Ah già, esclamerei, deve essere la risposta a quella lettera in cui scrivevo che il capitano stava per arrivare, per questo ci sono delle frasi così angosciate! Avrei di fronte agli occhi il tuo viso spaventato - e subito dopo dovrei anche cercare di immaginare te come sei invece "adesso", cioè nel momento in cui ricevo la tua lettera. Una persona ancora differente da quella che, nella lettera, mi scongiurava di stare attento e di scappare. Una persona che nel frattempo è diventata più tranquilla, che magari si è addirittura messa (come si dice) il cuore in pace. Comincerei inevitabilmente a pensare che fra te e i caratteri della tua lettera c'è un vuoto senza fine. E allora potrei anche impazzire, non ci sarebbe più certezza di nulla. Neppure di me che certo, quando mi scrivevi, tu immaginavi in una condizione (riverso sui gradini del Tempio, nascosto fra i rovi, in un burrone...) differente da quella in cui potrei trovarmi al momento in cui ti leggessi. Perché nel frattempo potrebbe benissimo essere accaduto che il capitano bizantino non fosse venuto affatto, oppure che fosse venuto e si fosse dimostrato amichevole e simpatico. In quel caso io potrei persino trovarmi a leggere la tua lettera di terrore proprio mentre sto giocando a scacchi con il capitano, sui gradini del Tempio. Dio mio, ma quanti condizionali e quanti congiuntivi sono necessari per descrivere che cosa capita con le lettere vere! "Salomies, il giorno VIII di Ecatombeone che ne diresti se ti descrivessi finalmente la mia amica ghiandaia? Ha un color verde scuro, e tutte le mattine si affaccia fra i tamburi delle colonne frullando le ali per svegliarmi. Oggi però non si è fatta vedere. Ermogene, che si picca di disquisire su tutto, anche sugli argomenti più futili, dice che gli uccelli sentono il pericolo molto prima degli uomini, e che quando scompaiono bruscamente...." Il vento cresce, e il foglio su cui stavo scrivendo è volato fra i sassi, verso il mare. Come tutti gli altri. Si perde un'altra lettera indirizzata a te, che non ci sei. Proprio come non c'è il pastore Lica, non c'è Ermogene, il retore con la barba a punta, e non c'è neppure il capitano bizantino che sta per spuntare da dietro la curva. Da quando ho smesso di spedirti le lettere che scrivo tutta la mia esistenza combacia molto meglio di prima. Vivo in un mondo completamente fantastico eppure la mia immaginazione si riposa tanto di più. Ma gli uccelli si sono zittiti completamente, e nel sole ho visto un lampo di metallo. "Meirákia!"


Non dava di niente

"Quando la tromba annunziò la visita del generale Baistrocchi Peppino aveva appena buttato gli spaghetti. Cioè li aveva buttati il suo attendente" "Intendente?" interrompe Aadan "No, ho detto attendente" la corregge Alma "l'intendente era mio nonno, quello che curava i beni dei Lamarmora. L'attendente invece sarebbe un soldato che fa i servizi a un ufficiale. Rifà il letto, cucina, stira..." Anche Aadan sta stirando, in salotto con Alma, e le sembra strano che un soldato possa fare gli stessi lavori che fa lei. Al suo paese i soldati uccidono la gente con le bombe e il fucile, non stirano i vestiti. La televisione è rimasta spenta. Fanno vedere solo morti ammazzati, si lamenta Alma, e un sacco di maleducati che gridano! Così Aadan sta stirando e Alma siede composta sul divano, con la piccola persona un po' sprofondata nel cuscino. Accanto allo schienale c'è un porta giornali con dentro un rotocalco, il reportage delle nozze fra Prince Charles e Lady Diana. E' stata l'ultima cosa che Alma, se pure aiutandosi con la lente, è riuscita a leggere, e da allora quel rotocalco è rimasto lì, unico, senza essere sostituito da nessun altro. Ormai Aadan si è abituata a spolverarlo con la stessa diligenza priva di curiosità con cui tratta la zuppiera bianca di Bassano e la statuetta del violinista. Alma sta raccontando, come spesso accade quando Aadan stira e lei si annoia. Dai suoi racconti la vecchia somala impara un'Italia che non esiste più da almeno cinquant'anni, e forse non è neppure mai esistita. Se Alma avesse ancora gli occhi buoni probabilmente leggerebbe ad Aadan, che stira, quello che sta scritto sui settimanali, storie di politici e di attori. Un'Italia ugualmente falsa e irreale, ma perlomano identica a quella di cui leggono e parlano anche tutte le altre persone. Ma Alma non ci vede abbastanza per leggere, e Aadan è analfabeta. Per cui, soprattutto quando Aadan stira, l'Italia torna ad essere quella di zio Paolo, dell'intendente dei Lamarmora e del generale Baistrocchi. "Figurati Peppino quando sente dire che è arrivato il generale! Tremava dalla rabbia. Per lui gli spaghetti erano sacri, e quel Baistrocchi veniva a fare l'ispezione proprio pochi minuti prima che l'attendente glieli scolasse nel piatto. Peppino uscì dalla tenda e disse all'attendente che sarebbe tornato prima possibile". Peppino era un vecchio militare che aveva cominciato la carriera come ufficiale di complemento nella grande guerra. Dopo di che non era più riuscito a lasciare l'esercito. Diceva che quando era tornato a casa si era accorto di non saper fare altro se non il militare, per cui era subito tornato sotto le armi e ci era rimasto per sempre. Aveva combattuto come ardito in tante piccole guerre dimenticate, poi aveva comandato una compagnia in Etiopia e infine era stato fatto prigioniero a El Alamein.
Gli inglesi lo misero in un campo di prigionia, in India, dove rimase a lungo. Ma delle sue guerre Peppino parlava poco, e sì che ne aveva viste tante. Raccontava solo del generale Baistrocchi, di Torino e delle molte fidanzate che aveva avuto nella sua vita. O forse è Alma che ha dimenticato tutto il resto, e adesso racconta solo di questo. "Il generale entrò nell'accampamento tutto vestito di nero e con il fez sulla testa. Era un gran fascista. Peppino gli andò incontro, si mise sull'attenti e gli disse «Comandi signor generale!» Ma era sempre arrabbiato per via degli spaghetti. Il generale voleva vedere i soldati che saltavano nel cerchio di fuoco". Al paese di Aadan nessun soldato ha mai saltato nel cerchio di fuoco. Lei li ha visti fare i caroselli con le jeep, nel villaggio, e trascinare via la gente. Per questo ha lasciato casa sua e non vuole raccontare mai nulla di lei. "A quell'epoca era venuto di moda che i militari dovessero fare quell'esercizio per dimostrare il loro coraggio. Anche i soldati di Peppino saltavano, e a volte doveva saltare persino Peppino. Nella compagnia c'era solo uno che aveva paura, e nessuno era mai riuscito a farlo saltare in quel maledetto cerchio di fuoco. In genere, quando venivano le ispezioni, il sergente lo faceva nascondere in un magazzino, ma quella volta Baistrocchi era arrivato all'improvviso. Portarono subito il cerchio, che tenevano sempre pronto perché così voleva il generale, gli dettero fuoco, e Peppino fece schierare la compagnia. Poi cominciarono a saltare. Peppino però pensava sempre agli spaghetti, che ormai ... " "E quello che non salta?" interrompe Adan "Era schierato anche lui. Quando fu il suo turno prese la rincorsa, arrivò fino davanti al cerchio di fuoco poi si fermò di botto e tornò indietro. Il generale era già furibondo. Ordinò che il soldato saltasse di nuovo ma lui, che aveva paura, quando fu arrivato davanti al cerchio di fuoco si fermò nuovamente e tornò indietro. Baistrocchi andò da Peppino e gli disse «Capitano, lei è un incapace!» Peppino stava sull'attenti e pensava ai suoi spaghetti, che a quel punto erano già diventati colla. Immobile, sempre sull'attenti, gli rispose «Signor generale, questo lo dica a sua sorella!» Baistrocchi lo mise agli arresti, Peppino tornò nella tenda e disse all'attendente di buttare di nuovo gli spaghetti". Da quando Alma ha raccontato ad Aadan questa storia, e lo ha fatto più di una volta, in casa gli spaghetti sono migliorati. Adesso Aadan si affretta molto di più a scolarli e a condirli, e anzi, soffre quando pensa agli spaghetti di Peppino che passavano di cottura mentre i soldati saltavano nel cerchio di fuoco. "Fatto Peppino?" chiede ansiosa ogni volta che mette in tavola la zuppiera per loro due. "No, sono perfetti" le risponde regolarmente Alma "al dente". Adan sorride.
A volte dai racconti si imparano molte più cose che dai libri. Adan continua a stirare, Alma si alza e prende un cioccolatino. "Peppino non moglie?" chiede Aadan insistendo col ferro su un colletto particolarmente grinzoso "No, anche quando era a casa stirava e cucinava sempre l'attendente. Peppino non si è mai sposato. Però ha avuto tante fidanzate. Tutte cose serie, più di una volta era stato sul punto di sposarsi e spesso aveva anche comprato l'anello per il fidanzamento ufficiale. Poi all'ultimo momento ci ripensava e regalava l'anello a sua sorella. La sorella aveva un sacco di anelli, quelli di tutti i fidanzamenti che il fratello aveva mandato a monte. Neppure lei si è mai sposata". Donne lontane. Anche se Alma tutt'ora va due volte l'anno a trovare la sorella di Peppino e quando torna a casa ha sempre qualche storia da raccontare. Giovani donne con la collana lunga e i vestiti tagliati dritti, simili ad Alma com'è nelle fotografie che a volte fa a vedere ad Aadan dicendole "guarda bene, che qui ci devo essere anch'io!" E le mostra dei gruppi di giovani signore eleganti, sorridenti, degli ufficiali col berretto duro e la mantella azzurra. Aadan, di fronte a ogni fotografia, dice regolarmente che c'è anche Alma e che l'ha riconosciuta "Quante fidanzate Peppino?" "E chi lo sa. Cinque, dieci, nessuno può dirlo. Però quella più ricca si chiamava Lucrezia. Era la figlia di un allevatore pugliese e Peppino non l'aveva mai vista. Aveva combinato tutto la famiglia, al paese. Un giorno Peppino si era visto arrivare una lettera da casa. Non ne riceveva mai". Aadan si preoccupa sempre quando sente parlare di lettere. L'unica volta che suo figlio, l'avocat, invece di telefonare le aveva spedito una lettera, era stata una vera tragedia. "Perché lettera a Peppino?" "Suo padre gli scriveva che lo aveva fidanzato con una ragazza molto ricca e, secondo lui, molto bella. La famiglia di lei voleva conoscerlo al più presto, insomma, doveva scendere in Puglia per il fidanzamento. Nella busta c'era anche una fotografia della fidanzata, una ragazza con i capelli biondi e molto lunghi. Peppino infilò la lettera nella cornice dello specchio e disse all'attendente di preparare i bagagli per il treno. Dopo un giorno e una notte arrivarono alla stazione di Foggia. Era il mese di Luglio e fuori dalla stazione, ad aspettarli, c'era una bellissima macchina scoperta. Il padre di Lucrezia era seduto davanti, accanto all'autista. Peppino dette la mano al suocero, l'attendente si sedette sullo strapuntino e partirono per la campagna". Fa caldo d'estate in Puglia, e Peppino aveva il colletto duro. Ma non se lo poteva slacciare di certo. L'ufficiale è sempre un signore, come si usava dire a quei tempi! "Quando arrivarono alla fattoria era mezzogiorno e Lucrezia li aspettava per il pranzo. Peppino disse all'attendente di portar su la valigia e si cambiò. Poi scese nella sala. Lucrezia aveva effettivamente i capelli biondi e lunghi, che le scendevano quasi fino alla vita. Dalla fotografia però Peppino l'aveva immaginata più alta. Pranzarono, Peppino raccontò di Torino, della vita militare, delle feste che dava il colonnello comandante. Il suocero si sentiva molto soddisfatto, era ricco ma non era nobile, e avere per genero un ufficiale..." "Lamarmora nobile" la interrompe Aadan. Le piacciono i nobili "I Lamarmora erano marchesi, una gran nobiltà! Invece i suoceri di Peppino avevano fatto i soldi con la campagna" "Come tuo nonno" "Ma no, che sono tutti morti poveri, te l'ho detto. Le mie zie facevano addirittura le bambole per vivere. I suoceri di Peppino invece avevano tanta terra, tante greggi di pecore, si poteva girare per ore con la macchina ed era tutta roba loro. Alla sera ci fu la festa di fidanzamento, Peppino aveva portato un bellissimo anello. Lucrezia indossava un vestito bianco e la collana di perle, Peppino invece aveva messo la divisa nera, da sera, ed aveva le scarpe di vernice. Già lui era terribile con gli attendenti! Se solo c'era una macchiolina sulle scarpe gliele faceva pulire da capo.
Alla festa saranno state duecento persone, forse di più, erano venuti da tutta la regione. Ci fu la cena, poi il ballo, Peppino era un gran ballerino e Lucrezia aveva dei capelli bellissimi. C'era solo una cosa che non andava bene" "Cosa non andava bene?" "Lucrezia non dava di niente". Aadan non capisce "Così almeno diceva Peppino. Lucrezia aveva dei bellissimi capelli, lunghi fino alla vita, però non dava di niente, era una donna insignificante. Non sapeva parlare, non sapeva scherzare" "Sapeva leggere?" "Certo che sapeva leggere, era istruita, aveva studiato a Bari in collegio. Però era una ragazza noiosa, l'unica cosa che aveva erano i soldi e dei capelli bellissimi. Peppino ballava, tenendo la persona ben dritta come gli avevano insegnato ai balli dell'esercito, e intanto ammirava tutto quello sfarzo e quelle luci. Ma ogni volta che diceva qualche cosa a Lucrezia lei gli rispondeva con delle frasi sciocche, e gli sorrideva in un modo che non dava di niente. A un certo punto il suocero interruppe l'orchestra e fece portare un piccolo tavolo al centro della sala. Peppino ci mise sopra la scatola con l'anello e Lucrezia, a sua volta, posò sul tavolo un bellissimo orologio d'oro. Era il dono di nozze che avevano preparato i genitori di Lucrezia. Il giorno dopo Peppino partì, perché doveva tornare al reggimento. Il matrimonio era già fissato per il mese successivo". Peppino tornò a Torino e andò subito dalla sua amica. Questo è un lato della vita di Peppino che Alma tende sempre a sfumare, per buona creanza. Peppino stesso faceva solo delle allusioni alle sue amiche del passato, specie quando era presente la sorella. Quella a cui lui regalava gli anelli dei fidanzamente andati a monte. Dunque Peppino aveva un'amica che abitava in via Lagrange. "Era un po' birbone, Peppino, per questo non si sposava mai. All'amica non aveva raccontato nulla di Lucrezia, della Puglia, del suocero. Stava seduto di fronte allo specchio e fumava una sigaretta. Poi chiese un foglio e una penna e si mise a scrivere una lettera" "A Lucrezia?" "No a suo padre, in Puglia. Gli diceva che aveva sbagliato ad obbedirgli, che aveva cambiato idea e che comunque il matrimonio non era fatto per lui.
L'amica lo guardava senza capire" "Sapeva leggere?" "Sì, certo che sapeva leggere, ma non si leggono le lettere degli altri. Peppino mise la lettera in una busta, scrisse l'indirizzo e salutò bruscamente l'amica. Disse che sarebbe tornato più tardi". C'è una buca delle lettere in via Lagrange, quasi all'incrocio con corso Vittorio - cioè, c'era ai tempi di Alma, di Peppino e delle sue fidanzate. Peppino si fermò di fronte alla buca e per qualche minuto si mise a considerare quello che stava facendo. Pensò alla cerimonia del matrimonio, alla macchina scoperta, alle pecore del suocero. Pensò alla lettera del padre, che era arrivata fino dalla Puglia e che era rimasta infilata nella cornice dello specchio. Decise che aveva avuto troppa fretta e si rimise in tasca la sua busta. Non poteva spedirla. Poi alzò gli occhi verso la finestra dell'amica e vide che lei lo guardava attraverso le tendine. Allora tirò fuori la lettera e la impostò. L'ufficiale è sempre un signore, e Lucrezia non dava di niente.


L'escluso

Un giorno che viaggiavo sulla Bart, la metropolitana di San Francisco, c'era il diavolo seduto di fronte a me. Ma io non lo sapevo. Il diavolo si era vestito da yuppy e teneva in grembo un tabulato di bilancio. Nel frattempo io avevo aperto il giornale. Dopo un po' mi accorsi che lui, seduto dall'altra parte del foglio, sbirciava i titoli dello sport. Provai bruscamente a voltare pagina, sperando che il diavolo si accorgesse del mio fastidio, ma lui si mise a sbirciare anche il supplemento di economia e, subito dopo, la cronaca locale. Sembrava che tutto lo interessasse. Allora abbassai il giornale, seccato. Il diavolo fece finta di niente e cominciò a guardare fuori dal finestrino. In quel punto la Bart corre all'aperto, anzi, ben in alto sulla massicciata, e dal vetro si può vedere persino la baia. Perché questo signore non guarda il panorama? mi domandavo. Non avrei certo immaginato che si trattasse del diavolo. La gente che sbircia i giornali altrui mi ha sempre dato fastidio, li considero dei maleducati. Quando si legge un libro, o un giornale, è come se si fosse impegnati in una conversazione silenziosa, per cui chi sbircia si intromette di fatto in un'intimità che non gli appartiene.
A quell'ora il treno è pieno di giovani coppie che si tengono per mano, e a volte si baciano, sedute negli scompartimenti di fondo. Forse che a qualcuno verrebbe in mente di andare ad ascoltare i loro discorsi? Guardi che sto con il mio boy friend, direbbe la ragazza, ci lasci in pace. Io sono geloso della mia lettura, per me è come parlare con una persona cara. All'altezza di Oakland il treno si infilò di nuovo sottoterra e io riaprii il giornale. Immediatamente il diavolo si mise a sbirciare la pagina degli esteri. Mi alzai di scatto e cambiai posto. In questi casi non ho vergogna di reagire. Come tutti coloro che passano molte ore viaggiando, non posso permettermi il lusso di concedere il mio tempo ai seccatori che incontro. Leggere in treno è un gran conforto, ma diventa un supplizio se si viene avviluppati in una conversazione sul calcio o sulle malefatte dei figli. Prima di sedermi da qualche parte osservo dunque con cura le facce delle persone che ci sono e prendo subito la mia decisione. Questi faranno di certo amicizia e si metteranno a chiacchierare, dico passando di fronte al primo scompartimento; quest'altro ha il walkman e la testa rasata, è probabile che prima o poi sfonderà le sue orecchie ma di sicuro sfonderà subito le mie; questa signora invece è di sicuro curiosa ed estroversa (si vede da come mi guarda mentre passo). Confesso però che il diavolo mi aveva tratto in inganno, aveva un'aria così professionale e discreta. Avrei giurato che, appena il treno si fosse messo in moto, avrebbe cominciato a leggere i suoi tabulati segnandoli con una penna biro. C'è anche un'altra ragione per cui evito gli scompartimenti in cui ci sono delle persone che fanno conversazione. Se ci si ostina a leggere mentre gli altri vorrebbero parlare si crea imbarazzo e sembra di voler essere superbi. Dopo un po' i compagni di viaggio finiscono per domandarsi: cosa ci sarà scritto mai in quel libro perché lui preferisca leggere piuttosto che partecipare ai nostri discorsi? La situazione è molto simile a quella che si crea quando, nel bel mezzo di una conversazione, qualcuno viene chiamato al telefonino e si mette a parlare allegramente con uno sconosciuto che sta chissà dove. Gli altri restano disorientati, cominciano a bisbigliare e spesso finiscono solo per fare congetture, più o meno velate, su chi possa essere stato a chiamare. Lo stesso accade anche quando si legge in treno. Dopo un po' di tempo si cominciano a sentire degli apprezzamenti sulla copertina del libro o sul nome dell'autore. Cercano di attirarti nella trappola. Naturalmente anche l'atto di sbirciare i fogli del giornale può manifestare l'intenzione di attaccare discorso. Così accadde quella volta, sulla Bart che mi portava a Daly City. Dopo pochi secondi, infatti, il diavolo si alzò e venne nuovamente a sedersi di fronte a me. Il treno stava passando sotto la baia, all'altezza di Bay Bridge, e il rumore era molto più forte di prima. Il diavolo si era tolto i vestiti da yuppy e adesso appariva proprio come lo si descrive di solito: aveva la coda, le corna e le zampe di capra. Confesso però che rimasi colpito soprattutto dal suo sguardo che, contrariamente a quello che mi aspettavo, era poco intelligente. "Sono il diavolo" mi disse" "Lo vedo. Vuoi il giornale?" "No" rispose "non saprei che farmene. Io non so leggere". Ma guarda un po', non avrei mai sospettato che il diavolo fosse analfabeta. "E allora perché sbirciavi i titoli di nascosto?" gli chiesi. Il diavolo fece un gesto con la mano, quasi di rassegnazione. "Io sono il diavolo" ripeté "Ho capito, lo vedo" dissi "ma questo non ti giustifica dall'essere analfabeta" E per di più curioso, avrei voluto aggiungere. Ma ebbi paura di offenderlo. "Il fatto è che i primi tempi non c'era bisogno di saper leggere..." bofonchiò. Era evidente che nonostante i miei modi alquanto bruschi, e il mio ostentato desiderio di leggere il giornale, lui aveva deciso di attaccar discorso. Fra tutti i seccatori che avessi mai incontrato sui treni, il diavolo era certamente uno dei peggiori. "Dio creò il mondo con la parola, non con la scrittura" continuò con una certa irritazione "questo sembra che oggi non se lo ricordi più nessuno. La parola era tutto.
Gli angeli non leggevano libri ma facevano delle lunghe discussioni, fra loro o con il Padre, e per imparare la teologia bastava semplicemente stare a sentire. E io imparavo facilmente. Anche quando mi cacciarono dal cielo continuavo ad essere informato su qualsiasi cosa. Ho delle orecchie grandissime" lo guardai, era vero "mi basta puntarle in una direzione qualunque per ascoltare tutte le conversazioni che si svolgono in quel momento. E' il vento che me le porta. In una sola notte sono capace di ascoltare milioni di discorsi, da Nord, da Sud, da qualsiasi parte dell'universo. Ho sempre saputo tutto semplicemente perché ascolto tutto. Quando Caino decise di ammazzare il fratello io lo sapevo, l'avevo capito da un'allusione fatta vicino all'altare dei sacrifici. E anche la volta in cui Noé decise di costruire l'arca ne ero perfettamente informato. Arrivai anzi in tempo per suggerirgli di aggiungere i topi e le zanzare alla lista degli animali da salvare, altrimenti se ne sarebbe dimenticato" "Complimenti!" lo interruppi. Il diavolo fece finta di non sentire "Furono i miei anni più felici. Ascoltavo, riferivo, ovviamente travisando tutto, mettevo zizzania, ero capace di suscitare odi o passioni infuocate. Lo sai come mi chiamavano? «Trico»..." "«Trico»? non l'ho mai sentito" "E' una parola latina" continuò il diavolo con un certo sussiego "io sono is qui nectit tricas, colui che intreccia i garbugli e mette i laccioli" "Questo lo so" lo interruppi di nuovo "e mi risulta che anche nelle questioni di sesso ti piace fare pasticci". Per quanto possa sembrare strano lui arrossì. "Cosa vuoi insinuare?" disse. Avevo letto che certe volte il diavolo assume le fattezze di una donna, bionda o bruna che sia ma sempre bellissima, e poi se ne va in giro a sedurre i maschi. In questo modo fa scorta di sperma, che conserva nei suoi visceri freddi. La volta dopo prende invece corpo di maschio e riversa il seme che ha accumulato dentro il grembo delle donne che seduce, fecondandole. Spesso il diavolo assume persino le fattezze rassicuranti del marito, o del fidanzato, per ingannare meglio le sue vittime, così che quelle povere donne pensano di aver concepito un erede del tutto legittimo. In questo modo il diavolo riesce a ingarbugliare persino le parentele e le famiglie, disseminando figli naturali all'insaputa di tutti. E' veramente un bel Tricone, il diavolo. "Mi riferivo alla faccenda dei cosiddetti figli del diavolo, che in realtà poi non sono neppure figli tuoi..." "Queste sono cose che non ti riguardano" mi interruppe bruscamente. Oltre che analfabeta, il diavolo era anche pudico.
Il treno si era fermato alla stazione di Powell Street. In un attimo lo scompartimento si riempì di ragazzi con in testa il berretto di una squadra di Baseball. L'allenatore, nonostante la confusione che facevano, aprì "Usa Today" e cominciò a leggere. Il diavolo si mise immediatamente a sbirciare i titoli. "Finisci il racconto" gli dissi "tanto non sai leggere". Lui fece un gesto di stizza e continuò in questo modo "Poi furono inventati i caratteri dell'alfabeto. Sul momento non ci feci caso, mi pareva una di quelle tante cose nuove, come il fuoco, la ruota, l'arco con le frecce, che a me non interessavano affatto. E anche quando la scrittura si diffuse continuai a non badarci perché in ogni caso loro leggevano tutti ad alta voce" "Ad alta voce?" "Certo. Una volta nessuno leggeva con le labbra chiuse, come fate voi. Che si trattasse dell'inventario dei buoi reali o del Poema della creazione, per leggere bisognava per forza declamare. Facevano così anche i contabili" "Per questo prima tenevi in braccio un tabulato di bilancio?" Il diavolo cercò meccanicamente il suo pacco di fogli, ma evidentemente era rimasto sull'altro sedile insieme ai vestiti da yuppy. "Audit" disse con aria solenne «Audit»? ma che diavolo...?" Lui si adombrò "Scusa. Avevi detto «audit»" "E' questa la formula che si usa ancora in inglese per indicare la revisione dei conti. Perché anche in quella circostanza c'era uno che leggeva le cifre ad alta voce e un altro che lo stava a sentire, in latino audire" "Come sei pedante!" "Va bene" riconobbe il diavolo. Poi continuò: "Benché gli uomini scrivessero sempre di più, io continuavo ugualmente ad essere informato su tutto perché ogni cosa che veniva letta era anche recitata. Conoscevo il contenuto delle lettere d'amore che Fedra scriveva a Ippolito, e persino tutti i dettagli delle fatiche di Ercole. A proposito, chi credi che sia stato a farlo avvelenare?" "Disgraziato". I ragazzi scesero tutti alla fermata di City Center, eravamo di nuovo soli. "Poi un giorno sentii dire che a Milano..." "In Italia?" "Se mi interrompi sempre perdo il filo" "Hai ragione" "a Milano c'era un vescovo che si metteva di fronte ai libri sacri e restava muto per ore. Si chiamava Ambrogio.
Credevo che fosse semplicemente un mistico contemplativo invece quell'uomo leggeva: ma senza pronunziare una sola parola ad alta voce. Teneva le labbra chiuse e leggeva con la voce della mente. Sed cum legebat oculi ducebantur per paginas et cor intellectum rimabatur....."Ti piace proprio il latino!" "Sono il diavolo" "Capisco". "Quell'abitudine si diffuse rapidamente, ma non bisogna credere che si sia trattato di un grande progresso. Perlomeno non dal punto di vista morale. Prima gli uomini erano più onesti..." "Ora ti sta a cuore anche l'onestà?" "Stavo parlando di loro, non di me. Quando leggevano ancora ad alta voce si preoccupavano che l'autore fosse in qualche modo presente, gli lasciavano almeno la possibilità di disporre di una voce. La lettura era ancora una forma di dialogo, un racconto che l'autore faceva al lettore servendosi della voce di lui. Una cosa molto graziosa" "Specie per un curioso" "Sono stato io stesso a dirti che mi piace sapere tutto. Un tempo i lettori erano meno arroganti di come sono adesso, ammettevano di essere solo degli interpreti, o meglio degli attori che recitavano delle frasi scritte da un altro. Oggi invece i lettori vogliono essere tutti degli autori, non degli interpreti. Leggono ma non parlano, non fanno trasparire nulla. Trattano le cose scritte da altri come se fossero roba loro. Chi può sapere cosa ne fanno, dentro la loro mente, di quello che leggono?" "E tu, che cosa ne facevi di quello che origliavi?" "Uff". "Man mano che la gente imparava a leggere in quel modo muto le pubbliche declamazioni scomparivano, e persino i poeti scrivevano zitti zitti, senza lasciar trapelare neppure una rima. Le ragazze continuavano a leggere le loro lettere d'amore in camera, la sera, ma si chiudevano dentro la cortina del letto e sorridevano, piangevano, languivano senza emettere neppure una sillaba! Io andavo persino ad appostarmi dietro le inferriate però non riuscivo ugualmente a captare una sola parola. Erano diventate tutte agitatissime e mute. E' stato allora che ho preso l'abitudine di sbirciare" "A che scopo, se non sapevi leggere?" "Infatti non capivo niente..." "Ma non potevi andare a scuola  per farti insegnare?" "Ci sono andato" borbottò il diavolo "ma non c'è niente di peggio di quando le cose si studiano male la prima volta. Io avevo imparato l'alfabeto ebraico, e persino il demotico, ma lo usavo soltanto alla rovescia per fare gli incantesimi. I maghi che frequentavo mi avevano giurato che così rivoltata la scrittura era molto più potente. Solo che poi, quando andavo a sfogliare un codice e tentavo di leggere quello che c'era scritto, non riuscivo assolutamente a raccapezzarmi" "Ma insomma vuoi spiegarmi perché, se non sai leggere, ti ostinavi a sbirciare i titoli del mio giornale?" "Soffro tanto". Il diavolo era davvero umiliato. Continuava a lisciarsi la sua zampa di capra e io, francamente, avrei tanto desiderato rimettermi a leggere il giornale. Ma sapevo che lui avrebbe fatto di tutto per impedirmelo, e poi dovevamo essere quasi arrivati a Daly City. "Secondo me" dissi "gli uomini hanno cominciato a leggere muti proprio per evitare che tu stessi sempre ad origliare quello che dicevano. Credi che non se ne fossero accorti? Se tu fossi stato un po' meno maleducato avrebbero continuato a leggere ad alta voce, e forse non avrebbero neppure avuto bisogno di inventare i caratteri dell'alfabeto..."
Dovevo aver colpito nel segno, perché a questo punto lui abbassò addirittura la testa. "Escluso" sospirò "mi hanno escluso. Sono secoli che le idee più importanti mi sfuggono, che faccio delle gaffes, che trovo sempre qualcuno che scoppia a ridere quando tricas meas nectere conor..." "Mi vuoi spiegare finalmente perché sei rimasto così affezionato al latino?" "E' stata l'ultima lingua in cui ho sentito leggere ad alta voce delle cose sensate". "In effetti" continuai "devi essere ben ignorante, scusa se te lo dico. Sicuramente non conoscerai, che so, la Gerusalemme liberata..." "Ne ho sentito recitare dei brani ad alta voce" "la Critica della ragion pura..." "Questa in effetti non l'ho mai sentita " "E neppure i Promessi sposi..." "Ah no, conosco bene l'inizio: «Quel ramo del lago di Como...»" "Basta per favore, non lo sopporto" "Un tempo i ragazzi lo imparavano a memoria per ripeterlo in classe..." "Devi avere un'idea ben strana della nostra cultura" "Adesso non esageriamo" "Ma se non hai mai letto nulla!" "Frequento assiduamente tutti i teatri, i cinema, e seguo persino la Lectura Dantis in Orsammichele. La Divina commedia la so a memoria. E poi conosco un sacco di frammenti e di citazioni, io sto sempre con le orecchie tese e ogni tanto capita che qualcuno dica delle frasi come «Mi illumino di immenso». Deve essere il verso di un poeta famoso..." "Sono solo pezzetti, bocconcini, spizzicati di qua e di là come se fossero gli stuzzichini dell'aperitivo!" "Guardo molto la televisione". Daly City. Il treno si fermò bruscamente e io scesi quasi senza salutarlo. Sul marciapiede volli tirar fuori il giornale per leggerlo lungo la scala mobile ma mi accorsi che lo avevo dimenticato. Troppo tardi, le porte scorrevoli si stavano già chiudendo e il treno, lentamente, prese velocità. Dal finestrino il diavolo mi fece un cenno, non so se di imbarazzo o di ironia, poi prese il giornale che avevo lasciato sul sedile e lo aprì. Penso che lo facesse per darsi un contegno.


Il modisto

Zio Paolo che cava i denti nella dépendance di Villa Lamarmora, o Peppino che affronta Baistrocchi mentre i suoi spaghetti passano di cottura, fanno parte di storie che i familiari di Alma hanno sentito raccontare decine di volte, in conversazioni che li attraggono poco ma che, dopo pranzo, si debbono fare per convenienza e per affetto. I familiari di Alma non solo non hanno interesse per queste storie, e le ascoltano solo per amore di lei, ma soprattutto non si sognerebbero mai di narrarle a loro volta. Fra i nipoti e le nipoti di Alma, per esempio, non ce n'è uno a cui verrebbe in mente che la storia di Peppino e di Baistrocchi è qualcosa che si può raccontare anche ai propri compagni di scuola. Le storie di Alma entrano, forse, attraverso qualche orecchia, ma di sicuro non escono e non usciranno più da nessuna bocca. Quelle di Alma sono storie vecchie, come si dice, ma non lo sono soltanto perché narrano fatti che appartengono al passato. L'atto stesso di raccontarle è vecchio, perché si è già compiuto decine di volte. Ma soprattutto appartiene al passato quell'insieme di sensazioni, di immagini, di comportamenti dati per scontati che costituiscono la sostanza dei racconti di Alma così come quella di qualsiasi altro racconto. Per esempio, la storia di Peppino col colletto duro nonostante il caldo del luglio pugliese è una storia vecchia almeno tre volte: perché Peppino appartiene all'Italia del 1930, perché il racconto che lo riguarda è già stato fatto da Alma in molte occasioni e perché la giustificazione di questo colletto duro nonostante il caldo - l'ufficiale è sempre un signore - appartiene a un mondo che non esiste più. Nessuno oggi troverebbe qualcosa di interessante nel fatto che l'ufficiale debba, anzi dovesse, essere sempre un signore. Tutti i racconti di Alma hanno la caratteristica di essere un trionfo, anzi un'enciclopedia del passato. Per questo motivo i suoi familiari si annoiano quando lei racconta, e non penserebbero mai di narrare ad altri le sue storie.
Probabilmente non le considerano neppure storie. In condizioni normali i racconti di Alma sarebbero già morti da un pezzo, e la loro sopravvivenza si deve solo a una combinazione di circostanze. Alma non può più leggere perché non ci vede, e quindi non rinnova la sua riserva di storie attingendone di più attuali ai settimanali e ai rotocalchi. Se solo potesse seguire le avventure di attori, principesse e politici che compaiono ovunque sulla stampa, non avrebbe bisogno di ricorrere a zio Paolo per fare due chiacchiere con Aadan, e quelle vecchie storie le tornerebbero alla mente con molta minore insistenza. D'altra parte Aadan è straniera e analfabeta, dunque neppure lei può leggere i giornali per guadagnarsi la propria razione quotidiana di storie. E poi viene da un paese così remoto e lontano da trovare le vecchie storie di Alma non noiose ma, paradossalmente, appassionanti, perché hanno per lei qualcosa di arcano. Dicono che la concomitanza fortuita di certi fattori naturali a volte finisce per preservare i tratti arcaici di un ambiente, e persino per svilupparli. Nello stesso modo, al primo piano di una casa alquanto buia del centro storico una serie di coincidenze ha fatto sì che alcuni vecchi racconti non solo sopravvivano ma addirittura tornino a prosperare. E soprattutto che torni a prosperare l'antica pratica del racconto. Non parlo del racconto orale professionale, quello che ancora si pratica alla televisione da parte di comici, "protagonisti" e gente invitata a parlare nei talk-show. Mi riferisco al racconto occasionale, fatto da una persona qualunque che parla non di eventi speciali ma di fatti, appunto, qualunque: e che potrebbero appartenere alla memoria di chiunque altro. Questo tipo di racconto di fatti qualunque, specie da parte di donne anziane ad altre donne anziane, lo si è fatto per millenni (aniles fabellae, le chiamavano già i Romani, "racconti di vecchie"), e di sicuro ha molto contribuito allo sviluppo della nostra tradizione narrativa. Solo che oggi non lo si pratica più, e ormai occorrono delle condizioni eccezionali, come quelle in cui vivono Alma e Adan, perché questo genere di storie torni inaspettatamente a vivere. Perché la scrittura è come un grosso animale, che a causa della propria forza e della propria mole uccide anche quando non avrebbe intenzione di farlo. Nessun editore ha mai deciso di stampare il proprio rotocalco con lo scopo precipuo di distruggere i racconti della gente qualunque per sostituirli con quelli di politici e top model. Ma nei fatti è questo che accade. Sia pure in buona fede, le aniles fabellae sono state soppiantate dai servizi che compaiono sui settimanali. A differenza dei familiari, Aadan è un'ottima ascoltatrice delle storie che Alma racconta. Però anche lei non riferirebbe mai a nessun altro le storie che sente.
Non potrebbe farlo neppure se volesse, visto che tutto il proprio tempo lo passa in casa con Alma. Ad Aadan manca un interlocutore, elemento fondamentale per far sì che qualunque racconto possa essere narrato. Anche nel caso di Aadan insomma le storie di Alma entrano dalle orecchie ma non escono e non usciranno mai da nessuna bocca. Le storie di Alma, che una sola persona desidera ascoltare, e nessuna vorrà o potrà raccontare di nuovo, sono veramente arrivate alla fine del loro cammino. Come un torrente che si insabbia perché dalla riva del mare lo separa l'immensa barriera del deserto. "Per arrivare da Torino a Piazza Armerina" racconta Alma "in Sicilia, ci vollero quasi due giorni di treno. Papà aveva avuto il posto al Liceo di laggiù ed eravamo dovuti partire in quattro e quattr'otto. L'ultimo tratto del viaggio però si doveva fare con la diligenza perché il treno si arrestava molto prima della città. Salimmo e insieme con noi, sui sedili, avevano ammonticchiato le valige e i bauli con i vestiti. Una gran confusione, dopo tutte quelle ore di treno! A quell'epoca mammà portava dei bei cappelli, grandi, con le piume di struzzo, secondo la moda di allora. Anche sulla diligenza per Piazza Armerina, nonostante il viaggio, ne aveva uno sulla testa. Un tempo le signore erano così, sempre eleganti. Ma quando i ragazzini la videro, seduta là in alto con il suo cappello e le piume di struzzo che svolazzavano al finestrino, cominciarono a inseguire la diligenza gridando «arrivano i saltimbanchi, arrivano i saltimbanchi!» Figurati mammà, che veniva da Torino e credeva di essere elegante" Aadan sembra attratta più dai cappelli che dai saltimbanchi "Tu porti cappelli" la interrompe. Alma in effetti ha diversi cappellini nell'armadio, pur se non hanno le piume di struzzo e non sono grandi come quelli di mammà. "I cappelli piacciono tanto anche a me, ma ora li metto di rado, solo quando fa freddo. Sai che da giovane volevo fare la modista?" "Modista?" "E' quella che fa i cappelli, un bellissimo mestiere. L'ho desiderato tanto di fare i cappelli. A Piazza Armerina invece la marchesa Trigona..." "Nobile?" Ad Aadan i nobili continuano a interessare "sì, come i Lamarmora. La marchesa Trigona, che era una gran signora della città, non aveva la modista per i cappelli,  ma aveva il modisto" "Un uomo?" "Un uomo, che appunto chiamavano «il modisto» e che lavorava nel palazzo della marchesa. Faceva i cappelli solo per lei. Quando mammà fu arrivata laggiù da qualche giorno, e ci fummo sistemati come si poteva, la marchesa Trigona le mandò un biglietto in cui le chiedeva se poteva mandare il modisto a copiare i suoi cappelli. Da tanto che erano belli. Si vede che la marchesa aveva visto passare mammà per strada ed era rimasta colpita dalla sua eleganza. Mammà disse subito di sì, figurarsi, e questo modisto venne. Era un ometto magrolino, molto ossequioso, che arrivò portando una cartella di cartone come quella dei pittori. Mammà gli aprì l'armadio dei cappelli e lui li copiò tutti sopra dei grandi fogli di carta" "Te piaceva cappelli" "Io ero piccola ma lo guardavo con grande ammirazione mentre disegnava le piume. Mi sembrava impossibile che lui fosse capace di fare tutti i cappelli che voleva. Una sera la marchesa Trigona dette una grande festa e invitò anche mammà e papà, probabilmente per ringaziare dei cappelli che il modisto aveva copiato. Mammà avrebbe voluto andare, a lei piaceva ballare, però rispose alla marchesa che non poteva perché non sapeva con chi lasciarmi. Io avevo solo sette anni. La marchesa mandò un altro biglietto in cui diceva che ci sarebbe stata una stanza anche per i bambini, con le bambinaie, e che portassero anche me" "Mettevi cappello?" "Sì, avevo anch'io un cappellino con i nastri.
A quell'epoca il cappello si portava sempre. Il palazzo Trigona era bellissimo, io mi ricordo bene i lampadari che erano tutti di cristallo. Quando arrivammo l'orchestra suonava già, però i bambini non potevano andare nel salone con i grandi. Invece a me sarebbe tanto piaciuto vedere com'erano vestite le signore! Mi portarono subito nella stanza delle bambinaie, dove c'erano alcuni bambini più piccoli di me. Io mi misi a sedere su un divano e mammà mi promise che ogni tanto sarebbe venuta a trovarmi. Però non avevo paura. Tant'è vero che quando mammà venne a vedere come stavo non mi trovò più. Come si spaventò, poveretta! Dice che rovistarono in tutte le stanze, e che la marchesa in persona gridava alle domestiche «guardate nel ripostiglio delle coperte!» «provate nelle cantine!» A nessuno venne in mente di guardare nella stanza del modisto. Io invece ero lì,  quell'ometto ossequioso mi stava insegnando come si disegna la tesa di un cappello e come si girano i feltri nella forma. Lui aveva tante cose in quel laboratorio, avresti dovuto vedere. Persino un mazzo di piume di struzzo e rocchetti di nastri di tutte le altezze e di tutti i colori. Sopra uno scaffale ci teneva gli album dei cappelli, che gli arrivavano fino da Parigi. «Questo è leggero» diceva «per la mattina. Per le serate eleganti a Parigi si porta quest'altro, con un galà di strass, ma qui a Piazza la marchesa non lo metterebbe mai. Qualche volta ne porta in valigia uno simile quando va a Palermo, dai cugini. Bello poi è questo, tutto in velluto, per le signore sportive che escono a cavallo». C'erano cappelli per tutti i momenti della giornata e per tutte le stagioni. Quelli estivi, di paglia e fiori di seta, sembravano davvero dei bouquet. «La paglia si lavora peggio» mi spiegava il modisto «io ho poca simpatia per la paglia. Il feltro dà tutta un'altra soddisfazione...» Quando mi trovarono mammà era sconvolta e il povero modisto non sapeva proprio come scusarsi. Io non volevo più uscire dalla sua stanza. Da quella volta cominciai a dire che da grande avrei fatto la modista, e quando lo dicevo tutti ridevano. Ma io parlavo sul serio" "Tu hai fatto cappelli?" "Magari! Una volta ci ho provato davvero a dire a papà che volevo lasciare la scuola per fare la modista. Mi sembra sempre di sentire gli urli che fece. Bisognava studiare, altro che fare i cappelli" "Studiare con libri" "Eh sì, con i libri".


«Pippa Passes»

La mia scuola era in Via del Platano, ma questo non mi giustifica dall'aver conservato una foglia di tiglio dentro il libro di geometria. Ho sempre evitato di mettere foglie o fiori fra le pagine dei libri, "gialli boccioli appassiti / fra pagina e pagina", come dice Robert Browning in una poesia che non ho mai letto. Però, il fatto che la mia scuola fosse in via del Platano, e che quella foglia fosse di tiglio, deve essermi sembrato una ragione sufficiente per farlo. Fu un errore. In ogni caso, questa analogia mi ha sempre impedito di buttare via la foglia. Ormai credo non che ci riuscirò più. Quella foglia sta lì da oltre trent'anni, e io non apro mai il mio libro di geometria: però so che quella foglia c'è, che è di tiglio, e dunque che la mia scuola era in Via del Platano. Pur non avendola mai letta, so che la poesia di Browning si chiama Pippa Passes. Un titolo strano. Presumo che Pippa sia il nome di una ragazza, ma non so altro. La vedo passeggiare in un giardino, di fronte alla casa dei suoi genitori, con indosso un vestito molto voluminoso e in testa un cappello legato da un nastro. So bene che a questo punto dovrei andare a prendere le opere di Browning e controllare come stanno realmente le cose, solo che non sono materialmente in grado di farlo. Ma anche se potessi alzarmi e andare in biblioteca credo che non lo farei ugualmente. Dentro quel libro avrei paura di trovarci dei fiori secchi, "gialli boccioli appassiti / fra pagina e pagina", come dice l'unico verso di quella poesia che conosco. Saranno stati di rosa, questi boccioli? Certamente. Pippa li coglie nel giardino dei suoi genitori.
E' anche probabile che fosse proprio lei a metterli dentro i libri, e che qualcuno (Pippa stessa, il poeta) provasse poi una certa commozione nel ritrovarceli dentro appassiti. Per questo non ho nessuna intenzione di andare a leggere quella poesia, così come mi guardo bene dall'aprire il mio  libro di geometria con dentro la foglia di tiglio. Negli ultimi tempi mi sono fatto delle idee molto precise sulla poesia Pippa Passes, anche se non la conosco. Perché "passa", Pippa? E' strano infatti che di lei si dica proprio questo, che "passa", e addirittura nel titolo. Secondo me Pippa passa proprio perché aveva l'abitudine di mettere dei boccioli nei libri. Se non lo avesse fatto non passerebbe affatto. Bisogna evitare di mettere nei libri fiori o foglie perché, appassendo, fiori e foglie trasmettono il tempo ai libri: che da questo contagio sono di per sé immuni. Pippa si è comportata come una ragazza imprudente, che nel roseto ha piantato una rosa con i pidocchi, o dentro la voliera (ci sarà pur stata una voliera, nel giardino di Pippa) ha messo un canarino malato. Così tutte le rose sono seccate e i canarini sono morti. Pippa non avrebbe dovuto mettere gialli boccioli ad appassire fra pagina e pagina, ecco che ora i suoi libri sono stati contagiati dal tempo e lei, poverina, "passa". Già mentre ne stiamo parlando Pippa ha abbandonato la casa dei suoi genitori e adesso è una signora sposata, alquanto malinconica, che vive con il marito in un appartamento di Londra. Non ha quasi più il tempo di leggere, ci sono i ragazzi che vanno a scuola e una grande casa a cui badare. Pippa passa. E non è ancora finita. Nessuno direbbe mai che Lucia Mondella "passa". Lucia sta lì, e dall'inizio alla fine - dall'inizio alla fine del libro, dall'inizio alla fine del tempo - continua a fare le stesse cose: tiene gli occhi bassi, è insidiata da Don Rodrigo, si nasconde nel convento della Monaca di Monza. Per sincerarmi di quello che dico basta che io prenda i Promessi sposi e cominci a leggerli. Lucia è sempre lì. Ma anche se questo non sta accadendo, se io non sto affatto leggendo i Promessi Sposi e anzi tengo il libro accuratamente chiuso nello scaffale, non c'è dubbio che Lucia continui imperterrita a comportarsi nello stesso modo. Ci mancherebbe altro che Lucia - non vista, non letta - si fosse messa a fare delle cose diverse! Per esempio, avesse deciso di strapparsi dalla testa tutti quegli spilloni, che la mamma le ficca fra i capelli la sera prima delle nozze, e fosse scappata in America per cercare Manon Lescaut. Qualsiasi cosa accada Lucia non passa, è sempre lei. Invece Pippa, nel frattempo, è stata abbandonata dal marito ed è tornata a vivere nella vecchia casa dei suoi genitori, dove ha ripreso a sfogliare i suoi libri pieni di fiori appassiti.
In paese, comunque, si dice che abbia per amante lo stalliere dei vicini. Nella sua vita non c'è veramente nulla di definitivo. Il bello dei libri invece è che, li si legga o meno, non mutano. Si può lasciare Robinson Crusoe sulla sua isola, a metà del volume, e ritrovarlo trent'anni dopo sotto il medesimo albero. Anche il teorema di Pitagora - in un triangolo rettangolo la somma dei quadrati costruiti sui cateti... - non passa. Non ha un'età, non ha un tempo, è sempre lui, come Lucia Mondella e Robinson Crusoe. A meno che uno non abbia commesso l'errore di mettere una foglia di tiglio dentro il libro di geometria, come avevo fatto io quando andavo a scuola. Ecco perché non penso mai di aprire quel libro. Già così, solo tenendolo chiuso nello scaffale, è capace di ricordarmi che la mia scuola era in Via del Platano, figuriamoci cosa accadrebbe se lo aprissi. Sarei costretto ad accorgermi che il teorema di Pitagora è passato, che ha un tempo e si è appassito come quella foglia che ci avevo imprudentemente infilato. E quella Pippa, che metteva continuamente boccioli di rosa fra le pagine! Più ci penso e più mi convinco del fatto che Pippa è come Pandora, tutte le disgrazie dei libri vengono da lei, e forse anche quelle dei lettori. Ecco perché al suo funerale non c'era quasi nessuno, solo la figlia della vecchia balia e due cugine di Birminghan. Pippa passes. Questo succede, avrebbe dovuto dire il pastore nel suo sermone funebre, quando si ha l'abitudine di mettere gialli boccioli ad appassire fra pagina e pagina. Se non avesse commesso questa sciocchezza Pippa sarebbe per sempre rimasta la graziosa ragazza che passeggia nel giardino dei suoi genitori. Ferma ed immobile come Lucia Mondella, come Robinson appoggiato al suo albero.
L'unica cosa che i libri sopportano fra le loro pagine è il segnalibro, che non è contagioso e non ha nulla a che fare col tempo. A meno che non si abbia l'abitudine di usare a questo scopo delle cartoline e di lasciarle poi fra le pagine a libro finito. Dicono che il segnalibro ideale una striscia di cartoncino brillante, solido, con sopra l'immagine di un gatto o di un castello. Però va bene anche un biglietto usato dell'autobus, o una striscia di carta strappata dalla pagina di un quotidiano. Finito che sia il libro, il segnalibro viene infilato senza rammarico nel successivo e così via, di libro in libro, oppure viene gettato nel cestino. L'importante comunque è non dimenticarlo dentro il libro dopo averlo finito perché, se questo avviene, si fa violenza alla natura stessa del segnalibro. Che in questo è veramente il contrario delle foglie o dei boccioli appassiti. Una volta racchiuso fra le pagine, il fiore non si può più spostare, è irreparabilmente destinato a invecchiare nella medesima nicchia di carta in cui Pippa lo ha racchiuso. La natura del segnalibro, invece, è del tutto opposta, nel suo codice genetico sta scritto che esso deve andarsene. Con i libri ha un rapporto temporaneo, occasionale, mentre il fiore e la foglia sono "per sempre" - proprio come gli amori di Pippa, che chiusa nella sua stanza sognava di dare il suo cuore a uno, e uno soltanto. E invece fu abbandonata dal marito. Il fatto è che il segnalibro misura lo spazio, non il tempo. Appartiene alla geografia, non alla storia. Man mano che avanza fra le pagine il segnalibro funziona come una bandierina piantata nella mappa del libro: "fin qui", segnala, alla maniera del comandante fortunato che dopo ogni battaglia marca su una cartina i progressi delle sue truppe. Il segnalibro è bello perché con lui si vince sempre. Se il libro ci piace si arriva velocemente in fondo, sbaragliando il nemico. Se invece non ci piace al massimo si interrompono le operazioni e si ottiene subito una tregua. Però, di sicuro, col segnalibro non si arretra mai, coi libri non si perde, mal che vada si fa pari. Io sono arrivato fin qui, dico, e il territorio che ho occupato me lo tengo: tu autore tieniti pure il resto, che tanto a me non interessa. Come si sarà già immaginato, quel verso di Browning l'ho trovato citato in un altro libro. Me lo ero segnato - non si sa mai, come si dice in questi casi. Sono fortunosamente riuscito a riprendere in mano quel libro e, in effetti, dopo pochi secondi ho subito ritrovato il passo che volevo. C'era una freccia puntata a margine, non bella, anzi storta, e due o tre righe sottolineate: "In Pippa Passes, Robert Browning richiama l'attenzione sull'usanza, ancora largamente diffusa, di comprimere fiori freschi fra le pagine dei libri, «gialli boccioli appassiti / fra pagina e pagina». Il fiore secco, che un tempo era vivo, è l'equivalente psichico del testo verbale". Non sono d'accordo con questa interpretazione della poesia di Browning, anche se colui che la dà, diversamente da me, quella poesia l'aveva letta. L'autore del saggio vuol sostenere che i libri, e la scrittura in generale, irrigidiscono nella morte le parole che una volta erano solo parlate: e che l'uso di infilare fiori fra le pagine vorrebbe alludere al carattere appassito che contraddistingue ogni testo scritto rispetto al suo equivalente parlato. Sarà. Ma quando mai il teorema di Pitagora era stato una parola parlata? Eppure io a scuola, in Via del Platano, avevo avuto la dabbenaggine di infilare una foglia di tiglio proprio nel libro di geometria. Francamente non sono neppure convinto del fatto che qualcuno possa immaginare i Promessi Sposi nella forma di semplici parole parlate, con Alessandro Manzoni che li racconta ai suoi amici seduti attorno al caminetto. Eppure, se si cercasse bene nelle case, chissà quanti fiori secchi si troverebbero anche dentro i Promessi Sposi.
Come si fa a pensare alla storia di Renzo e Lucia - con tutti quei "La c'è, la c'è la provvidenza" e relative cronache in italiano secentesco - mentre viene narrata a viva voce da qualcuno che ha per di più un accento lombardo? Il fiore secco non è l'equivalente psichico di un discorso orale, è semplicemente l'equivalente vegetale del tempo del lettore. Quel fiore sono "io". Sta qui il mitico errore di Pippa, fanciulla mai abbastanza deprecata, e anche il mio. Una volta infilata la foglia di tiglio nel libro di geometria, trascinato dalla colpa di Pippa, ho messo me stesso fra quelle pagine, il mio tempo e quello del teorema di Pitagora si sono messi a oscillare sulla stessa lunghezza. Adesso noi passiamo insieme. Il fiore nel libro, o la foglia, sono come il tizzone di Meleagro, in cui era stata magicamente racchiusa la sua vita. La madre dell'eroe, Altea, custodiva gelosamente quel tizzone, ma una volta si arrabbiò col figlio che aveva ucciso i fratelli di lei, e lo gettò nel fuoco a bruciare. Così Meleagro morì, senza neanche sapere che la sua vita e quella di un tizzone avevano sempre oscillato sulla stessa lunghezza. Tutto sommato, però, ho fatto bene a segnare con la matita quelle righe su Browning. La mia sottolineatura, e soprattutto la freccia, anche se sono piuttosto brutte mi hanno aiutato a ritrovare qualcosa che altrimenti avrei di sicuro dimenticato. Evidentemente quella volta, man mano che procedevo nella mia avanzata lungo le pagine, mi ero anche preoccupato della preda - cosa che non sempre val la pena di fare, con i libri che si leggono. Perché il segnalibro è un confine rapido ma teorico: mentre le frecce, le barre, le sottolineature sono dei marchi molto più concreti, valgono come tante trincee espugnate dal fante che avanza, tante bandierine issate non sulla mappa, al comando, ma sul campo. Uno sottolinea e dichiara "questo adesso appartiene a me, caro autore", è roba mia. Per questo non ha molta importanza la qualità del segno che si fa. Certo, se uno è bravo come Petrarca può disegnare a margine delle belle manine, delle dita lunghe e affusolate che indicano con eleganza i passi conquistati. Ma non è necessario. L'importante è segnare. Da alcuni anni a questa parte molta gente ha preso persino l'abitudine non di sottolineare ma di evidenziare, cospargendo la pagina di righe colorate, gialle, blu, rosse, che trasformano il testo in una tavolozza da pittore. Così anche i cattivi disegnatori hanno l'illusione di essere bravi. Sono certo che mi ricorderò di tutti i passi che ho segnato nei libri che ho letto? Magari. Mentre scorrevo le pagine di quel libro, alla ricerca della citazione di Browning, ho visto decine di frasi sottolineate, interessanti, di cui ovviamente non mi ricordavo affatto. Eppure ero stato io a segnare quelle pagine. 
La sottolineatura è un'esortazione, una speranza, ma non ha nulla di sicuro. Al contrario è un segno di ansia, se ho bisogno di sottolineare significa che non sono affatto certo che mi rammenterò di quella frase. Altrimenti basterebbe soltanto che la leggessi, senza contaminare con le mie inquietudini anche le pagine del libro. Sottolineando o evidenziando cerco in tutti i modi di accrescere il peso dello scritto, e quasi lo raddoppio. Adesso c'è un segno, la parola, più un altro segno, il mio. Dopo che l'ho marcata, esaltando graficamente la mia conquista, è come se quella frase fosse stata scritta due volte. Platone, che a suo dire disprezzava la scrittura, sosteneva che le cose veramente "importanti" non si scrivono, si dicono soltanto: o se si scrivono, vuol dire che non sono importanti. Noi invece scriviamo le cose importanti addirittura due volte, aggiungendo la nostra sottolineatura ai caratteri usati dall'autore. Forse però aveva ragione Platone. Se dimentichiamo così in fretta tutto quello che abbiamo sottolineato, vuol dire che quelle frasi tanto importanti non erano. Il fatto è che, come accade con i territori conquistati, per mantenerne davvero il possesso bisognerebbe lasciare le truppe a presidiarli. Altrimenti gli sconfitti dopo un po' si ribellano e si sottraggono al dominio degli occupanti. Solo che, per far questo con tutti i libri che sottolineiamo, di quanti mai soldati dovremmo disporre? La sottolineatura è un presidio fittizio, una bandiera issata su un forte difeso solo da manichini di stoffa. "In Pippa Passes, Robert Browning richiama l'attenzione sull'usanza, ancora largamente diffusa..." Osservando meglio la mia freccia di allora, sul margine di questa frase, riconosco sì che è storta ma per un motivo diverso dalla mia normale inettitudine. Mentre tracciavo la riga la matita deve essersi spezzata, si vedono ancora le minuscole macchie che la polvere di grafite ha lasciato sul bordo della pagina. Rivedendo quelle macchie posso anzi dire di ricordare vagamente il momento in cui questo è accaduto, e quasi risento il rumore secco della mina che si rompe. Nella sua dispersione quel pulviscolo nero ha disegnato come l'abbozzo di una figura, sembra quasi la corona di un boccio. Ancora la maledizione di Pippa. Inevitabilmente quella frase sottolineata adesso ha un tempo per me, e io so che ce l'ha. Come la foglia di tiglio mi rammenta Via del Platano, e dà un tempo al teorema di Pitagora, così quella corona di grafite mi richiama inevitabilmente "me" nel preciso momento in cui scopro l'esistenza di Pippa, e il significato del suo gesto solo in apparenza così gentile e innocuo.
Ho sottolineato una frase a proposito dell'abitudine di mettere i fiori nei libri e, in un certo senso, è come se anch'io ne avessi messo uno dentro il libro che stavo leggendo. Se volessimo tenere i libri al riparo dal tempo, ed evitar loro ogni possibile contagio, non bisognerebbe neppure sottolinearli. Forse non bisognerebbe neppure sfogliarli, per evitare di gualcirli, meglio ancora sarebbe non leggerli per niente e lasciarli nello scaffale così come sono.


Libri di Dio

"Perché Dio, il mio Dio, è un combattente gagliardo, che lotta di là dal velo". Così disse il profeta con aria di sfida, e sul momento mi mancò il modo di rispondergli. Non potevo certo dirgli che il mio dio, messo a combattere anche lui dietro a quel velo, perderebbe sicuramente. Perché il mio dio non è un combattente, anzi, è piuttosto fragile, e non so neppure che mestiere faccia. Mentre l'altro, il Gagliardo, so bene che cosa fa e come passa il suo tempo. Scrive libri. A scrivere cominciò quasi per caso. Dicono che prima avesse fatto vari mestieri, il conciapelli, il falegname, forse addirittura il soldato, poi aveva scoperto che scrivere gli piaceva e in pochi giorni aveva già steso un volume in cui descriveva le avventure di un mitico popolo di nani: i Resolonghi, che abitavano sulle montagne del Falgàr. Quei nani trasportavano le zanne dell'elefante Bulgur dalle miniere del Caldo al Lago dell'Avvoltoio, e durante il loro viaggio incontravano ogni sorta di animali fantastici e di erbe miracolose. Fu un successo straordinario, il Libro dei Resolonghi raggiunse rapidamente il milione di copie e le ristampe non si contavano più. Alle avventure dei Resolonghi seguirono allora quelle dei Sumbula, un popolo di giganti che abitava ancora più a oriente, e di cui il Gagliardo descriveva i costumi mostruosi e le arcane crudeltà. "Adjakar, la città reale dei Sumbula, fu un giorno destata da un turbine di candide tortore..." Candide come le donne delle pianure, che i Sumbula violentavano per motivi mistici. Fu un successo ancora più grande del precedente, il secondo libro del Gagliardo fu rapidamente tradotto in cinquantadue lingue e la Storia dei Sumbula diventò anche un film di successo. I ragazzi, sulla spiaggia, indossavano magliette con su scritto "Alozal Strambi!", la frase pronunziata dal sire dei Sumbula in risposta ai motteggi del cammello turchino. Mentre le storie dei Resolonghi venivano drammatizzate nei boschi da adolescenti armati di computer e di elmi di cartone.
Visto che la gente leggeva i suoi libri con un interesse così grande, il Gagliardo si decise a scrivere un volume interamente autobiografico. Vi si narrava di lui che appariva al re dei Resolonghi, un nano sapiente di nome Atabil, e grado dopo grado lo iniziava alla rivelazione del Baldrùs. Il Gagliardo trascinava Atabil lungo i cammini della Pietraia, un luogo dove ovviamente lo sguardo era abbacinato, dove le rocce erano regolarmente di cobalto e le aquile avevano almeno due teste. Lassù, fra quelle pietre aspre e immacolate, il nano Atabil ricevette ogni tipo di insegnamento - da come si dovevano tenere le gambe sotto il tavolino al numero esatto delle parti in cui l'anima si suddivide - mentre il Gagliardo, sempre più certo della sua superiorità, trattava il re in modo sprezzante. Lo chiamava omuncolo, nano, persino deficente, derideva la sua cecità di fronte al fulgore del Baldrùs. Atabil era sempre più schiacciato dalla grandezza del Gagliardo, del Baldrùs non capiva quasi niente ma aveva vergogna a dirlo perché sarebbe stato deriso ancora di più. Intanto i servi del Gagliardo, montanari dalle chiome bionde e dallo sguardo di fuoco, accompagnavano la rivelazione con il fragore dei loro tromboni. Atabil sentiva che la vita gli sfuggiva, mentre il Gagliardo era sempre più ebbro della sua rivelazione: "al cinquecentesimo gradino del Baldrùs sta la pietra chamata Saà, che ama la quiete della Sorrestra e protegge i cigni dalla nuvola di fuoco. Se vuoi cercare Trebanti Alfredo nell'elenco telefonico di Milano guarda sotto Rossi Trebanti Maddalena..." Alla fine Atabil morì, schiacciato dal rombo dei tromboni, e il Gagliardo lo spinse con il piede giù dalle rupi. Che gli importava ormai di lui? Il libro, il suo Libro, era scritto. Le opere del Gagliardo furono presto raccolte in un solo volume. Ma il lavoro era stato svolto in fretta, e benché il Gagliardo avesse talento per la scrittura ci si accorse che fra le varie parti dell'opera c'erano squilibri e contraddizioni. Il Gagliardo non si perse d'animo. Per prima cosa stese di fronte a sé un grande velo, poi arruolò un certo numero di scribi e di commentatori. Le istruzioni le impartiva direttamente da dietro il velo, e ben presto la sua opera riprese nuovo vigore. Le lacune furono colmate, le contraddizioni vennero spiegate, le parti più povere di dettagli furono arricchite con varianti che si dicevano tratte dagli appunti manoscritti dell'autore. Nacque una vera e propria filologia a servizio del Gagliardo, e coloro che la professavano erano capaci di intervenire sul testo ovunque e con precisione chirurgica. Atabil, a un certo punto, si faceva una sauna sulla montagna? Dato che i nani Resolonghi, come tutti sanno, non conoscevano la sauna, che è in uso esclusivamente fra i popoli del settentrione, è ovvio che questo episodio doveva essere inteso come una pura allegoria ahurvedica ((CONTROLLARE LA GRAFIA!)): a significare l'ardore che purifica dall'umore della passioni corporee. La stessa figura di Atabil, talora un po' troppo quotidiana, meschina, certo inadeguata a recepire tutta l'immensità del Baldrùs, fu rapidamente trasformata in una metafora dell'umanità oppressa dalla miseria e dall'ignoranza. Ormai il Gagliardo si era stabilmente conquistato il suo posto dall'altra parte del velo, e combatteva con i suoi nemici solo da là dietro. Nessuno è più riuscito a sconfiggerlo. Alcuni dicono che il Gagliardo sia un mostro, altri che è un folle. Io so che non si tratta né dell'una né dell'altra cosa. Il Gagliardo è semplicemente un grafomane. Per lui è come una febbre, ha bisogno di occuparsi di tutto, e ne gode.
Vuol dire la sua sul modo in cui si costruiscono le barche, sulle genealogie degli eroi, sulle posizioni dell'amore e sui nomi dei concessionari Ford. Dato che nel Baldrùs non era riuscito a dire tutto quello che voleva (eppure la sua scienza torrenziale aveva persino causato la morte di Atabil), muovendosi abilmente da dietro il velo egli fa in modo che i suoi esegeti arricchiscano di ogni tipo di significato anche le minime avventure dei Sumbula o le più insignificanti azioni dei Resolonghi. In questo modo I tre libri del Gagliardo sono già diventati una specie di enciclopedia universale. Una volta, per esempio, nacque una questione abbastanza importante: gli scappamenti devono essere rivolti verso l'alto, come li hanno i bus di città, o è meglio che siano orizzontali? Nel Baldrùs non c'è traccia di scappamenti, né il Gagliardo si era preoccupato di impartire istruzioni specifiche al povero Atabil anche a questo riguardo. Allora si è pensato di fare così. Interrogato da dietro il velo, il Gagliardo ha puntato il dito su un passo della storia dei Sumbula, in cui si parla di un carro a quattro stanghe "che sulle tracce del pitone Za solleva polvere urlante sino alle stelle". Se il carro alza polvere fino alle stelle, hanno commentato di qua dal velo, e questa polvere è definita "urlante", vuol dire che gli scappamenti devono essere rivolti verso l'alto. Adesso si sta già provvedendo a una generale modifica in questo senso di tutte le autovetture in circolazione. I Libri del Gagliardo sono scritti immancabilmente all'imperativo, anche quando sembra che egli si serva dell'indicativo o del congiuntivo. Per lui l'imperativo è una specie di arci-modo della sintassi, che contiene tutti gli altri e in tutti si manifesta. Mentre racconta, il Gagliardo prescrive: e quando esplicitamente prescrive, come accade nel Baldrùs, in realtà ordina. I libri del Gagliardo danno del "tu" a tutti, non conoscono altre forme o altri pronomi se non questo per rivolgersi al lettore. Non fa differenza se si tratta di un bambino o di un vecchio, di un dotto o di un ignorante. Lo sterminato pubblico del Gagliardo legge esclusivamente per ammirare, per stupirsi, per punirsi, per fare fagotto e incamminarsi. Non legge mai per leggere. E come se non bastasse il Gagliardo continua a scrivere, muovendosi dietro al velo su una sedia a rotelle. Cigni, marinai, bicchieri, pietre filosofali, romanzi gialli e saggi matematici sulla teoria dei frattali...Si sussurra che ormai i suoi libri li detti direttamente ai propri esegeti, i quali si preoccupano di arricchirli con note istantanee. Veloce come il vento, con la spada fiammeggiante fra le mani, il Gagliardo gesticola, allude, significa senza dire, e la sua parola si fa istantaneamente Libro. A me il Gagliardo è antipatico. Se Dio deve essere un grafomane preferisco farne a meno. Ovviamente riconosco che la vita eterna sarebbe in sé una bella cosa, e anzi, come molti altri della mia generazione, per un certo periodo sono stato anche educato a crederci. Forse la fortuna del Gagliardo deriva proprio da questo, che i suoi libri sono capitati fra le mani di gente che ha ancora una grande nostalgia della vita eterna. Non che lui la prometta, il Gagliardo è furbissimo e non si metterebbe mai nella condizione di poter essere smentito. Però tutte quelle iniziazioni sciamaniche, quelle pelli d'orso che si animano e partoriscono zaffiri aromatici, rassomigliano molto alla vita eterna. I libri del Gagliardo sono tutti ambientati "da un'altra parte", in luoghi simili al Tibet o alla Siberia, e comunque sempre diversi dal mondo di qua. Come appunto dovrebbe accadere con la vita eterna che, se c'è, sta per forza in un luogo diverso da quello in cui si vive di solito. Il Gagliardo è abilissimo nel gioco dell'ambiguità. La Pietraia, le rocce di cobalto, la città dei Sumbula sono semplicemente dei luoghi primitivi ed esotici, come il Serengeti o il Mato Grosso, oppure laggiù, per qualche motivo, il divino si è manifestato davvero? La rivelazione del Baldrùs è una interminabile sequenza di metafore, da affidare all'antropologo o allo psicanalista, oppure i cammini che essa indica portano realmente dall'altra parte dell'universo? Il Gagliardo utilizza un'altra, sottilissima tecnica per suscitare attraverso i suoi libri l'impressione dell'eterno.
Spesso si allude da solo e, scrivendo, significa abilmente la sua stessa scrittura. Dietro le descrizioni del sacro fiume Zaber o della Pietraia abbacinata lascia intravedere sé stesso mentre, scrivendo, imprigiona in una pagina le mutevoli forme del mondo. I Libri del Gagliardo sono nello stesso tempo scrittura e allegoria della scrittura. Perché fa questo? Perché ha capito che, fra tutte le arti escogitate dall'uomo nel corso dei millenni, la pratica dell'alfabeto è quella che più rassomiglia alla conquista della vita eterna. La scrittura realizza il bisogno di proteggere, l'impulso a durare, l'ansia di redimere e di salvare. E questa stessa cosa il Gagliardo continuamente suggerisce, lasciando vedere la sua persona scribens nella filigrana delle montagne calcinate dal sole. Il Gagliardo sa che i caratteri dell'alfabeto sono gli ultimi barlumi di quella eternità che, a un certo punto, ci è stata sottratta. Per questo, fra tutti i mestieri che poteva scegliere per diventare Dio, il Gagliardo ha pensato bene di fare lo scrittore. "Il mio dio" risposi finalmente al profeta "è un mingherlino, ha gli occhiali grandi e i capelli grigi. Sembra un bibliotecario, o meglio ancora un vecchio zio, di quelli che vivono in una casa piena di libri e ogni volta finisce che ne prestano qualcuno. Il mio dio non ha veli dietro cui nascondersi e gli piace anzi farsi vedere da tutti. Non combatte, non rivela, non ordina, e soprattutto non scrive. Il mio è un dio che legge..." "Un dio che legge? Ma che dici?" Specialmente a casa, la sera. Legge romanzi, poesie, libri di musica e persino trattati di medicina. Il mio dio è talmente schivo che sostiene persino di non essere l'unico. Al contrario, dice, noi dèi siamo tanti, addirittura in numero infinito. "Ogni libro" ama ripetere "ogni autore è una provincia, e ogni provincia è sotto la giurisdizione di un dio. Il politeismo non è morto, anzi, è più vivo di prima. Solo che adesso si è spostato nelle biblioteche". Una volta gli ho chiesto che cosa intendeva per politeismo, e lui mi detto quello che mi aspettavo. "Gli antichi pensavano che quando qualcuno si innamora entra nella giurisdizione di Eros, quando si mette a commerciare occupa la provincia di Hermes, e quando fa la guerra calpesta quella di Ares. Ecco perché bisogna raccomandarsi di volta in volta a ciascuna divinità e implorarla di concederci il suo favore. Allo stesso modo, quando alla sera si apre un volume delle poesie di Rilke si entra nella provincia di un dio pallido, fragile ma potente, che alcuni chiamano il dio Amaro. Questo dio ha un aspetto un po' alabastrino, inclina alla malinconia ben disegnata ed è cugino della Musica. Se invece si aprono i racconti di Diderot, o quelli di Voltaire, allora si entra nella provincia del dio Irriverito: che è un dio bizzarro, simpatico, ragionatore, talmente amante del paradosso che spesso chiede al lettore di fargli, logicamente, uno sberleffo. E così via. Proust conduce nella provincia del dio Lungo, detto anche Andante Sfumato, mentre i trattati di medicina stanno nella provincia del dio Preoccupato (preoccupato che la scienza di cui è signore muti senza che lui ne sia stato informato) e i saggi di matematica nella provincia del dio Riservato.
Il politeismo dei libri" dice il mio dio "è talmente vasto che non ne possediamo neppure la più sommaria delle mappe. Basta pensare all'imprevedibile esistenza del dio Tattico, che pure signoreggia nelle Biblioteche delle Accademie Militari, a quella della dea Tenerona, che presiede alla lettura dei romanzi rosa, o al dio Cipollaccio, che si occupa dei trattati sui tulipani in vaso. Gli dèi dei libri sono migliaia, forse milioni, e appartengono alle categorie e ai livelli più disparati. Possono corrispondere a generi letterari, ad autori, ad argomenti, a singoli periodi storici, a momenti della critica...Omnia plena deorum, tutto è pieno di dèi "dice il mio dio con un grande sorriso "ed è bello che sia così. Perché in questo modo ciascuno è libero di sperdersi e di scoprire, ogni sera, in quale remota provincia della divinità il suo capriccio lo abbia sospinto". Il profeta era inorridito. Non si aspettava, evidentemente, che al mondo esistessero ancora i pagani e gli idolatri. Si stringeva sul petto il secondo libro del Gagliardo (che è il suo preferito) e mi guardava con occhi di fiamma. Ma io non mi sono spaventato. Gli ho detto apertamente che, a mio parere, il Gagliardo non era affatto l'unico dio dei libri ma, al massimo, il titolare di una fra le infinite province librarie, quella dei Libri sarcofago, non che il signore della Scrittura presuntuosa. Poi gli ho anche spiegato che, secondo il mio dio, la vita eterna non ha niente a che fare con la scrittura, e neppure con la lettura. Sulla lettura circolano infatti molte idee grandiose e superficiali, di cui i ciarlatani si approfittano per vendere a questo e a quello libri che si pretendono miracolosi. Questa gente va raccontando in giro che la sostanza dei libri sarebbe granitica, misteriosa, perenne, sovrannaturale. Non è vero. I libri nascono e muoiono, proprio come gli uomini, e anche i milioni di dèi che li rappresentano sono mortali. I libri e i loro dèi possono avere una vita più lunga della nostra, come quella delle querce e delle sorgenti, ma la loro sostanza è mortale. Anzi, è persino dubbio che i libri posseggano una loro sostanza autonoma e particolare. Il mio dio sostiene infatti che i libri da soli non esistono neppure..." Come puoi provare tutto ciò?" mi ha assalito il profeta brandendo il libro del Gagliardo. Ma io sapevo come ribattere. "Voglio farti una domanda" gli ho detto. "Che cosa si legge, quando si legge?"
Lì per lì il profeta non sapeva come rispondere. Probabilmente gli pareva una questione troppo facile e troppo difficile nello stesso tempo. Prima ha provato a dirmi "le lettere" poi "le parole", ma io continuavo a scuotere la testa. Allora, credendo forse che volessi spingermi nella provincia della semiotica e della linguistica, ha cercato di essere più preciso: "la frase, no, il significato..." Il mio dio è molto paziente, gli ho detto, non è un energumeno come il Gagliardo. Se fosse qui di fronte a te si limiterebbe ad alzare le spalle. Ma la volta in cui aveva rivolto a me questa stessa domanda, fece molto di più. Prese infatti la pagina di un libro e la scosse, facendo cadere a terra tutte le lettere. "Lo vedi?" mi disse "i caratteri dell'alfabeto sono impalpabili e fatti di puro colore. In sé non hanno né sostanza né corpo. Per questo il loro oggetto materiale è fatto solo da colui che li legge". La lettura è una lente puntata in primo luogo sul lettore, questo dice il mio dio. I libri parlano sistematicamente di noi, e ogni lettura altro non è che la decifrazione di una parte diversa di noi stessi. Ecco perché per scrivere è sufficiente un solo dio, come il Gagliardo, ma per leggere ne occorrono tanti. Omnia plena deorum, tutto è pieno di dèi ma noi, purtroppo, non siamo educati a rendercene conto. Solo raramente capiamo che cosa significa avere il privilegio di uscire rapidamente dalla provincia del dio Russo, che è quello dei romanzi di Tolstoj (un dio dall'intelligenza grassa ma profonda, come quella di Kutuzov), per entrare in un batter d'occhio nella provincia della dea Ingarbugliata: quella che presiede alle ricerche di metrica classica. Al dio Amaro, al dio Irriverito, ad Andante Sfumato dovremmo raccomandarci ogni sera - specie quando usciamo dalla loro provincia per entrare in un'altra - e soprattutto ringraziarli per essere così numerosi. Ai lettori politeisti non toccherà mai il privilegio di godere della vita eterna, questo è vero, ma grazie agli dèi dei libri essi avranno comunque la possibilità di vivere non una sola vita ma tante tutte insieme.
A queste parole il profeta si voltò di scatto e corse via, verso il velo del Gagliardo. C'era una certa agitazione, là dietro.


Il mistero del diario Rendine

Antonio Rendine dedicava un'attenzione scrupolosa alla stesura del proprio diario. Aveva cominciato all'età di diciotto anni e da allora non aveva più smesso. Ma nonostante la diligenza con cui lo curava, e la grande quantità di tempo che vi aveva dedicato, questo diario non ammontava a molte migliaia di pagine, come ci si potrebbe aspettare, bensì a qualche decina di fogli protocollo. Rendine evitava accuratamente di annotare fatti di cronaca, mutamenti politici, malattie o eventi significativi della famiglia. Non scriveva neppure riflessioni ingarbugliate sulla vita, né confessioni dei propri timori e delle proprie speranze. Si limitava a registrare sensazioni banali, riflessioni piatte e luoghi comuni. Il diario Rendine costituirebbe un documento del tutto inutile per qualsiasi storico, anche il più sofisticato, a motivo della sua completa estraneità ai tempi nei quali è stato scritto. Così come risulterebbe mortalmente noioso per qualsiasi lettore. Rendine aveva composto un diario assolutamente cretino.
Le note di Rendine sono infatti di questo tipo: "disgusto per il pesce cappone" "il freddo mi fa male", "chi la fa l'aspetti", e via di questo passo. Come si vede si tratta di frasi brevi e talora sentenziose, ma nelle quali l'attenzione alla propria interiorità è molto bassa e la cui utilità non supera lo zero. Talora l'autore si concede pensieri leggermente più lunghi, ma tali da non andare mai oltre le due righe e sempre di contenuto scontato: "Mi fa male la pancia perché ho mangiato castagnaccio. Il 27 gennaio 1972". Rendine era attentissimo alle date. Ciascun pensiero o ciascuna sensazione portava infatti, in calce, la registrazione di giorno, mese e anno della medesima. Talvolta Rendine annotava persino l'ora. Per esempio, siamo informati del fatto che il disgusto per il pesce cappone era stato identificato alle 15 e 35 del 12 Gennaio 1981, mentre "chi la fa l'aspetti" risaliva alle 7 e 30 del 4 Agosto 1965. Come si vede già da questi pochi esempi, la disparità delle date, dalla metà degli anni sessanta, ai settanta, ai primi anni ottanta, non comporta nessuna diversificazione nel tipo di annotazioni che Rendine registrava, né dal punto di vista dei contenuti né dal punto di vista dello stile. Rendine ha continuato a scrivere le stesse insulsaggini, e nello stesso modo, per oltre trent'anni. Capita anzi che la medesima annotazione ricorra, a distanza di tempo, praticamente immutata. Il disgusto per il pesce cappone, per esempio, ricompare in forma appena variata ("che schifo il pesce cappone" "pesce cappone, puuh!") in altre due occasioni oltre a quella già indicata. Queste annotazioni ripetute, abbastanza frequenti nel diario, appaiono inoltre contrassegnate a margine da uno o più "bene!" Segno che Rendine si rileggeva spesso e, lungi dall'esserne contrariato, accoglieva con favore questi ritorni di sensazioni o sentimenti banali anche a distanza di decenni. A chi erano destinate le note del diario Rendine? A lui medesimo, è ovvio, come mostra il fatto che passava il proprio tempo a rileggersi. Rendine si riteneva un ottimo interlocutore di se stesso, tanto da comunicarsi appunti e osservazioni. Questa interpretazione presenta però una difficoltà. Che bisogno aveva di informare se stesso circa il proprio disgusto per il pesce cappone o la propria convinzione che il castagnaccio gli faceva venire il mal di pancia? Questo disgusto e questo mal di pancia lo provava direttamente lui, non aveva certo bisogno di rendersene informato. Avrà ben saputo che il pesce cappone gli faceva schifo. Invece non si stancava di ripeterlo.
Forse, si dirà, Rendine parlava con se stesso solo in apparenza. Si potrebbe pensare che concepisse il proprio diario non come un vero e proprio alter ego ma come un interlocutore esterno, ancorché fittizio. In questo caso, la sua tendenza a registrare insistentemente le proprie sensazioni risulterebbe molto più comprensibile, perché si tratterebbe in realtà di informare qualcun altro, e non lui medesimo, del fatto che il pesce cappone gli faceva schifo. Ma chi potrebbe essere questo misterioso interlocutore? Non è necessario supporre che si tratti di una persona reale. Molta gente infatti usa tenere diari rivolgendosi ad essi con la formula "Caro diario", come se ogni volta cominciasse una lettera. In casi come questi il diario, trattato con il "tu" e apostrofato con l'epiteto di "caro", assume palesemente la funzione di un amico, di un cugino, di un fidanzato, a cui comunicare sentimenti e passioni personali dello scrivente che si ritengono in qualche modo sconosciute al destinatario. Ma niente di simile poteva valere per Rendine, in quale era ben consapevole di rivolgersi solo e soltanto a se stesso, non a un interlocutore esterno, sia pure fittizio. Tanto è vero che, il 14 gennaio 1983, egli annotava: "Caro Antonio, il pesce cappone è veramente una schifezza". A margine stanno tre "bene!" Come si vede, in questa nota egli si rivolgeva esplicitamente a se stesso chiamandosi addirittura con il proprio nome di battesimo preceduto dall'aggettivo "caro": come nell'intestazione di una lettera che si fosse indirizzato da solo. Dunque non ci sono dubbi che Rendine intendesse la scrittura del proprio diario come un protratto, e talora iterato, dialogo con se stesso. Ma che motivo poteva avere Rendine per continuare a ripetersi che il pesce cappone gli faveva schifo? Gli amici ritenevano che Rendine fosse semplicemente un pazzo. In effetti, la sua abitudine di passare gran parte del proprio tempo a distillare stupidaggini sembrebbe confermare questa ipotesi. Tanto più che Rendine, quando non si occupava del proprio diario, si appostava dietro le colonne dell'ingresso per impedire al postino di avvicinarsi alla sua porta. Questo comportamento gli era già costato un paio di convocazioni in questura, dove il commissario aveva dovuto ascoltare le sue smozzicate giustificazioni a base di "a me quello di libri non me ne deve consegnare!" e anche "se il postino ci riprova col «Club dei Lettori» lo prendo a bastonate". Nonostante queste stranezze, però, resto convinto del fatto che la meticolosità con cui Rendine redigeva il suo insulso diario avesse delle motivazioni più profonde e più serie di una banale mania. Non sono mancati coloro che hanno voluto dare interpretazioni esoteriche del diario Rendine. Soprattutto per quanto riguarda la faccenda del pesce cappone, e del disgusto da esso provocato nel diarista, si è fatto presente che circa la metà delle note relative a questo tema sono collocabili in periodi in cui il sole si trova per l'appunto nella costellazione dei Pesci: mentre l'altra metà ha sì una collocazione astrologica fuori da questo segno, ma cade comunque in periodi in cui case e ascendenti sono in qualche modo riconducibili a segni d'acqua.
Si potrebbe perciò supporre che Rendine, in quelle notazioni, utilizzasse un codice segreto, noto solo ad una ristretta cerchia di adepti, per significare una sua visione dell'universo profondamente segnata dalla scienza degli astri. Per la verità, però, gli interpreti stessi ammettono di non saper definire nei dettagli in che cosa precisamente sarebbe consistita questa visione "acquatica" del mondo che attribuiscono a Rendine, mentre nessuna testimonianza appare in grado di suffragare dall'esterno la teoria astrale. Fortuna non maggiore ha avuto l'interpretazione psicoanalitica del diario, inteso come il risultato di un antico complesso di castrazione con conseguente disgusto per il proprio "pesce" capponato. Non sono mancate infine spiegazioni puramente biografiche delle peculiarità del diario. La moglie di Rendine era infatti figlia di un pescivendolo, e certo è difficile escludere che questo fatto abbia esercitato qualche influenza sul disgusto del marito per il pesce cappone. Ma perché Rendine non si decideva a parlare di questo problema con la moglie, o con il suocero, invece di scriverlo in continuazione sul diario? Ho una mia interpretazione del diario Rendine, e a questo punto ritengo giusto sottoporla all'attenzione del lettore. Per arrivare alle mie conclusioni sono partito da una secca nota dell'autore stesso, datata 5 Luglio 1959, dal seguente tenore: "i libri". La nota viene ripetuta anni dopo, il 24 Maggio 1968, nella forma "libri, uff", siglata a margine con due "bene!" Queste note così criptiche trovano fortunatamente dei riscontri concreti nella biografia di Rendine. Da un lato infatti esse richiamano la sua antipatia per il postino, con conseguenti appostamenti nell'atrio di casa e misteriose allusioni alla temuta consegna di libri. Dall'altro, esse corrispondono a una idiosincrasia del Rendine ben nota nella cerchia dei suoi conoscenti: cioè a dire la sua avversione per qualsiasi tipo di lettura. Rendine infatti ammetteva tranquillamente di non aver mai letto un libro in vita sua, così come evitava con estrema circospezione persino il giornale. Non si trattava di analfabetismo, naturalmente, visto che Rendine era in grado di tenere un diario. Egli non rifiutava la lettura per incapacità, ma per scelta. A mio giudizio, la motivazione di questo atteggiamento appare indicata in due ulteriori note di diario, entrambe risalenti all'Ottobre 1961: "libri ammazzano", e poi "libri succhiano". Frase che non ha il significato dell'equivalente idiomatico inglese "books suck" - peraltro molto volgare  - come ritengono gli interpreti. Al contrario, questa espressione deve essere presa in senso molto letterale, e costituisce a mio parere la chiave del mistero. Che cosa succhiavano i libri secondo Rendine? Anche questa nota si spiega tenendo conto delle personali idee sui libri e sulla lettura che Rendine aveva sviluppato nel tempo. Sempre stando alla testimonianza dei conoscenti, infatti, egli sosteneva che i libri in sé non avrebbero alcun significato, ma lo ricevono unicamente dall'energia mentale che il lettore impiega per interpretarli. Questo vale in primo luogo per lo sforzo che si fa quando a scuola ci insegnano a leggere interpretando le lettere dell'alfabeto: un'operazione molto faticosa, in cui si è costretti ad attribuire un valore e dei suoni particolari a delle stringhe di segni che di per sé sono sordi e muti. Ma l'intrinseca insignificanza dei libri, e la totale dipendenza del loro significato dall'intervento del lettore, sarebbero soprattutto dimostrate dal fatto che, a un livello di cultura superiore, quasi nessuno interpreta un libro nello stesso modo in cui lo interpreta anche un altro. E  anzi, molto spesso le interpretazioni di uno stesso libro differiscono in maniera radicale a seconda di chi li legge. Dunque a parere di Rendine i libri sarebbero sostanzialmente muti e privi di vita. Sono gli uomini, i lettori che, credendo in buona fede di attingere significati, trame, idee dai libri, in realtà gliele attribuiscono, facendosi così "succhiare" vita e midollo dalle lettere dell'alfabeto. Un'altra immagine frequentemente usata dal Rendine per parlare della lettura era la seguente: "ventriloquismo". Chiunque leggesse un libro, secondo lui, si comportava come un ventriloquo, il quale fa parlare un fantoccio privo di vita impegnando fino allo spasimo i muscoli della sua pancia. Secondo Rendine, insomma, tutta la cultura occidentale non sarebbe stata altro che una colossale opera dei pupi, in cui uomini simpatici e intelligenti, pieni di succhi vitali e di risorse, avrebbero sperperato le loro energie per dare un po' di vita e di voce a un esercito di larve senza viscere.
Nei suoi momenti di maggiore odio verso i libri, Rendine arrivava addirittura a sostenere che i libri non erano solo fantocci immoti ma mostri maligni, crudeli, che godevano nel succhiare le midolla degli uomini e oltrettutto li umiliavano, ostentando la propria superiorità nei loro confronti. Per questo aveva giurato a se stesso che non avrebbe mai letto una sola riga. E per questo stesso motivo, penso, egli passava il proprio tempo a leggere soltanto cose che si era scritto da solo. In questo modo Rendine si sentiva certo che, almeno quelle frasi, non gli avrebbero succhiato sangue e midolla perché si componevano di sostanze che comunque erano già sue. E anzi, per maggiore sicurezza si limitava a comunicarsi sensazioni cretine, inutili, prive di qualsiasi rilevanza. Sapeva infatti che, per interpretare la frase "che schifo il pesce cappone" o "chi la fa l'aspetti" gli sarebbe occorsa una quantità di energia così minima che, anche qualora quelle frasi avessero rivelato qualche inclinazione al vampirismo interpretativo, la quantità di sangue che gli avrebbero succhiato non sarebbe stata superiore a poche gocce. Per lo stesso motivo Rendine si sentiva particolarmente felice tutte le volte in cui scopriva che il pesce cappone gli aveva già fatto schifo anche vent'anni prima: e costellava con i suoi "bene!" ogni insulsaggine che ricorresse più di una volta nel corso del diario. Quanto più egli leggeva cose sue non solo cretine ma anche arcinote, ripetute e consuete, tanto più egli si sentiva al riparo dalla vampiristica minaccia della lettura. Antonio Rendine è morto il 4 Ottobre 1992, come rivela una nota del suo diario ("ahi che male"). Negli ultimi tempi egli si era dimostrato sempre più ossessionato dal terrore per la lettura, e dalla quotidiana, maniacale attenzione verso la banalità delle frasi che registrava ("quando piove prendo l'ombrello" "due più due fa quattro"). Non c'è dubbio che a un certo punto la sua mente fosse stata sfiorata dall'ala dell'idiozia, anzi, più che sfiorata ne era stata percossa. Ma le circostanze della sua morte hanno comunque lasciato una profonda impressione di inquietudine in tutta la sua famiglia e nella cerchia dei conoscenti. Perché certo non è consueto che un uomo sano e fisicamente robusto, anche se turbato da qualche innocua mania, si spenga per un'improvvisa emorragia dopo che il postino aveva consegnato alla moglie un pacco contenente un volume del «Club dei lettori». Il giorno dopo il postino, con molte scuse, passò a riprendersi il volume, sostenendo di averlo consegnato in casa Rendine per errore.


La Biblioteca di Esculapio

In piedi sull'erta del fosso non so se devo lasciarmi scivolare giù o invece non sarebbe meglio tornare indietro, perché la scesa è troppo ripida. E' il cuore dell'estate, scivolare lungo un'erta erbosa pare la cosa più naturale del mondo. Intorno è ancora tutto pieno di fiori. Ma sarà pericoloso? Il dubbio dura solo un attimo perché nel calcagno sento uno schiocco forte, come di un grosso elastico che si rompe, poi un dolore acuto. E cado giù. Possibile che mi abbiano tirato una sassata in un calcagno? Ma no, dietro di me non c'è nessuno e devo semplicemente essermi slogato una caviglia. L'ultima immagine che mi rimane, da prima della caduta, è quella di un pescheto carico di grossi frutti color di rosa. Sarà meglio risalire in macchina e cercare un pronto soccorso. Il pronto soccorso lo trovo in una cittadina della pianura, un bell'ospedale piccolo e dall'aria pulita, dove un infermiere mi carica subito su una sedia a rotelle e mi porta all'accettazione. Nome, età, indirizzo, la solita cerimonia, poi vengo accompagnato nella sala delle radiografie. La caviglia si gonfia, e fa male. La radiologa è categorica, di rotto non c'è nulla. Comincio già a rassegnarmi all'idea che, al massimo, mi toccherà passare qualche giorno seduto col piede appoggiato su una sedia: "a guardare le olimpiadi" dice l'infermiere che mi spinge ("a leggere un libro" correggo mentalmente).
Entriamo dal medico di guardia. E' un grande uomo con la pipa, non si alza neppure da dove è seduto e molto rassicurante mi dice "nulla di rotto, si tratta solo di una distorsione". Dopo di che infila nuovamente le radiografie nella busta e comincia a riempire un foglio. Come già avevo fatto in radiologia, indico al dottore il punto in cui la caviglia mi fa più male. Di fronte a questo stesso gesto la radiologa aveva sì commentato "lì c'è il tendine", ma questa affermazione non aveva portato alcun seguito concreto. La mia insistenza sul "punto del tendine" non smuove neppure il dottore con la pipa, che resta seduto dov'è e non ritiene necessario venirmi a palpare. Una settimana di riposo, se fa male posso mettere del ghiaccio. L'infermiere mi fa la più bella fasciatura elastica che abbia mai avuto in tutta la mia vita. Certo che esistono certi materiali, al giorno d'oggi! L'infermiere stesso ne è molto orgoglioso. I giorni passano, la caviglia continua a far male però si sgonfia leggermente. Impossibile reggersi sulla gamba o camminare, forse lo deve fare. «L'u' dd'ha fa'», lo deve fare, mi dice scherzando un amico al telefono. E' la frase che il meccanico del suo paese usava quando qualcuno gli portava una macchina che faceva uno strano rumore nel cruscotto o prendeva gas un po' troppo lentamente. Sarà che lo deve fare, ma la caviglia non regge. Seduto in giardino, mentre l'estate infuria lontano da me, leggo libri sulla cultura orale e anche un romanzo in tedesco. Quale migliore occasione per leggere cose che altrimenti non leggerei? Max Frisch, Homo faber, un bel tedesco facile che va bene anche per me. La lettura di Frisch mi assorbe molto. Quando l'aereo del protagonista compie il suo atterraggio di fortuna e i personaggi passano alcuni giorni nel deserto messicano, sono sinceramente proccupato per la loro sorte (dato che non riesco ad acchiappare un vocabolario, che sta al piano di sopra, solo per intuizione arrivo a capire che laggiù il caldo è talmente infernale che le donne osano girare con indosso il solo "reggiseno", Büstenhalter). I soccorsi arriveranno in tempo oppure no? Non riesco a staccarmi dal libro, nonostante il fastidio della caviglia devo arrivare al momento in cui li tolgono di lì. Per fortuna un elicottero atterra e sono salvi. Ma non sono salvo io. Dopo qualche giorno decido di farmi vedere dal medico che qualche volta mi ha curato per il mal di schiena. Venga qui, dice, stia fermo in piedi, adesso cammini. Mmh, distorsione, provi a non caricare sulla gamba sinistra e se mai a mettere dei grossi zoccoli di tipo olandese. Gli racconto dello schiocco che ho sentito, sarà mica che mi sono rotto il tendine. Il dottore sorride molto canzonatorio e mi dà una pacca sulla spalla. Se fosse il tendine, dice, sa che dolore sentirebbe! Esco con le stampelle. Compráti gli zoccoli olandesi mi pare d'essere diventato un infermiere anch'io, ma le cose non migliorano. Passano altri giorni, il romanzo di Max Frisch comincia mio malgrado a languire. E se mi facessi fare un po' di fisioterapia da un medico sportivo? Con tutte le distorsioni che vedono in partita, devono essere dei maghi della caviglia. Prendo l'appuntamento per il giorno dopo.
Una volta raggiunta la sicurezza che i passeggeri sono stati tratti in salvo dal deserto messicano, e capito che il caso, o la necessità, sta trascinando il protagonista di Homo faber a incontrare nuovamente il suo antico amore in un paese dell'America Latina, mi decido ad abbandonare il romanzo di Frisch al suo destino. Il tedesco è troppo impegnativo per una persona che porta grossi zoccoli da infermiere e ha una caviglia gonfia. Casualmente il postino mi consegna un pacco, contiene l'edizione di alcuni Dialoghi di Seneca. Chissà che non servano a consolarmi. Li leggo diligentemente, trovo delle belle frasi, ma almeno il De Providentia mi lascia scettico. Vado dal medico sportivo. Il quale, visto semplicemente il modo in cui cammino, esclama "ma lei ha la rottura del tendine di Achille!" Mi spiega che si capisce già solo da come il paziente mette il piede. Un rapido esame conferma la diagnosi in modo inequivoco. Altro che fisioterapia, ci vuole un intervento e la faccia del medico sportivo fa presagire che non si tratta di una cosa banale. Ma possibile che gli altri due medici... balbetto io. Lui si stringe nelle spalle. Afferra il piede e me lo articola, il muscolo del polpaccio resta immobile. Il tendine rotto non comunica il movimento. Pare che anche gli studenti di medicina conoscano questo sintomo e sappiano riconoscerlo. A patto, naturalmente, di avvicinare almeno una mano al piede del malcapitato, cosa che nessuno aveva fatto finora. Ma poi chissà. Seneca direbbe che i voleri della providentia sono, almeno per il momento, imperscrutabili. Nonostante il periodo sfavorevole, Ferragosto, trovo rapidamente qualcuno disposto a operarmi. Sono fortunato o almeno mi sembra. Però ho una preocupazione. Cosa mi porto da leggere in ospedale? Penso che devo ancora finire i Dialoghi di Seneca, e stavolta aggiungo anche i Contes di Diderot. Lettura abbastanza gaia, Le neveu de Rameau lo conosco già. Mi piace la storia di questo briccone che viene invitato a pranzo, a turno, nelle case dei conoscenti ma a patto che non dica una sola parola. E quando costui rompe la consegna, cercando di partecipare alla conversazione, si alza un coro ironico e adirato, un solo grido "Oho, Rameau!" E il poveretto annega il viso nel piatto e nella sua "fureur", mentre gli altri convitati scoppiano a ridere. Ma mi piace molto anche il racconto Mystification, che ho tempo di leggere sul lettino dell'ospedale. Salgo sulla barella con la testa piena di Diderot. Che buffo, penso, scendere in una sala operatoria mescolando l'ansia per l'intervento e le invenzioni che un impostore, fingendosi medico, ha inventato per farsi restituire da una donna un ritratto compromettente. La parola che mi torna in mente più spesso è "mystifié". Ancora non so che si tratta in realtà di un presagio, di un maledetto omen relativo a quello che sta per capitarmi. L'anestesista è gentile e mi spiega che subirò un'anestesia di tipo "tronculare", limitata alla sola gamba. Mi prega anzi di non spaventarmi se sentirò delle grosse scosse elettriche nel piede e nel polpaccio. Così accade in effetti, più che spavento comunque si prova dolore. Nello stordimento generale sento che, mentre i chirurghi tagliano, l'anestesista si chiede perché in Italia esistano vari posti che si chiamano «Zambra». Trova che il nome sia strano, io invece trovo bello che un anestesista, in sala operatoria, abbia delle curiosità di questo tipo. Con un filo di voce gli chiedo "vuole proprio sapere che cosa significa il nome «Zambra»?" Lui meravigliato risponde che lo vuole sapere, e io gli dò la mia flebile etimologia. Flebile ma, crederei, esatta. Poi non ricordo più niente. Mi sveglio con un gran dolore, e corrono ad allentarmi il gesso. Capita con quello post-operatorio, dicono, spesso è troppo stretto e l'arto invece si gonfia più del dovuto. Adesso trasformiamo il gesso in una doccia e vedrà che passa tutto. Non passa gran che, adesso le facciamo un'iniezione, dicono, stia tanquillo. Che roba è? chiedo. "Contramal".
Un nome molto esplicito per un antidolorifico. Nello stordimento dell'anestesia e del "Contramal" mi viene in mente Lessing con la sua teoria dei "redende Namen", ovvero "nomi parlanti". Nelle commedie di Plauto i personaggi portano spesso dei nomi che già da soli sono in grado di significarne le caratteristiche: Pseudolo ovvero il "Mentitor di inganni", Arpace ovvero "Colui che rapina", Pasicompsa ovvero la "Tutta bella". Anche il mio "Contramal" è un nome parlante dello stesso tipo. Parlante e benefaciente. Il mio vicino di stanza è un uomo bruno e pelosissimo, guarda la televisione dalla mattina alla sera e mi impedisce di leggere. Del resto non so neppure se ne avrei voglia. Per tre giorni godo di un'informazione completa sul mercato del calcio con relative coppe estive, sul parto dei leoni marini e sui "cliffs" delle isole Aaran. Inoltre ho imparato a memoria alcune decine di pubblicità differenti. Ho letto con fatica qualche pagina del De Otio di Seneca, penso con l'argomento che anche all'ospedale si è costretti a stare in ozio. Ma lette sul campo, le esortazioni di Seneca paiono non solo fiacche ma, qualche volta, persino ipocrite. Quanto a Diderot, è rimasto a dormire nel cassetto del comodino. Mi rimandano a casa quasi subito. Il gesso che ho non va bene e deve essere cambiato. A una prima visita tutto risulta in ordine, il piede è gonfio e smagrito e fa anche male. Ma dopo un intervento è ovvio che sia così (per forza, "l'u' dd'a fa"). Il guaio è che fa male sempre di più. A casa riesco a leggere solo un po' di giornale, decido che Seneca riuscirà a consolare quelli che stanno bene ma non certo i malati veri, Max Frisch vola chilometri sopra la mia testa, come i suoi aeroplani che cascano nel deserto messicano, e Diderot è troppo difficile da seguire. Se si esclude però Ceci n'est pas un conte, un raccontino a dialogo che mi piace per il tono insolitamente duro che l'interlocutore fittizio di Diderot si permette di usare con il suo autore. Bisogna essere davvero un grande scrittore per accettare di essere trattati così male da uno dei propri personaggi. Al mio nervosismo fa bene il tono perentorio di quell'ignoto interlocutore. Non quanto bene mi fa il "Contramal", naturalmente, meraviglioso nome parlante che mi aiuta a sopravvivere qualche notte. Visto che non posso leggere, perché il piede mi fa sempre più male, penso improvvisamente che potrei mettermi a scrivere, magari senza farmi trattare male dai miei personaggi come faceva Diderot. Del resto non potrei neppure permettermelo, so bene che per farsi maltrattare a quel modo bisogna essere grandi. E poi non ho bisogno di essere ulteriormente maltrattato. Non potendo dormire, la notte ho cominciato a guardare la televisione. Ho già acquisito una certa competenza sulla differenza fra le reti virtuali e le reti reali (Rai due, dopo le tre del mattino) per merito di un professore dall'accento piemontese che tiene lezioni di elettronica all'università notturna. Soprattutto ho rivisto molte puntate del tenente Kozjack. Mi cambiano di nuovo gesso. Pare che il dolore, che aumenta di giorno in giorno, sia causato dal fatto che ho un gesso troppo piccolo, adesso mi rinchiudono la gamba con tutta la coscia. Nella sala gessi ho modo di apprezzare la straordinarie competenze sportive di dottori e infermieri, che usano calcio o ciclismo come una sorta di codice esclusivo in cui cifrare ogni tipo di allusione e di battuta. Nonostante i giorni trascorsi in camera col mio vicino bruno e peloso, nonché le svariate notti televisive, io non capisco quasi nulla di quello che si dicono. Con nostalgia ripenso al mio "Contramal", dal nome così esplicito e parlante. Un dottore in particolare mi colpisce. Ha un fare gentilissimo, ma conosce persino i nomi delle componenti la squadra italiana di ciclismo femminile non che quello dei vari individui (età, professione, etc.) con cui le più carine hanno affari di cuore. Con il mio enorme salame di gesso vengo caricato a fatica in un'automobile e riportato a casa di peso. I dolori aumentano. Adesso trascorro le mie giornate su una poltrona a rotelle, il dolore mi distoglie dalla lettura ma non dalla scrittura, che per qualche ora almeno continua ad essere in grado di distrarmi. Scrivo su una mensolina appoggiata sui braccioli della poltrona. Che cosa scrivo, poi, lo sa solo dio. Sto inventando strane storie in cui compaiono il diavolo nella metropolitana di San Francisco, un divino grafomane che ho chiamato «il Gagliardo», uno scozzese ossessionato da un bicchiere e persino Aconzio e Cidippe (la cui vicenda non sono riuscito a rileggere perché non posso procurarmi le Heroides di Ovidio). La notte mi inebrio di "Contramal", con un misto di orrore e di lusinga ho appreso che si tratta di un oppiaceo.
L'ho scoperto quasi per caso, da una frase incidentale delle istruzioni per l'uso: "Come tutti gli oppiacei, anche il Contramal...". Durante il giorno nella mente mi riaffiorano antiche storie della mia famiglia, uno zio di mia madre che faceva il dentista nell'astigiano, un ufficiale che proprio non si rassegnava all'idea di sposarsi, mia madre piccola a Piazza Armerina con mio nonno professore e la mia nonna col cappello. La notte continuo a guardare la televisione, dopo le due, su Rai Uno, mandano in onda i programmi di oltre trent'anni fa. Con stupore rivedo Lelio Luttazzi, Johnny Dorelli, le gemelle Kessler, Giorgio Gaber che sembra un adolescente, la bellissima Mina. Forse aiutato dal mio oppiaceo, la notte rivivo tutta la mia infanzia e a tratti, nel dolore, sono incredibilmente felice. Essendo la situazione insostenibile, mi ricoverano nuovamente in ospedale. In realtà nessuno capisce che cosa abbia. Mi visitano e mi rivisitano, faccio eco- di qualsiasi tipo e di ogni possibile terminazione morfologica (eco-doppler, eco-grafia etc.), per fortuna mi hanno tagliato il gesso, riducendolo a una semplice doccia, e quando non mi vedono posso togliere la gamba dall'astuccio e massaggiare dolcemente il tallone. Casualmente ho fatto una grande scoperta. Non so se abbia a che fare con qualche principio della medicina cinese o con la più banale, e occidentale, dinamica del dolore umano, ma quel massaggio tallonare, assieme al "Contramal", è l'unica cosa che riesce a placare un po' il mio dolore. Vivo in una stanza tranquilla e in un reparto dove tutti sono disponibili, se si esclude naturalmente la capacità di capire perché sto male. Nella mia solitaria posizione fetale, con il tallone nella mano sinistra e un piccolo volume BUR nella destra, rileggo tutto Guerra e Pace. Avevo cominciato con Agatha Christie, temendo la mia abituale incapacità di leggere col male al piede, ma la fortunata scoperta del massaggio tallonare, una delle poche tappe benefiche del pensiero medico, almeno per quel che mi riguarda fino a questo momento, mi spalanca inattesi orizzonti di lettura. Vado talmente in fretta che non fanno in tempo a portarmi tutti i volumi che mi occorrono. In quattro giorni i medici non hanno ancora capito nulla di quello che possa riguardare i miei dolori, ma in compenso io sono già valorosamente giunto all'epilogo del romanzo. Che Tolstoj, secondo me, avrebbe potuto anche risparmiarsi perché è molto più brutto di tutto quello che precede. E' come se Alessandro Dumas, non richiesto, avesse direttamente aggiunto ai Tre moschettieri  un riassunto di Vent'anni dopo. Ma questi giorni passati a massaggiarmi il tallone in compagnia di Napoleone, di Pierre, di Natascia, e del rude Bagrátion che cavalca incurante delle pallottole e degli ordini ricevuti, resteranno fra i più belli e i più dolorosi della mia vita. Disgraziatamente, dopo qualche giorno un medico mi piomba nella stanza fuori orario, alle otto di sera, e si accorge della mia astuzia tallonare. Continua a non capire perché ho male al piede ma in compenso mi rimprovera come uno scolaretto colto in fallo e mi rinchiude definitivamente la gamba nella doccia di gesso, legandola con una fascia.
La lettura si riduce, aumenta il "Contramal". Dopo due giorni mi fanno un nuovo gesso, il quarto, stavolta in vetro resina, e mi rimandano a casa. E' certo che con questo nuovo apparecchio non avrò più dolore. La prima notte già impazzisco, alla televisione rivedo per l'ennesima volta La dolce Vita (non ne ho mai sopportato il finale, come in Guerra e Pace) e un film dove Amedeo Nazzari va a caccia di briganti post-unitari in Sicilia. Sono ridotto talmente male che quando "Rraffa-Rraffa", il capo brigante, muore accoltellato dal suo rivale, mi metto a piangere. E sì che avrei dovuto essere contento, era lui il cattivo. I giorni passano, siamo già sopra quaranta, e si avvicina la data in cui avrò diritto a un gesso più piccolo con il quale potrò uscire e poggiare finalmente il piede per terra. Il mondo mi è divenuto abbastanza indifferente, se si esclude la voglia di scrivere (mi sto appassionando al tema dei fiori messi ad appassire nei libri) e di prendere "Contramal" all'inizio della notte. All'ospedale, dove sono tornato, scongiuro un ortopedico di lasciarmi il gesso aperto, magari solo per qualche giorno, affinché io - ecco, io possa far vedere il piede a qualcun altro, magari un reumatologo, o un neurologo! Mi sono fatto coraggio e ho detto bruscamente quello che desideravo dire da tanti giorni (nel tono penso di essermi ispirato inconsciamente all'interlocutore di Ceci n'est pas un conte, quello che trattava male il suo autore). Per tutta risposta l'ortopedico mi solleva il piede, mentre sto seduto su un panchetto della sala gessi, e me lo martella qua e là chiedendomi se sento delle scosse elettriche. Sì, forse qui, aspetti, dico, forse anche qui, ma lui va talmente veloce col martelletto che non riesco a distinguere fra dolore, formicolio, scosse elettriche e nulla cosmico, quello in cui navigo ormai da tanto tempo. Penso con amara nostalgia a quando ero entrato nella sala chirurgica con la mente piena di Diderot. "Mystification". A quei tempi pensavo che il mondo avesse un ordine e che ci si potesse permettere di entrare nella sala chirurgica con la testa che uno preferiva. Mi sbagliavo. Non riesco quasi più nemmeno a scrivere. Un amico, a cui ho fatto leggere alcuni dei racconti composti durante la malattia, mi assicura del fatto che quello scritto nel momento di maggior dolore è senz'altro il migliore. Come possono essere buoni gli amici, o forse, come può essere bizzarra la vita. Dopo due notti di Gaber con faccia da bambino e di reti virtuali, col solito professore piemontese inquadrato da camera fissa su sfondo di formule, non che alla fine delle gocce di "Contramal", mi decido a farmi vedere da un altro ortopedico. Gli basta sentire la descrizione dei sintomi, gli stessi che tante volte ho già tentato di spiegare sfruttando tutte le risorse della mia eloquenza, e il nuovo ortopedico mi dice che evidentemente mi è stata lesa qualche terminazione nervosa durante l'intervento e il dolore deriva da questo. Un esame meticoloso, condotto con una penna rovesciata dalla parte del cappuccio e usata come se fosse un martelletto, conferma la diagnosi. L'ortopedico, un professore tranquillo e dagli occhi molto dolci, gira finalmente la penna dalla parte con cui si scrive e segna il punto in cui secondo lui la lesione è localizzata: con una bella croce blu. Debbo ricoverarmi per essere operato nuovamente. Chiedo di essere ricoverato in un'altro ospedale, sono fortunato, mi prendono.
Nella speranza di poter almeno tornare al massaggio tallonare, se mi tolgono il gesso per accertamenti, decido di portare con me Anna Karenina . E' sabato pomeriggio, l'ospedale rigurgita di parenti (quasi tutti venuti dal sud) e di casi così gravi che non si potrebbe nemmeno immaginare. Mi accuccio nel letto che mi è stato destinato mentre intorno sento parlare di anche rovesciate e rifatte, di femori spaccati, di necrosi ossee che si spandono a macchia di leopardo e che i medici del luogo, con pazienza infinita, individuano e sostituiscono con protesi costruite in strane leghe. Mi viene tolto il gesso e con un piacere indicibile posso ricominciare a praticare il mio massaggio tallonare. Per la notte chiedo, e ottengo, un'iniezione di "Contramal", Anna Karenina è bellissimo. In quel letto d'ospedale il mondo ha paradossalmente, e dolorosamente, riacquistato una parte del suo significato. Non so se è solo un'impressione mia, che vengo da una lettura recente di Guerra e pace, ma com'è bravo Tolstoj a darti l'impressione che il tempo è passato, che la nobiltà russa non è più quella dei tempi di Kutuzov e dello Zar Alessandro! Gli bastano pochi accorgimenti, come sostituire le parole francesi di Pierre e di Natascia con quelle inglesi di Dolly e di Kitty. Quando leggevo queste cose da ragazzo non mi accorgevo di nulla, forse ero preso solo dall'adulterio di Anna e dalla cinica passione di Vronskij. Invece quell'amore era soltanto una delle fibre che componevano un'umanità molto più complessa. In quell'ondeggiare fioco di luci, malati e corridoi, mi viene in mente un verso di Yeats: "giovani ci siamo amati / senza capirne niente".


In corpore vili

Il giorno in cui l'interprete scese dalla cattedra mi accorsi che teneva un coltello nella tasca della giacca. Gi altri, troppo impegnati ad applaudire, non notarono il pomello d'ottone che sporgeva fra i cappucci delle penne. Ma io sì, e mentre mi passava accanto sfilai il coltello con delicatezza lasciandolo cadere nella mia cartella. Prima o poi sarebbe venuto a riprenderselo, e allora avrebbe dovuto darmi delle spiegazioni. Si trattava di un oggetto solido, dalla lama lunga e ricurva, come quelli che usano i cacciatori. Il manico era di corno e terminava con un pomello di ottone lucente. Se l'interprete fosse stato meno vanitoso, e si fosse accontentato di un coltello ordinario, io forse non lo avrei notato e questa storia non sarebbe mai cominciata. Invece, dopo qualche ora, il campanello suonò e l'interprete, visibilmente imbarazzato, entrò nel salotto di casa mia. "Lei capisce..." disse per prima cosa. Io non capivo, ma lo pregai ugualmente di sedersi. Era un grande interprete, molto rispettato, non potevo lasciarlo in piedi. Il coltello stava sulla cassapanca sotto la finestra, in pieno sole. "Tanto vale che lei mi spieghi subito a che cosa le serve" dissi "poi, per quel che mi riguarda, se lo può riprendere". L'interprete allungò una mano verso la cassapanca, ma subito la ritrasse. "Ci sviscero" disse rapidamente. Come avevo fatto a non pensarci? Quella parola mi attraversò la mente come un lampo e mi parve addirittura di vedere la scena. L'interprete, con in mano il suo lungo coltello da cacciatore, stava seduto alla scrivania e sviscerava i libri. "I testi" precisò "non si sviscerano libri, ma testi". "E non si insanguina?" chiesi con un moto di disgusto "A volte sì. Ma è necessario". Ho un cane, e a queste parole dell'interprete lo vidi alzarsi di scatto con la coda puntata a terra, fremente, come se aspettasse di lanciarsi da un momento all'altro in un inseguimento. Così rimase, in attesa, per quasi tutto il tempo del nostro colloquio. "I testi sono come animali selvatici" continuò l'interprete "io li bracco, li abbatto, e quando sono finalmente nelle mie mani li metto nel carniere" "E dunque? " "Si tratta di selvaggina, prima di ogni altra cosa i testi devono essere sottoposti a un trattamento speciale. I cacciatori hanno una parola apposta per indicarlo, si dice «starnare», e consiste nell'aprire la pancia dell'animale, un fagiano, una lepre, o quel che sia, per strappare via le viscere con un colpo netto.
Se questa operazione non viene compiuta subito si rischia che tutta la bestia prenda sentore di selvatico e diventi immangiabile" "Dunque questo coltello le serve per starnare i testi?" "Per sviscerarli" disse l'interprete con un sorriso sottile "i testi si sviscerano, non si starnano. Le piace la selvaggina?" "Sono contrario alla caccia". Ci fu un momento di imbarazzo. "Fate tutti così?" domandai "Più o meno. Solo che molti interpreti non sono capaci di sviscerare veramente un testo. Lasciano dei residui, non puliscono bene, e dopo qualche tempo il testo comincia a puzzare. Ragion per cui diventa immangiabile. Allora devono chiamare qualcuno di noi, interpreti più bravi, perché lo svisceriamo da capo. In questi casi il coltello non basta" "Non basta?" "No, occorrono strumenti più sofisticati, come si usa dire. Conosce l'opera Anatomia della critica? L'ha scritta Northrop Frye, un interprete molto famoso. E' un trattato completo, per qualsiasi dubbio può dare un'occhiata lì. Comunque una cosa è certa, il cattivo lavoro degli interpreti precedenti può avere effetti disastrosi. Se non si sviscera bene fin dall'inizio, la selvaggina è compromessa e il testo risulta irrecuperabile. Resta quell'odorino, come dire..." "E se uno mangia un testo che non è stato sviscerato a dovere?" "Niente di grave, però non lo assimila. Sarà capitato qualche volta anche a lei di leggere senza assimilare. Quasi sicuramente si trattava di un testo che precedentemente non era stato sviscerato come si deve. D'altra parte, se non si assimila, che cosa si legge a fare? Lo dicevano anche gli antichi che la vera cultura è un fatto di digestione, non di accumulo. E' perfettamente inutile tenersi tutta quella roba sullo stomaco, dicevano, se poi non entra in circolo a formare nuova sostanza per l'organismo, nuovo sangue e nuove forze" "Io credevo che i libri andassero già bene come sono" "I libri forse sì, i testi no di sicuro. I testi sono crudi, sporchi, quando si prendono in mano la prima volta fanno quasi impressione. Gliel'ho detto, sono come selvaggina, per questo hanno bisogno di un trattamento particolare". A queste parole il mio cane, sempre fremente e in posizione di attesa, si mise ad abbaiare come se fosse impazzito, e mi ci volle un po' per calmarlo. "Solo delle belve" continuò l'interprete "divorerebbero una lepre o un capriolo ancora palpitanti, con la testa e il pelo.
Ma si sa che le belve non conoscono la cultura, non distinguono fra il cadavere e la carne da consumare come cibo. In sostanza non sanno la differenza che c'è fra il crudo e il cotto. Le belve azzannano, si lordano la bocca di sangue, gli uomini invece, fin dagli albori della civiltà, hanno scoperto l'arte di lavorare la carne e di cucinarla. Alcune lingue usano persino due parole diverse per distinguere la carne viva e insanguinata da quella che si può consumare. Per un francese la «char» è una sostanza ripugnante, un pasto da belve, mentre la «viande» è un cibo delizioso. La stessa cosa accade con i testi che l'interprete, sviscerandoli, rende commestibili e assimilabili. La funzione che noi interpreti svolgiamo è per l'appunto quella di far entrare i testi nella cultura. Prima del nostro intervento sono solo dei brandelli di natura bruta, dopo" così dicendo l'interprete ammiccò in direzione del suo coltello, che nel sole risplendeva di acciaio e di ottone "fanno parte a tutti gli effetti della civiltà. Una volta sviscerato a dovere, il testo è completamente culturalizzato. Nel senso che non crea più alcun problema, né di odore, né di sapore". Quell'uomo era disgustoso. "Ma io non credo affatto che i libri..." "i testi" mi corresse lui "va bene, i testi si debbano mangiare. E per questo non penso neppure che lei sia autorizzato a sviscerarli" "Si sbaglia" ribatté prontamente l'interprete "i testi si mangiano e come. Fino dall'antichità i libri sono stati considerati un alimento da assimilare. Non ha mai sentito frasi del tipo «una persona nutrita di buone letture?» E anzi noi interpreti moderni, che abbiamo sviluppato una capacità di sviscerare che fu totalmente ignota agli antichi, svolgiamo un'opera di grande democrazia e civiltà. Il nostro lavoro permette a tutti di accostarsi a un nutrimento che prima era concesso solo ai dotti e ai professori, mentre per gli altri poteva risultare addirittura pericoloso" "In che senso?" "Diamine, nel senso che un tempo i dotti svisceravano solo per loro e al popolo lasciavano testi contaminati. Di questo si poteva anche morire. Conosce Artemidoro?" "Solo per sentito dire..." "E' stato un grande specialista di onirocritica, l'arte di interpretare il significato dei sogni. Senta che cosa dice a proposito del sogno di mangiar libri: «Questo preannunzia benefici per i professori, i sofisti, e per tutti quelli che si guadagnano da vivere con le parole e con i libri. Ma per tutti gli altri uomini, tale sogno predice morte». Come vede, un tempo sofisti e professori si preoccupavano solo del loro nutrimento e del loro guadagno. Se poi le persone comuni morivano, tanto peggio per loro. Oggi invece, per merito di noi critici...Io per esempio, oltre che alle mie ricerche mi dedico molto anche a sviscerare i testi per la scuola". Quell'uomo, oltre che disgustoso, era anche ipocrita. "Spero che avrete almeno un po' di rispetto per la poesia!" sbottai "Perché?" Mi resi conto che non avrei saputo rispondere a questa domanda, e abbassai gli occhi. "Al contrario" continuò l'interprete felice del mio imbarazzo "il testo poetico è molto più difficile da assimilare, e per questo ha un assoluto bisogno di essere sviscerato a dovere da noialtri.
Non si faccia trarre in inganno dalla sua eventuale piccolezza, la poesia è come un tordo, un passerotto, un beccafico. Chiunque potrà confermarle che è molto più difficile starnare un tordo che non un fagiano. E anche la dissezione, nel caso della poesia, si presenta particolarmente impegnativa perché occorre avere confidenza con la forma metrica del testo, che è più complessa di quella prosastica. La procedura comunque è questa: prima si individuano i «cola», cioè le «membra» della frase ritmica, poi si pratica la «caesura», cioé il «taglio» all'interno dei singoli versi ovvero, a seconda del tipo di metrica usata, la «diaeresis» cioé lo «scostamento» delle «membra» che sono state precedentemente individuate dal taglio. In questo modo il testo poetico appare già sezionato secondo le sue principali linee anatomiche. Poi viene la fase più difficile, si procede cioè all'amputazione dei vari «piedi» di cui il verso si compone, mentre, se i «piedi» del verso contengono «dattili», cioè «dita», è ovvio che bisogna procedere a una seconda amputazione. Certe volte il verso potrà poi presentarsi già «acefalo», cioè «senza testa», e in questo caso non ci sarà bisogno di decapitarlo...". Mi pareva di assistere al finale del Tieste, quando il padre riconosce sul vassoio teste, piedi e dita dei figli che ha appena divorato. Pensavo a tutta la poesia che avevo letto, cioè assimilato, come diceva lui, e invece me la sentivo balzare nello stomaco come se desse l'ultimo sussulto. "Io credevo che i testi fossero solo dei libri" "Si sbaglia, sono dei corpi" ribatté seccamente l'interprete. Quando un autore muore, e non si può più aggiungere altro alla sua produzione se non pochi scritti postumi, allora si procede  a comporre il corpus completo delle sue opere, ovvero la raccolta di tutti i testi che riguardano l'autore" "Già sviscerati?" "In genere sì. Quando si passa a redigere un corpus, i testi sono stati già ampiamente sviscerati, in lungo e in largo" Questo suo modo di esprimersi, che un tempo avrei probabilmente trovato normale, mi fece di nuovo venire i brividi. "Ma dove, scusi..." "Nell' introduzione, normalmente il corpus dei testi viene sviscerato nell'introduzione" "E dopo aver composto questo corpus" mentre lo dicevo, mi accorgevo che anche il cadavere, normalmente, viene composto nella bara "...ovviamente sviscerato come si deve, che cosa ne fate?" "Lo collochiamo in uno scaffale, come del resto si è sempre fatto. Ha le opere di Seneca?" Le avevo, e seppur riluttante mi alzai per andargliele a cercare. Con sgomento mi accorsi che le possedevo in edizione completa, l'intero corpus, con ampia introduzione. L'interprete trovò rapidamente quello che cercava. Stai a vedere che mi sviscera Seneca sotto gli occhi, pensai, ero già pronto a impedirglielo.
Per fortuna non aveva quella intenzione "Si tratta del dialogo Sulla tranquillità dell'anima, capitolo nove paragrafo sei. L'autore parla dell'abitudine, frequente anche ai tempi suoi, di riempire le biblioteche con i corpora completi di tutti i possibili autori, noti ed ignoti..." "Sviscerati?" "Non si tratta di questo. E poi di riporli in tecto tenus exstructa loculamenta, cioè in loculamenta costruiti fino all'altezza del soffitto. Capisce cosa voglio dire?" "No" "Che gli scaffali delle librerie sono dei loculamenta, dei loculi, come le cellette di un obitorio, o gli scomparti di un grande refrigeratore". "Si riprenda il coltello" gli dissi bruscamente "e stia alla larga dai miei libri" "A me interessano solo i testi, dei libri non so che farmene". Il cane si era messo a ringhiare.


Il gaucho di Albissola

"Mi è successo un inconveniente" dice l'idraulico "il flessibile si è rotto e devo vuotare di nuovo l'impianto. Ha dei giornali?" Casa mia rigurgita di giornali, ne raccolgo cinque o sei e li porgo all'idraulico. L'uomo li stende sotto l'acquaio e poi si sdraia anche lui, per smontare il flessibile. "Sa, è molto vecchio..." "Che cosa?" gli chiedo "Il flessibile" "Ah, credevo il giornale". L'idraulico non mi risponde neppure. Mentre lui si dà da fare con una grande chiave inglese il mio sguardo si fissa su un titolo, proprio sotto il flessibile: Identificato l'assassino della donna decapitata a Cattolica Accanto al titolo sta la fotografia di una casa qualunque, una specie di condominio a terrazze, circondato da vecchi pini. Evidentemente è il luogo del delitto o la casa dell'assassino. Ma è solo un attimo, perché una grande chiazza di acqua rugginosa si spande sopra il giornale e l'immagine viene inghiottita. Credo di ricordare vagamente la storia, una ragazza in vacanza, forse una maestra, comunque dalla vita irreprensibile. L'avevano trovata decapitata nel bagno. Ma niente più di questo. Non ricordo né il nome della donna né i particolari della vicenda. Dietro le spalle dell'idraulico cerco di leggere almeno la data del giornale, ma anche quella è scomparsa sotto la chiazza. Come si chiamava la maestra? Per qualche tempo quella donna era diventata importante e il suo caso aveva appassionato migliaia di persone. Ma adesso la sua storia si è dileguata, come tutte le altre vicende di cronaca che compaiono sui quotidiani. La memoria non le trattiene, è impossibile ricordare tutto quello che si stampa. "Per favore, altri giornali" dice l'idraulico preoccupato per l'acqua che continua a spandersi. Glieli passo, lui li apre rapidamente uno sull'altro. Non saprò mai chi aveva ucciso quella ragazza, e perché. Sopra il feroce omicidio di Cattolica si stende adesso una gigantesca pubblicità della Macintosh, prontamente inghiottita dalla medesima macchia marrone, poi tocca alla cronaca di una giornata politica, chissà quale, a un articolo culturale su revival di Omero...L'acqua continua a scendere, assorbita da altre vicende che in quel liquido marrone trovano il loro oblio definitivo.
Veder scomparire tutte quelle parole e quelle immagini mi procura improvvisamente un senso di dolore. "Ci vorrebbe della segatura" dice l'idraulico "i giornali vecchi non bastano". E' vero, sono solo dei giornali vecchi, perché mi preoccupo tanto?  Sarebbe come preoccuparsi per la sorte della segatura. Basta che siano passate poche ore, e nessuno si sognerebbe più di pensare che i grandi fogli di carta dei quotidiani contengano delle cose da leggere o da ricordare. Sono già diventati segatura. Bisogna riconoscere che i giornali rispettano scrupolosamente il loro nome, durano sempre e soltanto un giorno. Il mondo della parola scritta non ha mai conosciuto nulla di così prezioso e di così effimero come i quotidiani, nessun prodotto dell'alfabeto ha mai alternato fascinazione e disgusto a un ritmo così frenetico. I giornali vecchi sono un escremento, formano lo spurgo della nostra società mediatica proprio come la segatura è lo spurgo delle segherie e la paglia quello della trebbiatura. A volte i giornali vecchi li chiamiamo anche carta straccia, che è un altro modo per dire che sono degli avanzi. Proprio come la biancheria che, anche la più fine, quando si logora diventa "straccio" e finisce dal meccanico per asciugare le ruote degli ingranaggi. I giornali sono la biancheria che la nostra cultura quotidianamente indossa, e capricciosamente getta via subito dopo essersene servita. "Se la ricorda la storia di quella ragazza che avevano trovato decapitata, a Cattolica?" chiedo all'idraulico "No. Mi dia degli altri giornali, per favore, guardi che qui si allaga tutto..." "Un delitto incomprensibile. La ragazza non aveva nemici, e non frequentava ambienti sospetti. Una vita esemplare, un fidanzato che non era con lei..." "Perché non era con lei?" mi interrompe l'idraulico, sempre ansimando. Il dado che stringe il flessibile è rugginoso, e non vuole smuoversi. "Non era con lei perché - era imbarcato, capitano di corvetta della marina" "Ah, un militare" commenta l'idraulico. Ormai è fatta, ho inventato. Non ricordo niente di quella vicenda, soltanto che la ragazza era (forse) una maestra e conduceva una vita irreprensibile. Però non sopporto l'idea che una sostanza futile e sporca come l'acqua rugginosa abbia inghiottito per sempre la sua vita. Nata per l'opera infaticabile di qualche giornalista, la storia della maestra muore adesso per il capriccio di un flessibile e (probabilmente) per la scarsa previdenza di un idraulico. Ma è giusto questo? "Un bel giovane..." "Chi?" "Il fidanzato della morta" "Lei l'ha visto?" "No, ma c'erano le foto sui giornali" "L'aveva ammazzata lui?" "Al contrario, fu subito escluso dalle indagini. Prima di tutto perché non aveva alcun movente per uccidere la fidanzata, e poi perché il giorno del delitto era a largo di punta Stilo, in navigazione" "E allora, chi l'ha uccisa?" Già, chi l'ha uccisa? A questo non sono preparato, la domanda dell'idraulico mi mette in difficoltà. Come i cantori antichi, quelli che improvvisavano le gesta degli eroi nelle regge dei re omerici, cerco di tirare in lungo il racconto utilizzando delle formule stereotipate. "Il caso si presentava difficile" continuo "anche perché chiunque avesse ucciso la ragazza non era entrato da lei con la violenza. Le finestre erano tutte chiuse dall'interno, nessun segno di effrazione. E la porta aveva la mandata. L'assassino, insomma, disponeva della chiave, che del resto non fu più trovata nel mazzo della maestra" "La maestra?" "Sì, non gliel'ho detto? La ragazza era una maestra di Vicovaro, Maria Luisa Gardoli, si chiamava, una bella donna di circa trent'anni" "Ah, era bella?" "Bellissima".
L'idraulico lascia la chiave inglese e si mette a sedere, guardando verso di me. L'acqua continua a gocciolare, ed è sempre più rugginosa "Vuole altri giornali?" "Mi bastano. Ha detto che era una bella ragazza?" "Non di una bellezza volgare, intendiamoci, tutto al contrario. Era alta, magra, con un viso piccolo ma molto vivace. Somigliava un po'..." "A chi?" "a Catherine Spaak, se la ricorda?" "Certo che me la ricordo" esclama l'idraulico con un sorriso "l'ho rivista l'altro giorno in televisione nel film Adulterio all'italiana. Che donna, la Spaak!" Bel film, confermo, che donna. Naturalmente il film non l'ho visto. "E insomma, chi era stato ad ucciderla?" L'idraulico insiste, io non riesco a escogitare nulla di plausibile. "La polizia non sapeva proprio che pesci prendere. Anche l'unico indizio di cui disponevano era molto esiguo" "Sarebbe?" "Cioè, esiguo per modo di dire. Avevano addirittura l'arma del delitto" "Ah, però" "La trovarono quasi subito. L'assassino, fuggendo, l'aveva gettata dentro un cespuglio, nella pineta" "E la polizia non riuscì a scoprire a chi apparteneva?" "Per la verità si trattava di un'arma così strana, così insolita, soprattutto in un posto come Cattolica..." "Che arma era, un coltello da sub?" "Magari, se fosse stato così avrebbero potuto fare delle indagini nei negozi specializzati. Era, era - un lungo coltello col manico di corno, piuttosto primitivo, con la lama di ferro ma molto, molto affilata. Intervistarono subito alcuni esperti di armi da taglio, non fu difficile identificarlo come un tipico coltello da gaucho argentino" "Quelli che vivono nella Pampa?" "Sì, quelli. Un coltellaccio che usavano i gauchos di una volta per abbattere i capi da macello. Un'arma rara, gli stessi Argentini non usano più quel coltello da molti anni. Ma non le pare che questo flessibile continui a perdere un po' troppo?" "Lo deve fare finché la guarnizione non prende. Mi passi un altro giornale. E allora chi era l'assassino, forse un collezionista d'armi anche lui?" "No" continuo, mentre passo all'idraulico altre cronache dimenticate, altre recensioni di libri che nessuno ha letto "Maria Luisa aveva pochi amici, tutti ben noti a Vicovaro. Nessuno di loro aveva passione per le armi. Lei del resto conduceva una vita semplice e molto regolare, assieme al ragazzino..." "Quale ragazzino?" chiede l'idraulico meravigliato "Un figlio, che aveva avuto anni prima da un uomo che non aveva voluto sposare" "Ma senti un po', anche un figlio, aveva. E non poteva essere lui, l'assassino?" "Chi, il ragazzino?" "No, il padre" "Impossibile. Al momento dell'omicidio era già morto da due anni in un incidente stradale". Squilla il telefonino dell'idraulico, segue una breve conversazione in cui lui dice che in mattinata di sicuro no, perché deve finire un lavoro, ma forse sarebbe passato nel pomeriggio. "Povero ragazzo!" esclama rimettendo in tasca il telefonino "che sfortuna" "Davvero. Chissà come si sarà sentito, in tutta questa storia" "Quanti anni aveva?" "Vuol dire quando la mamma fu uccisa? Sette" "L'età di mio figlio" dice l'idraulico "ma perché poi non si erano sposati?" "Il padre del ragazzino aveva già una famiglia. Era un direttore didattico di Sarzana. Lui forse sarebbe stato anche disposto a divorziare ma Maria Luisa si era opposta. Era molto religiosa. Aveva preso questa rinunzia come una espiazione, un prezzo da pagare per l'errore che aveva commesso".
L'assassino ancora non vuole venir fuori eppure continuo ad andare avanti, io stesso ne sono meravigliato. Sono certo che prima o poi troverò anche chi ha ucciso Maria Luisa. Mi accorgo anzi che, da un po' di tempo a questa parte, ad ogni tappa del racconto vedo come delle immagini di titoli e di occhielli: «Il figlio segreto della maestra»  «Parla don Pietrino, il parroco di Vicovaro» «Ritrovato il diario di Maria Luisa: so di aver peccato»... Tutti questi grassetti, maiuscoletti, corsivi scandiscono nella mia testa i momenti di una vicenda del tutto inesistente, ma che ha il potere di appassionare l'idraulico come se si trattasse di un autentico caso di cronaca. Ho l'impressione che potrebbe durare all'infinito. "Secondo me era stato il fidanzato" azzarda l'idraulico "era geloso, solo l'idea che la sua donna aveva già un figlio da un altro! La gelosia è una brutta bestia, molta gente non ragiona più, quando è gelosa" "Ma le ho detto che il fidanzato, al momento del delitto, era in navigazione" "E se avesse preso un elicottero? Con un elicottero si va e si torna in pochi minuti, e si atterra dove si vuole" "Non era mica un agente segreto, era solo un capitano di corvetta" "E' vero "riconosce l'idraulico "e poi un ufficiale di marina non avrebbe mai usato quella strana arma per ucciderla. Ma insomma, quel coltello da gaucho, hanno scoperto di chi era?" Siamo di nuovo al punto cruciale, l'idraulico vuole sapere chi era l'assassino di quella bella donna, che rassomigliava a Catherine Spaak e che era anche tanto religiosa. Non posso dargli torto, piacerebbe anche a me sapere a chi apparteneva quello strano coltello. E anche chi aveva ucciso la maestra Maria Luisa. "A un certo punto lo hanno scoperto, ma assolutamente per caso. Sembra che un tale di Albissola, che era emigrato in Argentina da ragazzo, quasi cinquant'anni prima, fosse inaspettatamente ritornato in Italia. L'uomo aveva anzi cercato di rimettersi in contatto con la sua fidanzata di allora, e l'aveva scongiurata di sposarlo. Ma lei non lo aveva voluto perché nel frattempo si era sposata con un altro e aveva già figli e nipoti. Allora l'uomo aveva cercato di rapirla, c'era stata una colluttazione col marito e l'argentino lo aveva ferito. Fu subito arrestato dai carabinieri. Oltretutto la donna giurava che quell'uomo era un impostore, che il vero Andrea Barlomi..." "Andrea Barlomi?" "L'argentino diceva di chiamarsi così. Ma secondo la donna il vero Andrea Barlomi, il suo fidanzato di allora, era morto di tifo durante la traversata. Fosse o non fosse Andrea Barlomi, comunque, quell'uomo in Argentina aveva fatto un po' tutti i mestieri, facchino, soldato, contrabbandiere, ballerino di tango. L'Argentina di allora era molto diversa da quella di oggi. Poi Barlomi aveva aperto un locale notturno a Buenos Aires e aveva fatto fortuna. In Italia era tornato ricco, questo Barlomi, ammesso che fosse lui, naturalmente" "E come fu che lo ricollegarono al caso di Maria Luisa?" "I giornali, sempre i giornali. La stampa si era subito interessata al «Gaucho di Albissola», come era stato definito, e avevano pubblicato dei servizi su di lui. Gli inquirenti del caso di Maria Luisa si erano insospettiti, soprattutto quando avevano letto che Barlomi aveva aggredito il rivale con un coltello. Decisero perciò di mandare un ispettore a interrogare il sedicente Barlomi nel carcere di Savona. Non ci volle molto a farlo cadere in contraddizione e a fargli confessare che era lui l'assassino di Cattolica" "Ma guarda che storia...Dunque era veramente Barlomi, o un impostore?" "Ma non le interessa piuttosto sapere perché Barlomi aveva ucciso la povera Maria Luisa?" "Certo che mi interessa. Come aveva fatto?" Il guaio è che, almeno per il momento, questo continuo a non saperlo neppure io.
Non ho la più pallida idea del perché un ex-immigrante di Albissola, magari un po' violento di carattere ma comunque già anziano, avrebbe potuto decidersi a lasciare l'Argentina per venirsene fino a Cattolica e uccidere una brava maestra, bella come Catherine Spaak, molto religiosa, che non aveva mai incontrato e di cui fino a quel momento ignorava l'esistenza. Forse potrei guadagnare altro tempo dicendo all'idraulico che effettivamente quell'uomo non era Andrea Barlomi ma un impostore, come del resto sosteneva l'antica fidanzata del Barlomi - ma allora che motivo avrebbe avuto, l'impostore omicida, per andare poi fino ad Albissola e rapire una signora non più giovane, con tanto di figli e di nipoti, sostenendo di essere il suo primo fidanzato? L'acqua continua a gocciolare, l'idraulico non chiede neppure altri giornali. Quello che gli interessa, ormai, è solo che io gli finisca la storia e gli spieghi perché Andrea Barlomi aveva ucciso Maria Luisa. Solo allora lui riaprirà finalmente il contatore dell'acqua e io potrò rientrare in possesso della mia cucina. Prima però bisognerà togliere tutta quella distesa di giornali inzuppati, che ormai è più vasta della Pampa su cui cavalcava un dì «Il gaucho di Albissola». "A volte le vicende più drammatiche nascono da un'inezia" dico finalmente all'idraulico "una circostanza del tutto casuale. Sembra che Barlomi, di ritorno dall'Argentina, avesse deciso di prendersi qualche giorno di vacanza prima di tornare ad Albissola. Sbarcato all'aereoporto di Milano aveva lasciato la sua roba al deposito bagagli e aveva noleggiato una macchina, per visitare la riviera romagnola. In Argentina aveva sentito parlare spesso di Rimini, di Riccione, di Cattolica, e magari avrà pensato che uno come lui, avventuroso, esperto di locali notturni, da quelle parti avrebbe anche potuto trovare qualcosa da fare". Il flessibile ha smesso finalmente di gocciolare, e mi pare un segno di buon augurio, anche per la storia di Maria Luisa e del Barlomi. L'idraulico, che dichiara di andare ogni anno a Cesenatico con la famiglia, conferma del resto che da quelle parti la vita notturna non manca. "Giunto a Cattolica Barlomi noleggia un ombrellone sulla spiaggia..." "che era proprio accanto a quello di Maria Luisa!" grida l'idraulico tronfante. Non ho difficoltà a dargli ragione, anche se io, per motivi estetici, avrei preferito farli incontrare più tardi al self service del bagno. "Proprio così, l'ombrellone assegnato al Barlomi era accanto a quello di Maria Luisa. Ecco perché le dicevo che a volte le storie più drammatiche possono prendere le mosse da una circostanza del tutto casuale. Maria Luisa prova subito simpatia per quell'uomo ormai anziano, così pieno di nostalgia da aver lasciato una buona posizione a Buenos Aires per tornarsene alla sua cittadina natale. E poi l'ha colpita il suo linguaggio, pieno di 'entonces' 'vamos' 'yo' e di forme dialettali liguri. E' una maestra, inconsciamente è spinta a correggere i suoi errori e cerca di rieducarlo all'italiano di oggi. I due passano alcune ore chiaccherando, poi si salutano e Barlomi dice a Maria Luisa che il giorno stesso sarebbe partito per Albissola". "Invece non fu così" interviene l'idraulico che, per mia fortuna, adesso partecipa attivamente allo sviluppo della storia "il Barlomi segue Maria Luisa, individua il luogo in cui abita e la sera va da lei" "Va da lei" continuo io "e le chiede di correggergli una lettera che intende spedire alla sorella prima di tornare definitivamente a casa. I giornali ne riportarono anche il testo, perché Barlomi, quel criminale, ebbe il coraggio di spedirla davvero. Una cosa che fece molta impressione. Dunque Barlomi bussa alla porta di Maria Luisa e lei lo fa entrare. Probabilmente Barlomi non pensava di ucciderla. Voleva davvero farle correggere la sua lettera, sentire la mano di una maestra, giovane e bella, che lo aiutava a tenere la penna fra le dita. Poi però perde la testa, è un violento, un uomo che ha corso molte avventure e ha ballato nei locali più equivoci. Tenta di sedurre Maria Luisa, di farle violenza, e scoprendosi vecchio e incapace di sopraffarla la uccide con il suo coltello..." "E la chiave?" Già, la chiave. Mi ero dimenticato della faccenda della chiave che non fu più trovata nel mazzo della maestra. E pensare che questo particolare l'avevo introdotto solo per prendere tempo, quando ancora ignoravo l'esistenza del «gaucho di Albissola» e non avevo la più pallida idea di chi sarebbe stato l'assassino. Ma ormai vedo terra, il caso è finalmente chiuso e questi sono solo gli ultimi strascichi della vicenda. "Per alcune settimane i giornali avanzarono le ipotesi più diverse sul «Mistero della chiave scomparsa», come lo definirono, mettendo persino in dubbio la ricostruzione della polizia e negando credibilità alla confessione di Barlomi. Si arrivò persino a insinuare che non fosse lui l'assassino della maestra ma che fosse un mitomane, o addirittura un impostore che convinto dal danaro coprisse la responsabilità di qualcuno molto, molto in vista.
Vecchio com'era, avrebbe avuto solo una lieve condanna...Ma la spiegazione era più semplice di quanto si voleva pensare. Subito dopo aver ucciso Maria Luisa, Barlomi sfilò la chiave dal mazzo di lei, controllò che le finestre fossero tutte serrate dall'interno e si chiuse la porta dietro le spalle. Sperando così di far ricadere i sospetti sugli amici intimi che una ragazza così bella, e così sola, secondo lui doveva per forza avere" "Non lo sapeva che era tanto religiosa..." "Certo che no, avevano passato insieme solo poche ore" "Ma è possibile che nessuno li avesse visti parlare, sulla spiaggia, quella mattina?" "Sì, un bagnino, il quale aveva dichiarato alla polizia di aver visto Maria Luisa chiaccherare a lungo con un uomo anziano che indossava una camicia a fiori. Solo che quel bagno è frequentato in buona parte da pensionati del Nord Italia, che hanno le vacanze convenzionate, e quindi la deposizione del bagnino non era sembrata molto rilevante" "Ma guarda un po' che storia" dice l'idraulico "certe volte la cronaca è ancora più incredibile dei romanzi" "E' a posto il flessibile?" gli chiedo "Certo, guardi qua, ho riempito di nuovo l'impianto e non esce più neppure una goccia". Lo pago, sulla porta l'idraulico vuole darmi la mano. "Senta" mi chiede "ma fu scoperto poi se quella canaglia del Barlomi era veramente lui o un impostore?" "No" gli dico "non si è mai scoperto. O perlomeno" aggiungo esausto "i giornali non ne hanno mai parlato".


Un coccodrillo azzurro

"Antonio Rendine era solo un imbecille. Spero che tu te ne renda conto". Il mio dio ha sempre dei modi così cortesi, non mi aspettavo che venisse a svegliarmi alle cinque del mattino per dirmi una cosa del genere. "Ma che c'è, non capisco..." balbetto, cercando di accendere la luce. Finalmente trovo l'interruttore e lo vedo lì, seduto in fondo al letto, con i suoi occhiali grandi e la faccia simpatica da vecchio zio. Ma questa volta sembra agitato. "Tutte sciocchezze" continua "il vampirismo, il ventriloquismo, la cultura come opera dei pupi. Di persone come Rendine ne è pieno il mondo, semplicemente non sopportano di leggere qualcosa di diverso da quello che hanno scritto loro. Sai come diceva Benjamin Disraeli? Se voglio leggere un bel romanzo, lo scrivo". Provo a ribattere "Lui però non scriveva romanzi, scriveva solo sciocchezze..." "Appunto. Solo uno sciocco può aver paura dei libri. I libri invece sono sempre una grande risorsa, anzi, molto spesso salvano. Ma non ero venuto per dirti questo. Sembra che il Gagliardo sia malato grave" "E di cosa?" Sono davvero stupito, non mi sarei aspettato che il Gagliardo potesse ammalarsi, neppure di influenza. "Per ora non si sa. Lo hanno ricoverato ieri sera. Ecco qua, ti ho portato i giornali, in ogni caso farai bene a guardare il primo notiziario alla televisione, dopo le sei". Il mio dio si alza e si avvia verso lo studio. Attraverso il riquadro della porta lo vedo avvicinarsi a uno degli scaffali, nonostante la luce incerta del mattino è già lì che fruga fra i miei libri. Ne tira fuori uno e si mette a sfogliarlo. Poi ne prende un altro e scompare dalla mia vista. Dev'essere già entrato in qualche provincia del suo politeismo librario, forse ha scoperto che la sera prima mi ero dedicato al dio Pasodoble, signore della storia della danza, e si è incuriosito. Oggi il mio dio si comporta stranamente. Di solito quando viene a trovarmi mi porta dei libri, qualche romanzo dimenticato (che invece è molto più bello di quelli che si leggono di solito), una raccolta di proverbi cinesi, il saggio di un critico americano che dichiara di aver finalmente svelato il mistero dei Sonetti di Shakespeare. Invece questa volta mi ha portato un pacco di giornali, raccomandandomi persino di accendere la televisione. Non lo aveva mai fatto. E poi, arrabbiarsi così per la storia del diario Rendine! La malattia del Gagliardo deve averlo sconvolto.
Nell'attesa del primo notiziario televisivo comincio a guardare i giornali. Che il Gagliardo sia malato dispiace molto anche a me, e sono preoccupato. Su tutte le prime pagine sta la medesima foto del Gagliardo rovesciato su una barella, le mani immobili lungo i fianchi. I titoli: «Il Gagliardo, improvviso malore» «Il Gagliardo d'urgenza all'Ospedale San Firmino, si teme per la sua vita». Seguono le prime interviste ai medici. Si può supporre che si tratti di un infarto? Sembra di sì, in un'improvvisata conferenza stampa il primario di cardiologia afferma però che ogni diagnosi è prematura prima di ...«ma siamo già in grado di escludere categoricamente che possano presentarsi complicanze a carattere renale...» Questa frase inaspettata mi fa sobbalzare. La televisione si è accesa da sola (che sia stato il mio dio ad azionare il telecomando?) e la stridula voce del primario si spande intorno a me come se fosse uscita viva dal giornale. Adesso la stanza è illuminata da una nuova luce, l'inconfondibile raggio aurale del piccolo schermo. Alzo gli occhi dai giornali e comincio a seguire il notiziario. La sala stampa del San Firmino è piena di microfoni e di giornalisti. "Hai per caso le opere di Montesquieu?" mi chiede il mio dio dal buio dello studio "Forse, nel terzo scaffale da destra, vicino alla finestra". Il primario è letteralmente assediato, microfoni e telecamere sono protesi verso di lui come un'onda che non riesce a rovesciarsi. Il dialogo è confuso, l'audio è imperfetto come le immagini, che procedono a scosse «Ma non c'era già stato in passato qualche episodio del genere?» «A questa domanda non posso rispondere» «Ci sarà un intervento chirurgico?» «Non prima di domattina» «Dunque ci sarà?» «Non ho detto questo». I giornalisti prendono nota delle risposte del primario, mentre il commentatore della rete, anche lui con in mano un taccuino, interviene per dire che, se il primario si esprime in questo modo, è facile supporre che un intervento ci dovrà essere. Il primario esce dalla sala stampa, sempre seguito dai giornalisti che spingono verso di lui i loro microfoni come se fossero dei tizzoni ardenti. Dopo la pubblicità, altre immagini. Ecco il Gagliardo bambino. Cammina accanto a sua madre, su un sentiero di montagna. Finito il collegamento col San Firmino sono subito scattati i servizi di repertorio. Deve essere un vecchio filmino amatoriale, il Gagliardo bambino si volta verso l'obiettivo e fa una linguaccia. La mamma lo minaccia affettuosamente con la mano, ha indosso scarponi, calze pesanti e una gonna a fiori. Sono certo che l'immagine di quella linguaccia sta già facendo il giro del mondo via satellite e domani sarà su tutti i giornali. Specie se, speriamo di no, le condizioni del Gagliardo dovessero aggravarsi. Ecco adesso il Gagliardo che si agita dietro il velo, circondato da scribi e da commentatori, poi uno zoom sulla copertina del Libro dei Resolonghi, il Gagliardo a una premiazione letteraria, in una località di mare, il Gagliardo che stringe la mano al Presidente degli Stati Uniti. In pochi minuti la vita del Gagliardo è stata sezionata, tabulata, amplificata. Fra stacchi pubblicitari e bollettini sanitari la biografia dell'illustre infermo si spande, come la maionese fuoriesce da un tramezzino. «Siamo di nuovo collegati col San Firmino per un aggiornamento» compare il solito commentatore della rete col microfono e il taccuino «il paziente ha riposato e ha orinato regolarmente». Domani ci sarà di sicuro polemica su questa frase. Si ha il diritto di parlare così esplicitamente delle urine di qualcuno? Non c'è un limite all'informazione, che è dato dalle barriere corporali e dalle regole della decenza? Prima però bisognerebbe decidere chi stabilisce le regole della decenza e soprattutto quali sono. Anche di questo, comunque, ci sarà tempo per discutere a lungo nei prossimi giorni.
Il primario è tutt'ora introvabile, l'anestesista del reparto, stretto fra due ali di cronisti, scuote la testa con un sorriso imbarazzato, non si rilasciano più dichiarazioni, oltretutto non si sa neppure se sarà necessario un intervento e dunque se l'anestesista avrà o meno un ruolo in questa vicenda. Intanto «sono arrivati i saluti del presidente della Repubblica». L'anestesista si chiama Guido Baldini «ma non è lei che ha operato anche Gino Bartali?» Non è lui, è andata male. Però adesso c'è il giallo delle rose. Pubblicità, pochi secondi di stacco. Il mazzo di rose è stato recapitato, anonimo, al San Firmino verso le sette e trenta. In quel momento il custode stava parlando con un cronista e l'enorme fascio di rose non è sfuggito all'attenzione della stampa. Per la verità, la tv riesce solo a trasmettere un bagliore amaranto, appena un lampo, poi il camice bianco di un inserviente - «ma non si può, non si può...» - si interpone fra le rose e la telecamera. Dopo un'oscillazione da capogiro l'immagine va a conficcarsi sulle scale del reparto cardiologia. Chi sarà stato a inviare quelle rose? Intervistato dal commentatore della rete, un noto cronista avanza le prime ipotesi.
Del resto io stesso aveva già notato, su uno dei giornali che stamattina mi ha portato il mio dio, uno strano riquadro in terza pagina: «L'ansia di Pauline». Adesso vado a riprendere quella pagina. Tanto c'è un altro stacco pubblicitario. Si era nel 1985 e il Gagliardo non era ancora diventato così famoso come adesso. Aveva appena pubblicato il Libro dei Resolonghi e una sera un giornalista mondano lo sosprese in compagnia di una ragazza fuori dalla porta di un cinema. Per quanto il Gagliardo cercasse di coprirsi il volto col cappello fu riconosciuto subito. La ragazza, poi, rimase come stranita dalla foto, una persona qualunque che non si aspettava un flash così accecante. Adesso la storia è ritornata fuori. Si trattava di Pauline Sackermann, una ragazza di Freiburg che il Gagliardo aveva conosciuto in una stazione sciistica. Finita la pubblicità, in tv già compare il portone di casa della ragazza, a Freiburg. Un lussuoso palazzo a tre piani. La telecamera avvicina l'immagine e inquadra i campanelli, in effetti sul terzo cartellino dal basso c'è scritto «Sackermann». Il dito di un giornalista schiaccia il pulsante, una due tre volte. L'obiettivo si posa ansioso sul citofono in ottone lucidato. Nulla, Pauline non è in casa o forse non vuole rispondere. Sarà stata lei a mandare le rose rosse? Il servizio da Freiburg si conclude con un certo senso di delusione. Compare un critico famoso al quale viene chiesto di tracciare un breve profilo letterario del Gagliardo. «Un'opera che travalica la narrativa» dice «per investire l'intera cultura del nostro secolo e forse anche più in là...» Il critico ha una gran pancia e siede sullo sfondo della sua biblioteca personale «Ci parli del velo del Gagliardo» Il critico sorride «Non credo alla sua esistenza» dice pacatamente «il velo rappresenta solo l'impenetrabilità della perfezione, è un puro simbolo letterario....» Bruscamente siamo di nuovo in collegamento col San Firmino «ci scusiamo con i telespettatori, torneremo a collegarci col professor Tiranzi subito dopo che...ecco, il primario, sì, l'informazione era esatta, il primario sta entrando nella sala stampa...» Solita ridda di tizzoni ardenti, il primario avanza a fatica e si siede dietro il tavolo «siamo in attesa, ansiosi ovviamente...eccolo dunque, devono aver finito...». Il primario si schiarisce la voce: «Posso dire che il paziente ha superato felicemente la notte ed è fuori pericolo. Si è trattato di un semplice attacco anginoso, non ci sono infarti o lesioni di sorta...» «Fra quanto potrà tornare dietro il velo?» lo interrompe una giornalista «Al più presto, al più presto» sorride il primario «la prognosi è sciolta ma non voglio ancora pronunziarmi sulla convalescenza» «Ha fatto colazione?» chiede un altro giornalista «Ha preso del the» «Ha chiesto i giornali?» «Non gli è ancora permesso leggere, ma posso dire, sì, li ha chiesti...» «Aah...» L'audio continua a essere pessimo mentre altre domande rimbalzano fra i rumori della sala stampa: quali sono state le prime parole che il Gagliardo ha pronunziato quando ha ripreso conoscenza? lei conosce Pauline Sackermann? pensa che il Gagliardo scriverà un libro sull'esperienza della malattia? è vero che il Gagliardo ha un coccodrillo azzurro tatuato sulla pancia? La domanda ha un effetto paralizzante sul primario e su tutti gli altri giornalisti. Lo si percepisce dal silenzio in cui inspiegabilmente cade. E' come se questa uscita, per quanto assurda e inattesa, avesse rovesciato il senso dell'evento, che ormai si avvia ineluttabilmente a diventare questo: un coccodrillo azzurro tatuato sulla pancia del Gagliardo.
Il misterioso tatuaggio interessa già più della salute stessa dell'infermo, più della sua ripresa, più della sua futura attività letteraria. Ma è solo un attimo. Il primario esce dalla sala stampa, agitando le mani, solita ridda di tizzoni ardenti, fino al prossimo bollettino non rilascerà altre dichiarazioni. Il commentatore della rete, con il suo taccuino in mano e l'impermeabile col bavero rialzato, per far vedere che fuori ha cominciato a piovere, passa la linea allo studio, dove il professor Tiranzi è ancora in attesa di riprendere il suo profilo letterario del Gagliardo. Ma la faccenda del coccodrillo azzurro, appresa via monitor, deve aver turbato anche lui. In ogni caso, le sue osservazioni sull'importanza dell'opera del Gagliardo suonano ormai fiacche e prive di interesse. Un'altra notizia. Pauline Sackermann è stata rintracciata a New York, dove pare che abbia rilasciato una lunga intervista in esclusiva a un settimanale americano. Avrà mandato lei il mazzo di rose ? Non sapremo niente fino a domani. Torna la faccia del Gagliardo in sovraimpressione, poi una rapida immagine del velo. Grazie professor Tiranzi. Pubblicità. Io mi alzo per andare in cucina a farmi un caffé. Segue un servizio di repertorio sulle malattie di celebri scrittori. Vecchi baffuti con accanto infermiere di stazza forte, giovanotti fotografati alla finestra di un sanatorio, «la volta in cui Hermann Hesse rifiutò una trasfusione di sangue», la malattia più drammatica, più assurda, più protratta, fu comunque quella di Cesare Pavese. Perché non fu vera malattia. Dino Campana in manicomio. Torno in camera con il caffé. Il primario è di nuovo nella sala stampa. Dopo la terza o quarta conferenza ha assunto un tono molto più sicuro. Ormai si sdraia letteralmente fra i microfoni e mette le gambe sul tavolino. Dal taschino del camice penzola uno stetoscopio, sotto si intravede la seta splendente di una camicia di prezzo. «Posso confermare il bollettino di un'ora fa. Il paziente è completamente fuori pericolo. Escludiamo qualsiasi complicazione di carattere circolatorio. Le condizioni generali sono buone...» «Si prevede una rapida ripresa?» «Rapidissima» «I familiari sono con lui?» Il primario sorride senza rispondere «Conosce Pauline Sackermann?» Il primario sorride ancora «E' vero che il Gagliardo ha un coccodrillo azzurro  tatuato sulla pancia?» La voce è la stessa di pochi minuti fa e intorno si spande lo stesso, brevissimo gelo. E' ormai chiaro che l'attenzione dei media si va concentrando esclusivamente sul coccodrillo azzurro. Lo stesso commentatore di rete, per quanto privo di qualsiasi informazione reale, si sente costretto ad affrontare l'argomento. Già parla di camicie Lacoste, di scarificazione rituale, di body piercing. In effetti nessuno avrebbe mai potuto sospettare che il Gagliardo nascondesse un simile segreto. Ma se la notizia è circolata vuol dire che qualcuno, un infermiere, o un dottore, nell'intimità dell'emergenza ha potuto notare la presenza di questo tatuaggio sul ventre dell'illustre infermo. Altrimenti come sarebbe potuta nascere una notizia del genere? Anche se non lo si dice ancora esplicitamente, si sospetta l'appartenenza a qualche società segreta, oppure il residuo indelebile di un'avventura misteriosa che riemerge dal passato del Gagliardo. Che in effetti è così poco conosciuto. Bisognerà scavare, scavare. Il Gagliardo è stato forse mercenario in Kenia?
La faccenda delle rose, e di Pauline Sackermann, è ormai passata del tutto in secondo piano. A meno che la ragazza non sia in grado di fornire rivelazioni anche sul coccodrillo azzurro. Speriamo che al prossimo notiziario, fra meno di un'ora, siano in grado di dare qualche nuova indiscrezione. Il mio dio fa capolino dallo studio con un libro in mano. Ha uno sguardo piuttosto ansioso. "E' fuori pericolo" grido "si è trattato di un semplice attacco anginoso" "Ah, meno male!" dice con un sorriso. Sembra davvero sollevato "Che cosa pensi della faccenda delle rose?" gli chiedo posando la tazzina del caffé "Quali rose?" chiede a sua volta lui, meravigliato "Quelle che qualcuno ha mandato all'ospedale. Pensi che sia stata davvero Pauline Sackermann?" Il mio dio ha lo sguardo di uno che, sinceramente, non capisce. "Ma non hai sentito? E questo è niente. Sembra che il Gagliardo abbia un coccodrillo azzurro tatuato sulla pancia. Come puoi capire, se questa notizia fosse confermata..." Il mio dio sembra sempre più stupito "Ma che cosa hai fatto in tutto questo tempo?" gli chiedo "Ho cercato una frase, anzi un verso che cita Montesquieu nello Spicilegio..." dice il mio dio stringendosi nelle spalle "Ma come, in una circostanza come questa ti sei messo a leggere? con tutto quello che sta succedendo al San Firmino!" "E' un bellissimo verso" mi interrompe il mio dio come se volesse giustificarsi "dice «E che? abitate a Delfi, e credete all'oracolo!» Era tanto tempo che lo cercavo" "Ma non ti interessava sapere come stava il Gagliardo?" "Certo, ero molto preoccupato. Ma ora so che è fuori pericolo e sono contento" "Però non hai visto il mazzo di rose, la casa di Pauline Sackermann, e soprattutto non sai nulla del coccodrillo tatuato..." Mentre continuo a parlare sento chiudersi la porta di casa. Il mio dio dev'essere uscito. Credo che come al solito abbia ragione lui. Ma come, abito a Delfi, e anch'io credo all'oracolo?


Robisc

La foglia di alloro pende sopra il suo naso. Ovidio non la guarda, non la tocca, non la stacca, semplicemente la sgrappola: cogliendo una ad una tutte le parole che la riguardano. Verde cupo, odore, taglio ondulato dei bordi, nervi duri, bambino che la annusava (lui), narici (messa sotto le) fin quando il profumo non gli dava alla testa. E poi Daphne, statua di lei a Sulmona, dita che si innervano di rami, e il sangue si fa linfa nelle vene (o dèi, è già un verso!) occhi irrigiditi e alla fine, sul bordo estremo della vita, una chioma di foglie su cui posare un bacio. Ecco che la foglia non sta più semplicemente sopra il suo naso. Si è fatta descrizione e racconto, le sue nervature a spina di pesce sono già diventate un albero sintattico, una specie di grafo. In pratica lui sarebbe già pronto per scrivere su una tavoletta cerata: "Amo le foglie di alloro, mi è sempre piaciuto annusarle e sentirne il taglio dell'orlo sulle labbra. Se dovessi scrivere una poesia..." O meglio ancora, sarebbe già in grado di comporre direttamente dei versi sulla metamorfosi di Daphne. Eppure ha semplicemente visto una foglia d'alloro che pende sul suo naso, solo questo.
L'ha guardata senza neppure toccarla. Se fosse una persona come tutte le altre Ovidio staccherebbe quella foglia dal ramo e se la passerebbe per un momento sulle labbra. Poi la getterebbe via. Invece no, per vederla, per toccarla, per possederla, lui la mette automaticamente in forma di parole. Le cose non gli sembrano vere finché non ne ha trovato tutti i possibili equivalenti verbali. E per grazia delle Muse possiede una capacità straordinaria nello scovarli. Se la foglia di alloro che gli pende sul naso non avesse assorbito la sua attenzione probabilmente sarebbe toccato alle nuvole che trascorrono nel cielo (bianche, spuma, fastose inesistenze, rimbalzano nel vento) o al dolore che prova alla spalla sinistra. Perché neppure i dolori gli sembrano veri finché non ha trovato il modo di enunciarli. Questo naturalmente non gli impedisce di sentire male come tutti gli altri ma, fino al momento in cui non si è imbattuto nelle parole adatte (fiamma che nascostamente arde) non riesce a sentir bene neppure il dolore. Perché accade tutto questo? La spiegazione è semplice. Ovidio ha una vita scritta. Ha passato anni e anni, quasi tutti quelli che ha vissuto, a imparare a scrivere. E ci è riuscito. Gli hanno insegnato che scrivere è l'unico modo per capire il mondo e, soprattutto, per capire se medesimo. Ovidio è convinto che capire e scrivere siano la stessa cosa, proprio come vedere e scrivere, sentire e scrivere. La scrittura viene prima di ogni altra cosa e la vita, se non è passata attraverso il suo filtro, è come se fosse inesistente. Non ci sono sensazioni finché non sono chiuse dentro un giro di frase, non esistono foglie finché non si siano mutate in un grappolo di parole meticolose, elastiche e sonore. Le persone comuni pensano che la scrittura sia qualcosa che si aggiunge alla vita e al mondo, un di più, come la bravura nel cavalcare o l'arte della cetra. Si sbagliano. La scrittura non si aggiunge alla vita, la contiene tutta. Che hai, ragazzo? gli dicevano i vecchi quando lo vedevano arrossire al passaggio di una fanciulla. Sei innamorato? E sorridevano al giovane Ovidio. Subito il precettore lo prendeva per mano e lo trascinava a casa. Ecco le tavolette, ecco lo stilo, gli diceva, scrivi se vuoi capire cosa provi. Scava la tua via dentro i sentimenti scrivendoli in tante parole rapide e ordinate. Solo in questo modo potrai pretendere di amare.
Occorrono aggettivi, verbi attivi e passivi, giochi di parole e di sintassi, figure di analogia - devi scriverti, Ovidio, e scrivere lei. Altrimenti come potrai pretendere non solo di amare ma addirittura di esistere? E da allora lui, ininterrottamente, non ha mai smesso di scrivere. I suoi compagni d'infanzia, come Marcello, hanno già conosciuto l'amore, la guerra, poi la carriera nell'esercito. E continuano a vivere in questo modo. Marcello, per quanto abbia ricoperto il grado di proconsole in Bitinia, a volte si concede persino la libertà di stare ore e ore senza far nulla, specie quando rientra dai suoi lunghi viaggi, e va in cerca degli amici per raccontare le sue avventure. Ovidio invece non smette mai di scrivere. Non solo quando traccia i caratteri sulla tavoletta ma anche quando parla, quando soffre e quando mangia oppure quando gli capita sul naso una foglia d'alloro. Scribo. Quando quel lampo di scrittura gli si accende dentro, cioè quasi ad ogni momento, c'è una parola segreta che utilizza per dirselo (anche questa sensazione deve metterla in parole, se vuole davvero provarla): Robisc. E' come il sibilo di un animale ignoto, il colpo di frusta che il padrone infligge ai gladiatori mentre si esercitano. Che cosa cerca Ovidio ogni volta che scrive? Ovviamente è in grado di spiegarlo, anzi di scriverlo. Robisc! Quando subisce questa sua insostenibile frustata alla scrittura Ovidio segue una voce che ha dentro, così rapida che spesso teme di non fare in tempo a registrarne le parole. E' la voce di un altro? No, è la sua voce scritta. Talmente bella che a volte stenta a credere che davvero gli appartenga,  e sarebbe proprio un peccato che andasse perduta. Per questo la registra con tanta diligenza. Questa voce che pure è sua ha il potere di raddoppiare lui, Ovidio, in una seconda persona mentre cammina, mangia, si esercita al Campo Marzio, compie le sue funzioni fisiche. La voce lo separa da sé, scrivendo, e lo rende straordinariamente bello e attraente. Ormai Ovidio non saprebbe più rinunciare alla gioia di questo specchio che, nel gioco dei caratteri alfabetici, gli restituisce un'immagine perfetta di sé. Non c'è soltanto l'Ovidio che beve o che ama, c'è anche l'altro Ovidio, che scrive di bere o che, amando, scrive il seme che si perde in un flusso prima brusco poi sempre più lento, a scosse, mentre le membra si sciolgono nel languore. Robisc.  Ovidio sa che questa voce scritta, che tanto lo rende più bello di sé, gli sopravviverà nel tempo e diventerà nei secoli la voce di altre migliaia di persone. Non sbaglia. L'Ovidio bello, che scrive e sgrappola foglie di parole, l'Ovidio che spande seme in un sussulto prima brusco poi a scosse sempre più lente, resterà, anche quando più nessuno si ricorderà dell'Ovidio che semplicemente sedeva sotto una foglia d'alloro o si abbandonava al piacere con una flautista. Ovidio diventerà la voce di altri, che attraverso di lui si raddoppieranno o apprenderanno il modo di farlo. E' il miracolo che la scrittura riesce a compiere quando, con dolorosa e meticolosa privazione, fin dall'infanzia si è imparato a duplicare in forma alfabetica qualsiasi momento della vita propria e di quella altrui. E pensare che molte persone scrivono solo eccezionalmente e in casi disperati. Per loro la scrittura è una forma di emergenza, di calamità naturale. Non scrivono mai se non quando sono immensamente infelici o quando lasciano un biglietto sul letto prima di tagliarsi le vene. Scrivono come un astemio si concede un boccale di vino forte per combattere un dolore che altrimenti sarebbe insostenibile. Con quello che mi è successo, sembrano dire, posso anche permettermi qualche frase! Magari si azzardano persino a scrivere delle poesie, pensano che in quei momenti nessuno potrebbe biasimarli. Che errore.
Così la scrittura non li fa belli, ma brutti. Perché il paradosso vuole che essi decidano di raddoppiarsi solo nei momenti in cui - amori infelici, disperazione della vita, morte - il loro aspetto è peggiore e la loro voce più aspra. Che goffa immagine lasceranno di sé, ammesso che qualcuno voglia davvero ripeterla e conservarla. Non hanno parole magiche per la scrittura, solo grida strozzate, bofonchi o scoppi amari di risa. I loro racconti hanno trame brutalmente calcate sulla vita, le loro poesie sono cariche di oggetti come la carretta di un emigrante. Scritture senza miracolo. Oh, Robisc! Ovidio ha scritto anche cose brutte, specie da giovane. Il suo castigo, il suo saltuario inferno terreno, consiste nel ricordarsene. Egli non dimentica una sola frase di quello che ha scritto e a volte le parole goffe e sbagliate che gli è capitato di usare tornano a stormo verso di lui. Sono frasi che emergono da una distanza di trent'anni, un abisso pieno di parole che la sua memoria è in grado di ripercorrere palmo a palmo con la precisione di un telescopio. "Dobbiamo andar per funghi" - perché quella volta ho usato il troncamento? "Lo so, eravate stanchi e non aveste più voglia alcuna di filosofare..." che verso presuntuoso. "Le farfalle son fiori / di primavera" che metafora triviale e senza senso. Nelle notti insonni, quando lo stomaco stenta a digerire il vino bevuto, le parole sbagliate bussano alla sua mente come parenti ignoranti di cui provare vergogna. Il rimorso per le parole brutte è l'unica punizione che la scrittura ha inflitto al suo figlio più caro. Per il resto Ovidio ha avuto tutto dalla scrittura. Anche se in cambio le ha consegnato l'intera vita e, addirittura, i suoi stessi occhi. "Ho visto cose" gli ha detto Marcello di ritorno dalla campagna d'Asia "che altri mortali non vedranno mai. Fontane che versano fiamme, alberi melodiosi, intere città costruite di foglie e di cristallo. Sui monti del Caucaso ho incontrato uomini che ignorano l'uso del linguaggio e fuggono più veloci di uno stambecco..." Marcello ha visto, con i suoi occhi, come tutti i viaggiatori. Ovidio non ha mai visto nulla, ha letto. E soprattutto ha scritto, perché per lui leggere è sempre stato solo un mezzo per poter scrivere. Robisc. Con un colpo di frusta il sibilo della parola magica gli ha distolto gli occhi da tutto ciò a cui avrebbe potuto rivolgerli e lo ha costretto a fissarli unicamente sulla tavoletta cerata. Gli occhi di Ovidio non sono più distinguibili dall'alfabeto, è la scrittura che per lui rende visibile la realtà. Marcello ha viaggiato e vagato, conosce l'orrore notturno delle navi in fiamme, alla deriva, fuori dalle mura di Durazzo, mentre Ovidio non si è mai mosso da casa sua. Però potrebbe scrivere tutto quello che Marcello gli racconta, anzi, mentre il suo amico parla Ovidio lo sta già facendo. Che povere parole usa, Marcello, per descrivere ciò che ha visto! Espressioni grumose, opache, a una a una Ovidio le diluisce, le lucida, le distende, finché la notte di Durazzo è diventata un immenso cristallo che fiammeggia nel buio. La foglia d'alloro oscilla come la lancetta di un pendolo. Tempo che scorre. Ovidio chiude gli occhi, per un momento la voce della sua scrittura tace e la parola magica non è pronunziata dentro di lui. Non ce n'è bisogno, l'anima oscilla come una barca sospesa fra due correnti opposte e quindi immobili. Ovidio ha raggiunto il beato centro della sua perfezione, altra immagine di sé più compiuta di quella che la sua scrittura adesso gli rimanda non potrebbe esistere. Ovidio è felice. Che grande fortuna è la sua. Lui infatti non sospetta ancora niente.
Noi invece sappiamo che, ormai, non c'è più alcun bisogno di sciogliere e legare in un fascio di sillabe quella foglia. Basta che entri dentro un'immagine ed è già diventata milioni di altre foglie, pronte a vivere altrettante vite indipendenti da qualsiasi parola scritta. La realtà ha imparato a duplicarsi da sola, senza più bisogno di ricorrere all'arte dei fantasmi alfabetici. Scrivere non serve più per afferrare il mondo, così come non serve più per afferrare noi stessi e tutti gli altri uomini. Tra breve sarà sufficiente mettersi di fronte a una delle infinite finestre luminose che punteggiano la nostra vita e guardare senza mai distogliere gli occhi. Dopo pochi secondi, un brusco esplodere di linee e di punti avrà già disegnato sullo schermo il nostro ritratto e quello di tutto ciò che ci riguarda. Tra breve quella voce scritta, sonora, con cui Ovidio si distaccava da sé medesimo diventerà indecifrabile e soprattutto inutile. Nessuno avrà più alcun motivo per dedicare tutta la propria esistenza all'arte di imparare a scrivere. Forse sarà addirittura una liberazione. Anni trascorsi a sviluppare la musica mentale delle parole, la trasparenza delle immagini, l'orrore per le ripetizioni e le stonature dello stile. A che scopo continuare a farlo? Ci saranno altri specchi per noi, sempre più facili e più completi. La scrittura muore, e tanta vita meticolosamente scavata nelle parole - stilo, penna, caratteri di stampa - è destinata a svanire né più né meno della vita ordinaria di tutti coloro che non scrivono nulla. La scrittura muore e con lei i libri si spengono, ad uno ad uno, come le lampade di una luminara che progressivamente cedono al buio della notte per semplice consunzione dell'olio. Ma il vento sale, un altro soffio, un sibilo. Robisc? 


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