n. 65
aprile
2016


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Palomar non rappresenta una testata giornalistica, viene aggiornato senza alcuna periodicità, esclusivamente sulla base della disponibilità del materiale e delle news ; non è, pertanto, un prodotto editoriale sottoposto alla disciplina di cui all'art. 1, c. 3, l. n. 62 del 7 marzo 2001 .
ALGERIA – Approvata una importante revisione costituzionale
ARGENTINA – Legittima la nomina dei giudici della Corte suprema effettuata con decreto
BRASILE – La Presidente Dilma Rousseff sospesa dalle funzioni a seguito del voto sull’ammissibilità dell’impeachment da parte del Senado
BRASILE – Avvio della procedura parlamentare che potrebbe portare il Presidente della Câmara dos Deputados, Eduardo Cunha, alla perdita del suo mandato parlamentare
BULGARIA – La Corte costituzionale dichiara l’illegittimità della riforma sanitaria
CANADA – La Corte federale ha dichiarato incostituzionali le disposizioni che non ammettono la possibilità di coltivazione diretta di marijuana per fini terapeutici
COLOMBIA – La Corte costituzionale estende le adozioni anche alle coppie omosessuali
FRANCIA – Il Parlamento approva la legge che proroga ulteriormente lo stato d’emergenza
FRANCIA – Approvata una nuova legge sul fine vita
GAMBIA – L’Assemblea nazionale mette al bando le mutilazioni genitali femminili
GERMANIA – La Corte di Karlsruhe dichiara parzialmente incostituzionale la legge sulle misure straordinarie di sorveglianza per la difesa da attacchi terroristici
GUATEMALA – Dichiarata incostituzionale la pena di morte
GUINEA BISSAU – Il Supremo Tribunal de Justiça dichiara incostituzionale la destituzione dei 15 deputati del partito di maggioranza
MESSICO – La Suprema Corte de Justicia dichiara incostituzionale la norma dello Stato di Jalisco che prevede la diversità di sesso dei nubendi
NUOVA ZELANDA Il no al referendum popolare sull’introduzione di una nuova bandiera
PERÙ – Decretata la sospensione dei diritti fondamentali in alcuni distretti della Provincia di Áncash per la lotta alla criminalità organizzata
POLONIA – Tensione istituzionale intorno alla riforma della Corte Costituzionale
REGNO UNITO – La Supreme Court si pronuncia sulla giurisdizione su domanda della madre sociale di una minore residente all’estero
SENEGAL – Si è svolto un referendum costituzionale
SPAGNA – Il Tribunale costituzionale ritiene legittimo l’utilizzo di videocamere sul luogo di lavoro senza il consenso dei dipendenti
STATI UNITI – A distanza di quindici anni da Ring v. Arizona la Corte suprema torna sul valore del verdetto della giuria nei capital sentence cases
STATI UNITI – La morte di Scalia e la vacancy alla Corte suprema. Un possibile constitutional clash?
SVIZZERA – Si è svolto un referendum per inserire in Costituzione la definizione di matrimonio e parificare il trattamento fiscale tra coniugi e coppie legalmente riconosciute
SUDAFRICA – La Corte costituzionale decide sulla responsabilità del Capo dello Stato
TUNISIA – Approvata la legge organica sul Consiglio superiore della magistratura
TUNISIA – Creata l’Istanza nazionale per la prevenzione della tortura
TUNISIA – Approvata una modifica al Codice di procedura penale
UNIONE EUROPEA – La Corte di giustizia si pronuncia sulla misura di trattenimento in materia di asilo







ALGERIA – Approvata una importante revisione costituzionale

La recente legge di revisione della Costituzione algerina è stata approvata dal Parlamento in seduta comune il 7 febbraio 2016 a larghissima maggioranza, con soli 2 voti contrari e 16 astenuti su un totale di 499 parlamentari e promulgata il successivo 6 marzo. Tale riforma era stata annunciata dal Presidente della Repubblica, al quale spetta di regola l’iniziativa in materia di revisione costituzionale, già nel 2011, dopo l’ondata di proteste che aveva interessato il paese.
Al nuovo testo costituzionale spetta il compito di definire la nuova forma di governo algerina e di facilitare la gestione della fase di transizione che è destinata ad iniziare con la fine del mandato di Bouteflika, ormai anziano e malato.
La legge di revisione costituzionale modifica in modo sostanziale il testo fondamentale: sono infatti emendati 74 articoli e ne sono introdotti 38 nuovi. Il nuovo disegno costituzionale dovrebbe anzitutto portare ad un’attenuazione della preminenza della figura del Presidente della Repubblica nel quadro della forma di governo semipresidenziale, accentuando sia la componente parlamentare che il ruolo del Primo ministro. Tra le novità più rilevanti della riforma vi è inoltre quella relativa al divieto per il Presidente della Repubblica di essere rieletto più di una volta (art. 88); una disposizione che la revisione costituzionale del 2008 aveva eliminato, permettendo così l’elezione di Bouteflika per un terzo e un quarto mandato, rispettivamente nel 2009 e nel 2014. 
La lingua berbera, che a seguito della revisione costituzionale del 2002 era stata riconosciuta come lingua nazionale, è ora tutelata anche in quanto lingua ufficiale (art. 4), assieme all’arabo che rimane la lingua ufficiale dello Stato (art. 3).
Il nuovo testo riconosce inoltre per la prima volta nella storia costituzionale algerina il principio dell’alternanza democratica (art. 53) e quello della separazione dei poteri (art. 15). Anche il catalogo dei diritti risulta ampliato; esso si arricchisce, tra l’altro, della libertà di culto (art. 42), della libertà di manifestazione pacifica (art. 49), della libertà di stampa (art. 50) e della tutela della vita privata (art. 46).
Sul fronte dei diritti politici, sono introdotte disposizioni che tutelano i partiti politici (art. 53) e l’opposizione parlamentare (art. 114), nonché garanzie relative allo svolgimento di elezioni libere e democratiche. Al riguardo, oltre alla disposizione in base alla quale si stabilisce che i poteri pubblici sono tenuti ad assicurare la trasparenza e l’imparzialità delle elezioni (art. 193), è affidato al Consiglio costituzionale il compito di esaminare i ricorsi relativi ai risultati elettorali (art. 182) ed è istituita l’Alta Istanza indipendente per il monitoraggio delle elezioni (art. 194).
Peraltro, da un punto di vista economico, la nuova Costituzione algerina tutela espressamente la libertà di commercio e introduce per la prima volta la libertà di investimento.
A protezione dei diritti umani è istituito il Consiglio nazionale dei diritti dell’uomo, un organo consultivo posto sotto le dipendenze del Presidente della Repubblica e incaricato di investigare in merito alle minacce esistenti nel paese per i diritti umani, di avviare azioni di sensibilizzazione e comunicazione e di emettere pareri, proposte e raccomandazioni sul tema (artt. 198-199).
Merita infine ricordare che la possibilità di adire il Consiglio costituzionale, che prima del 2016 era riservata esclusivamente al Presidente della Repubblica e ai Presidenti di entrambe le Camere, è stata sensibilmente estesa. Difatti, oltre che dal Primo ministro, il controllo di costituzionalità potrà essere richiesto dalla minoranza parlamentare (art. 187 c. 2) e dalle parti in causa nel corso di un processo (art. 188). Quest’ultimo articolo introduce quindi un controllo in via incidentale, in maniera simile a quanto previsto dal 2008 in Francia con la question prioritaire de constitutionnalité ex art. 61-1 della Costituzione francese, anche se nel testo algerino si precisa che tale meccanismo entrerà in vigore solo tra tre anni. (Ester Stefanelli)


ARGENTINA – Legittima la nomina dei giudici della Corte suprema effettuata con decreto

La Corte suprema di giustizia argentina ha respinto con decisione del 29 dicembre 2016 un ricorso di legittimità presentato dall’avvocato Carlos Díaz che lamentava l’incostituzionalità del decreto de necesidad y urgencia n. 83/15 del Presidente Mauricio Macri con il quale i giuristi Carlos Rosenkrantz e Horacio Rosatti sono stati nominati giudici nel massimo tribunale senza aver prima ottenuto l’avvallo del Senato previsto dalla Costituzione argentina. L’art. 99 della Carta stabilisce infatti che il Presidente «nomina i magistrati della Corte suprema con decisione del Senato assunta con votazione favorevole dei due terzi dei membri presenti, in seduta pubblica, convocata ad hoc».

La Corte aveva già respinto un’istanza del medesimo tenore e, cionondimeno, il proponente Diaz ha reiterato la richiesta attraverso l’espediente processuale del recurso de reposición, un ricorso per saltum motivato dalla finalità di ottenere la revisione della precedente decisione da parte della Corte ed il contestuale nuovo esame della questione di incostituzionalità.
La sentenza è stata pronunciata dai giudici Ricardo Lorenzetti, Elena Highton de Nolasco e Juan Carlos Maqueda. Lorenzetti, presidente della Corte stessa, peraltro, era stato ricusato dal ricorrente per aver accolto con parole di elogio la nomina tramite decreto di Rosenkrantz e Rosatti.
Il Presidente, invero, ha votato contro la sua stessa ricusazione e tale voto si è rivelato decisivo per ottenere la maggioranza necessaria alla Corte per rendere la decisione.
Lorenzetti aveva altresì manifestato la propria contrarietà all’istanza di ricusazione, lamentandone l’improcedibilità. (Simone Pitto)


BRASILE – La Presidente Dilma Rousseff sospesa dalle funzioni a seguito del voto sull’ammissibilità dell’impeachment da parte del Senado

Alle 6,30 della mattina del 12 maggio, con 55 voti a favore, 22 contrari e un astenuto, il Senado brasiliano si è espresso a favore dell’ammissibilità della richiesta di impeachmentdenuncia»), già votata dalla Câmara dos Deputados il precedente 18 aprile (per le prime fasi della procedura di impeachment, v. Palomar n. 64).
Come previsto dalla Costituzione federale (artt. 51-52 e 85-86) e, più dettagliatamente, da una legge ordinaria (v. la legge n. 1079 del 1950), che detta, tra l’altro, le norme per la procedura, il giudizio sui «crimes de responsabilidade» (che costituiscono i capi di accusa contenuti nella denuncia ammessa) si svolgerà davanti al Senado, costituito in corte giudicante e presieduto dal presidente del Supremo Tribunal Federal, Ricardo Lewandowski.
Come previsto dall’art. 86, § 1, II, la Presidente Rousseff, a seguito del voto del Senado, che ha formalmente «instaurato il processo» («instauração do processo»), rimarrà sospesa dalle sue funzioni per un tempo massimo di 180 giorni (come previsto dal §2 dello stesso articolo). Inoltre, come riportato al termine del verbale della seduta del Senado dell’11-12 maggio 2016, alla Presidente è stata inviata una missiva nella quale, oltre a notificarle i risultati della votazione e la conseguente sospensione, la si informa del fatto che durante il periodo di sospensione «ha diritto a mantenere le prerogative della sua carica relative all’uso della residenza ufficiale, alla scorta, all’assistenza sanitaria, al trasporto aereo e terrestre, allo stipendio e ai servizi dello staff presidenziale». (Francesco Campodonico)


BRASILE – Avvio della procedura parlamentare che potrebbe portare il Presidente della Câmara dos Deputados, Eduardo Cunha, alla perdita del suo mandato parlamentare

Nonostante il grande clamore mediatico, anche internazionale, provocato dai recenti sviluppi della c.d. “procedura parlamentare di impeachment” contro la Presidente della Federazione, Dilma Rousseff (per una ricostruzione del tormentato “avvio” della stessa alla Câmara dos Deputados, v. Palomar n. 64), lo svolgimento di un’altra (assolutamente peculiare) procedura giuridico-politica è stata avviata, di recente, nei confronti del Presidente della Câmara, Eduardo Cosentino da Cunha.
La Costituzione federale, nel disciplinare, all’art. 55, i casi di perdita del mandato parlamentare, stabilisce (al comma II) che lo stesso possa essere perduto anche nel caso in cui la condotta («procedimento») sia dichiarato «incompatibile con il decoro parlamentare». La Carta costituzionale precisa (art. 55, §§1 e 2), che, in aggiunta ai casi eventualmente stabiliti dai rispettivi regolamenti interni alle Camere, siano considerati casi di incompatibilità con il decoro parlamentare «l'abuso delle prerogative assicurate ad un membro del Congresso o l'acquisizione di vantaggi indebiti» e, in seguito alle modifiche apportate, nel 2013 (con la emenda constitucional n. 76), che la perdita dell’ufficio debba essere «deliberata» (ma solo in questi casi e non per gli altri previsti dall’art. 55, III e V, in cui la perdita del mandato è solamente «dichiarata» dalla Presidenza) dalla Câmara dos Deputados o dal Senado a maggioranza assoluta, su iniziativa del proprio ufficio di presidenza o di un partito politico «rappresentato nel Congresso», nel rispetto del diritto di difesa.
L’art. 244 del regolamento interno della Câmara dos Deputados, tuttavia, si limita a rinviare ad un altro atto interno all’organo, il código de ética e decoro parlamentar, tanto per la definizione delle condotte incompatibili con il decoro quanto per la determinazione delle sanzioni irrogabili nei vari casi. Il código stabilisce, inoltre, la formazione di un Conselho de ética e decoro parlamentar, composto da 21 membri appartenenti ai diversi partiti presenti alla Câmara, su base proporzionale, competente alla verifica dell’ammissibilità degli esposti (representações) contro i deputati e all’istruttoria dei procedimenti stessi.
Nel caso del procedimento contro il presidente Cunha, l’istanza per la verifica della violazione del decoro parlamentare (representação para verificação da quebra de decoro parlamentar), atto di avvio formale del procedimento (ai sensi dell’art. 9 del código), era stata presentata il 13 ottobre 2015 da due partiti (Partido Socialismo e Liberdade e Rede Sustentabilidade), in cui si contestava al presidente, oltre al suo coinvolgimento nello scandalo di corruzione sulla Petrobrás (per gli stessi fatti Cunha è sottoposto a procedimento penale), di aver reso false dichiarazioni dinnanzi alla Commissione parlamentare di inchiesta (Comissão parlamentar de inquérito) in merito all’esistenza di conti esteri a suo nome (violazione che, ai sensi del combinato disposto dell’art. 4 e 18 del código, comporta la sanzione della perdita del mandato).
Il 2 marzo 2016, a stretta maggioranza (11 contro 10), il Conselho de ética e decoro parlamentar votava a favore dell’ammissibilità della istanza e dava avvio alla fase istruttoria.
Al procedimento in corso alla Camera si è affiancata, più recentemente, l’azione del Supremo Tribunal Federal (STF): il 4 maggio 2016 il giudice Teori Zavascki depositava una ordinanza cautelare, ação cautelar n. 4.070, con la quale disponeva, la sospensione di Eduardo Cosentino da Cunha dall’ufficio di parlamentare e, conseguentemente, dall’esercizio della sue funzioni di Presidente della Câmara dos Deputados. La richiesta di questa (certamente atipica) misura cautelare era stata formulata dal Procurador general da República nell’ambito dell’inchiesta già instaurata innanzi allo stesso STF e che vede il presidente Cunha accusato dei reati di corruzione e riciclaggio (corrupção (percepção de vantagens indevidas) e lavagem dedinheiro).
La misura cautelare chiesta dal pubblico ministero si sarebbe resa necessaria a fronte dell’utilizzo, da parte di Cunha, della propria carica di deputato e di Presidente della Câmara per perseguire «propri interessi illeciti», e cioè «evitare che le indagini a suo carico abbiano corso e possano giungere a buon fine», nonché «reiterare gli atti criminali al fine di ottenerne un indebito vantaggio».
Pur facendo riferimento al fatto che la possibilità di dichiarare la perdita del mandato elettivo, prevista all’art. 55 della Costituzione federale, spetti all’autonomia del solo potere legislativo, il giudice ritiene che tale precetto costituzionale sia «ben lungi dal suggerire l’impermeabilità delle condizioni di esercizio del mandato parlamentare da qualsiasi controllo giurisdizionale». Al contrario, il controllo giurisdizionale e l’irrogazione di una misura cautelare “sospensiva” non pregiudicherebbe l’esercizio del munus di rappresentanza parlamentare, né attenterebbe al principio costituzionale di presunzione di innocenza. Inoltre non potrebbe ammettersi che lo svolgimento delle funzioni di Presidente della Câmara si risolvano in un espediente per frustrare l’esercizio della giurisdizione penale e si andrebbe incontro ad un vizio logico qualora si pensasse che i deputati, in quanto tali, possano essere sottoposti a giudizio penale ma, allo stesso tempo, lo svolgimento di particolari funzioni esecutive interne all’organo rappresentativo fosse pregiudizievole per lo svolgimento del giudizio stesso. La misura cautelare di sospensione sarebbe giustificata, inoltre, dall’“elevato rischio” che il ruolo presidenziale possa addirittura «accrescere» i tentativi di reiterazione dei reati, di loro occultamento o di interferenza con le indagini (pag. 49). A corroborare le affermazioni del pubblico ministero, inoltre, si richiamano anche i (presunti) tentativi del Presidente di ostacolare i lavori del Conselho de ética e decoro parlamentar (nella specie rendendo indisponibili le aule per lo svolgimento dei lavori del Conselho e convocando il plenum in orari «assolutamente atipici», in modo da impedire lo svolgimento dei lavori – tutti fatti che il giudice ritiene accertabili sulla base dei verbali delle sedute del Conselho).
A conclusione dell’ordinanza, il giudice Teori Zavascki afferma che: «gli elementi fattuali e giuridici riportati dimostrano che la permanenza dell’indagato, il deputato federale Eduardo Cunha, nel libero esercizio del suo mandato parlamentare e nello svolgimento della funzione di Presidente della Camera dei deputati, oltre a rappresentare un rischio per le indagini penali che si svolgono innanzi a questo Supremo Tribunal Federal, è un elemento di degrado che cospira contro la dignità della istituzione che presiede» (p. 71). E continua subito di seguito: «nulla, assolutamente nulla, si può ricavare dalla Costituzione che possa, anche minimamente, giustificare la sua permanenza nell’esercizio di queste sue alte funzioni pubbliche. Al contrario, ciò che discende dal sistema costituzionale è che l’esercizio della carica, nelle circostanze indicate, compromette la volontà della Costituzione, soprattutto nella parte in cui si richiama ai principi di probità e moralità che devono governare il comportamento degli attori politici». Quanto ai – non trascurabili – profili di incidenza rispetto al principio della separazione dei poteri (pure affermato in Costituzione, v. ex multis art. 60, III), il giudice del STF si limita ad affermare che «i poteri della Repubblica sono indipendenti tra loro, ma mai potranno essere indipendenti dalla Costituzione».
L’ordinanza cautelare è stata confermata, come richiesto dalle regole di procedura del STF (v. ancora Palomar n. 64), dal plenum, all’unanimità. Lo scorso 5 maggio la presidenza ad interim dell’assemblea legislativa è stata assunta dal primo vicepresidente, Waldir Maranhão. (Francesco Campodonico)


BULGARIA – La Corte costituzionale dichiara l’illegittimità della riforma sanitaria

La Corte costituzionale bulgara, con decisione dell’8 marzo 2016, ha dichiarato, su richiesta dell’opposizione parlamentare, l’incostituzionalità di una significativa parte del pacchetto di riforme sanitarie proposte dal Ministro della salute Petar Moskov e adottate dal Parlamento.
La sentenza ha in particolare sancito l’incostituzionalità  della modifica della legge sull’assicurazione sanitaria che istituiva la distinzione dei servizi prestati dal Servizio Sanitario Nazionale (NZOK) in trattamenti fondamentali e supplementari.
Secondo i giudici della Corte, i criteri introdotti per la differenziazione dei trattamenti non risultano sufficientemente chiari e tale divisione risulta inammissibile laddove coinvolge diritti fondamentali dei cittadini. La proposta viola dunque il principio del rule of law previsto dall’art. 52 della Costituzione che prescrive le modalità di limitazione dei diritti fondamentali. I criteri che determinano l’allocazione delle diverse patologie, ha proseguito la Corte, devono infatti risultare delineati in modo sufficientemente chiaro da parte del legislatore, pena la violazione del disposto costituzionale.
La riforma, invero, ha stabilito l’adozione del “pacchetto di base” per patologie piuttosto diffuse tra la popolazione bulgara per le quali i trattamenti non possono essere ritardati. La normativa poneva inoltre alcuni profili di criticità sul piano fiscale, laddove prevedeva la copertura dei trattamenti “base” da parte del Servizio Sanitario Nazionale mentre, per gli altri trattamenti, il finanziamento sarebbe stato affidato a polizze sanitarie o fondi privati. (Simone Pitto)


CANADA – La Corte federale ha dichiarato incostituzionali le disposizioni che non ammettono la possibilità di coltivazione diretta di marijuana per fini terapeutici

Nel febbraio 2016 la Corte federale del Canada si è pronunciata sulla normativa approvata nel 2014 dal Governo conservatore che prevedeva che la coltivazione della marijuana per uso terapeutico potesse essere effettuata solo da soggetti titolari di apposita licenza (i quali, date le caratteristiche richieste, erano in genere dotati di struttura imprenditoriale).
Il giudizio prendeva le mosse dal ricorso di quattro soggetti ai quali era stato prescritto l’utilizzo della marijuana a scopo terapeutico. Tale uso è permesso in Canada dal 2000, anno in cui la Corte suprema dell’Ontario, con la sentenza Parker, ha dichiarato che il divieto di detenere marijuana contenuto nel Controlled Drugs and Substances Act e le sanzioni penali in caso di sua inosservanza sono privi di effetti giuridici nella misura in cui non viene prevista una deroga per motivi medici, dal momento che in caso contrario una persona che necessita di tali sostanze per curarsi si troverebbe nella condizione di dover scegliere se sacrificare la propria salute o la propria libertà, entrambi diritti costituzionalmente tutelati dall’art. 7 della Carta dei diritti e delle libertà («Tutti hanno il diritto alla vita, alla libertà e alla sicurezza personale»).
Il Governo canadese aveva dapprima predisposto il Marihuana Medical Access Regulations (MMAR) nel 2001, e poi, nel 2014, aveva lo abrogato sostituendolo il Marihuana for Medical Purposes Regulations (MMPR). In particolare, il primo permetteva a coloro che avevano apposita prescrizione medica il possesso di marijuana, che poteva essere ottenuta in uno dei tre seguenti modi: mediante coltivazione diretta per uso personale, per chi era titolare di apposita licenza (Personal-Use Production Licence, PUPL); designando per la produzione soggetti terzi (con una Designated Person Production Licence, DPPL); acquistandola tramite il Dipartimento della salute, che a sua volta stipulava contratti con società private per la produzione e la distribuzione. Con l’entrata in vigore del MMPR solo i produttori dotati di licenza (Licensed Producers) erano abilitati produrre marijuana da destinare a scopi terapeutici, e ciò non poteva avvenire in abitazioni o spazi aperti.
La giurisprudenza ha più volte collegato l’utilizzo di marijuana a scopo terapeutico all’art. 7 della Carta; tale connessione è emersa anche nella recente sentenza della Corte suprema R. v. Smith, con la quale è stata dichiarata l’incostituzionalità (per violazione dell’art. 7 della Carta) delle norme che limitavano l’utilizzo della marijuana a fini medici alla sola inalazione di foglie essiccate (si veda Palomar n. 62/2015).
La Corte Federale ha affermato di non essere nella condizione di potersi pronunciare nel merito circa i diversi trattamenti medici che coinvolgono l’utilizzo di marijuana. Ha però constatato che l’accessibilità della marijuana è fortemente connessa con il godimento dei diritti di cui all’art. 7 della Carta, specie se l’alto costo della stessa porta le persone che la utilizzano per motivi medici a non potersi permettere altri beni di prima necessità. Il sistema introdotto dal MMPR, secondo il quale la produzione di marijuana può essere effettuata solo da soggetti provvisti di licenza e con determinate modalità, non garantendo prezzi accessibili per coloro che ne hanno bisogno per motivi medici, si pone quindi in violazione dell’art. 7 della Carta.
La Corte ha infine precisato che con la sua pronuncia non intende introdurre un generalizzato diritto “alla droga a prezzi economici” (right to “cheap drugs”) o alla coltivazione diretta della stessa (right “to grow one’s own”). (Francesco Santolini)


COLOMBIA – La Corte costituzionale estende le adozioni anche alle coppie omosessuali

Con la sentenza C-638/15, la Corte costituzionale ha stabilito, tramite un’interpretazione costituzionalmente orientata delle norme previste dalla ley 1098 del 2006 (e, nello specifico, gli artt. 64, 66 e 68) – che disciplina l’istituto giuridico dell’adozione – e dall’art. 1 della ley 54 del 1990, la quale disciplina, invece, l’istituto delle unioni civili e il regime patrimoniale delle convivenze, la possibilità di adozione anche per i partner dello stesso sesso.
Nelle oltre 400 pagine di sentenza, la Corte ha rilevato, in primo luogo, che studi e test scientifici hanno concluso, nella maggioranza dei casi, che l'adozione da coppie dello stesso sesso non genera disturbi nel processo di crescita dei bambini o che comunque non è stato possibile dimostrare tali presunti disturbi. In seconda battuta, invece, la Corte ha ritenuto che l’orientamento sessuale di una persona, o il suo sesso, non sono, secondo la Costituzione, secondo i trattati internazionali sui diritti umani, secondo la giurisprudenza internazionale e secondo la stessa giurisprudenza della Corte, di per sé stessi indicatori di inidoneità morale, fisica o mentale ad adottare.
Inoltre, la Corte ha riconosciuto che una interpretazione delle norme impugnate in senso non inclusivo si risolverebbe in un’inaccettabile lesione dell’interesse superiore del minore e in una restrizione dei suoi diritti. E ancora, che la considerazione dell’interesse del minore impone una lettura della legge in senso neutrale rispetto al sesso degli adottanti.
Non essendo stata provata scientificamente l’esistenza di alcun tipo di disturbo alla crescita dei bambini in famiglie formate da genitori dello stesso sesso, l’esclusione di queste coppie dalla possibilità di adottare si traduce in una diretta lesione «del diritto» del minore in stato di adottabilità «ad avere una famiglia», in ciò contrastando «ingiustificatamente, irragionevolmente e sproporzionalmente» con il suo interesse superiore.
Riguardo, infine, alla propria competenza a decidere sul caso, la Corte ha fatto osservare non solo come la legittimità della decisione discenda dall’art. 241 della Costituzione (che delimita le competenze della Corte costituzionale) ma anche dal fatto che, in questo caso, si tratta di proteggere i diritti delle persone più deboli («población vulnerable») – quali i bambini in stato di adottabilità – ovvero di una fascia della popolazione priva di una propria rappresentanza democratica. Proprio a fronte di tale assenza di rappresentanza politico-democratica si fanno più forti e imperative le esigenze di controllo di costituzionalità sugli atti del potere legislativo.
Infine, con una nota apprezzabile, che dimostra al contempo tutto il coraggio ma anche il realismo dei giudici, la Corte osserva che «i dubbi e le paure sul fatto che la società non sia pronta a questa decisione non possono essere dissipati negando una realtà innegabile ma solo affrontandone le sue sfide». (Francesco Campodonico)


FRANCIA – Il Parlamento approva la legge che proroga ulteriormente lo stato d’emergenza

Lo stato di emergenza, decretato a seguito degli attacchi terroristici di Parigi della notte tra il 13 e il 14 novembre 2015 dal Consiglio dei ministri, in applicazione della legge n. 55-385 del 3 aprile 1955 (v. Palomar n. 63) è stato prorogato dal Parlamento francese con la legge 2016-162. La proroga è stata disposta per tre mesi, a partire dal 26 febbraio 2016. Con la legge n. 2015-1501 del 20 novembre, il legislatore francese aveva già prorogato il regime di eccezione istituito il 14 novembre, ampliando i poteri conferiti alla polizia e al Ministero dell’Interno.
Secondo i dati del Ministero dell’Interno francese, dal 14 novembre ai primi di febbraio lo stato d’emergenza ha permesso, tra l’altro, il sequestro di 560 armi, sono state prese in custodia 341 persone e sono state avviate 571 procedure giudiziarie. (Ester Stefanelli)


FRANCIA – Approvata una nuova legge sul fine vita

Il Parlamento francese ha approvato il 2 febbraio 2016 la legge 2016-87 sul fine vita, con la quale si modifica il codice sulla salute pubblica. Il nuovo testo si inserisce sulla scia di quanto già disposto nel 2005 attraverso la legge 2005-370 (c.d. loi Leonetti, dal deputato proponente), volta ad evitare i casi di accanimento terapeutico.
La nuova legge riconosce anzitutto il «diritto di ciascuna persona ad avere un fine vita dignitoso», che sia accompagnato, per quanto possibile, da un alleviamento della sofferenza (art. 1 della legge). Ai pazienti è quindi riconosciuto il diritto di accedere alle cure palliative in qualsiasi circostanza (art. 4 della legge).
La principale novità introdotta dalla nuova normativa risiede peraltro nel riconoscimento della possibilità per la persona di rifiutare o sospendere i trattamenti di fine vita, quando questi ultimi si traducono in «un’ostinazione irragionevole» e, in particolare, quando risultano essere inutili, sproporzionati o quando non hanno altro scopo se non quello di «mantenere artificialmente in vita» il soggetto (art. 2). Qualora il paziente non sia in grado di esprimere la propria volontà, la decisione circa l’interruzione dei trattamenti viene adottata secondo una procedura collegiale definita per via regolamentare.
Non da ultimo, si stabilisce che il paziente possa richiedere al proprio medico, al fine di «evitare qualsiasi sofferenza e di non essere sottoposto ad un’ostinazione irragionevole», una sedazione profonda, che si protragga fino al suo decesso e che lo porti ad uno stato di incoscienza (art. 3). La nuova legge indica i casi nei quali è possibile ricorrere a tale trattamento, che si verificano sia in presenza di una malattia grave e incurabile, suscettibile di comportare la morte del paziente nel breve periodo senza alcuna possibilità di alleviare la sua sofferenza, sia in presenza della decisione di un paziente affetto da una malattia terminale di interrompere i trattamenti di fine vita che gli comporti una sofferenza insopportabile. (Ester Stefanelli)


GAMBIA – L’Assemblea nazionale mette al bando le mutilazioni genitali femminili

Il 31 dicembre 2015 l’Assemblea nazionale del Gambia ha approvato una legge che proibisce le mutilazioni genitali femminili. La legge istituisce il reato di mutilazione genitale e punisce chiunque compia tale pratica con fino a tre anni di reclusione e con una multa di 50.000 dalasis (circa 1.250 dollari). La pena può essere aumentata fino all’ergastolo, qualora dalla mutilazione genitale derivi la morte della donna.

Il testo legislativo costituisce un emendamento della legge del 2010 sui diritti delle donne, considerata un vero e proprio “Bill of rights” delle donne della Repubblica del Gambia. 
La penalizzazione della mutilazione femminile è stata fortemente voluta dal Presidente del Gambia, Yahya Jammeh, che a fine novembre aveva invitato l’Assemblea nazionale ad adottare una legge in merito. Per giustificare la decisione di impedire tale pratica, il Presidente ha affermato di non aver trovato alcun riferimento alla mutilazione genitale femminile nel Corano né negli altri testi sacri dell’Islam, religione di Stato del Gambia.
La legge adottata dal Gambia fa seguito a diverse iniziative intraprese a livello internazionale per mettere al bando le pratiche di mutilazione genitale femminile, quali in particolare la risoluzione n. 69/150 dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite del 18 dicembre 2014. (Francesco Gallarati)


GERMANIA – La Corte di Karlsruhe dichiara parzialmente incostituzionale la legge sulle misure straordinarie di sorveglianza per la difesa da attacchi terroristici

La Corte costituzionale tedesca si è pronunciata il 20 aprile 2016 con la sentenza BvR 966/2009 in merito alla questione di legittimità costituzionale relativa alla normativa sull’ordinamento della polizia federale tedesca nella parte in cui si inseriva, con legge del 25 dicembre 2008, il titolo «per la difesa dal pericolo di terrorismo internazionale attraverso l’estensione dei poteri di indagine della polizia federale» limitatamente alle sezioni 20h, primo comma, lett. c; 20g, primo comma, punto 2; 20l primo comma; 20v, comma VI, quinto capoverso.

In particolare, le predette disposizioni prevedono l’ampliamento dei poteri di investigazione della polizia federale in caso di grave e fondato pericolo per la stabilità e la sicurezza dello Stato o per l’integrità fisica, la vita o la libertà di persone. Si tratta di una normativa applicabile senza che sia necessaria una preventiva iscrizione del soggetto sospettato in un apposito registro degli indagati né una previa autorizzazione dell’autorità giudiziaria.
Gli articoli oggetto del ricorso di incostituzionalità, infatti, attribuiscono al corpo della polizia federale la possibilità di installare all’interno di abitazioni o nelle zone limitrofe strumenti tali da facilitare l’ascolto e la ripresa video sia delle conversazioni tenute dal sospettato che di quelle pronunciate da coloro i quali si occupano dell’assistenza dello stesso, quali medici ed avvocati. Altresì, alla polizia federale è riconosciuta la possibilità di impiegare mezzi dotati di alta tecnologia per l’acquisizione da remoto di dati e comunicazioni presenti sul software di apparecchi telefonici o informatici del soggetto ritenuto pericoloso o soggetti terzi con i quali l’indagato ha contatti.
La Corte di Karlsruhe ha, in primis, evidenziato la mancanza di limiti sufficientemente chiari delle disposizioni oggetto del ricorso in quanto le stesse non dettano alcun requisito minimo per l’applicazione delle predette misure straordinarie di sorveglianza. La Corte, infatti, ravvisa una violazione del principio di proporzionalità poiché il legislatore ha lasciato all’organo di polizia la completa discrezionalità nell’applicazione di tali misure: non è richiesto né il requisito minimo della prevedibilità o plausibilità che il soggetto sospettato commetta un atto terroristico né vi è la necessarietà di una tempestiva autorizzazione da parte dell’autorità giudiziaria. Dunque, secondo la Corte, si assiste alla lesione del diritto alla inviolabilità del domicilio sancita all’art. 13, primo comma della Grundgesetz e del diritto alla segretezza della corrispondenza e delle telecomunicazioni (art. 10 GG). La normativa, infatti, difetta di limiti tali da garantire che la compressione degli artt. 10 e 13 GG non esuli da quanto strettamente necessario per la difesa della sicurezza dello Stato da attacchi terroristici.
Atteso che i giudici di Karlsruhe riconoscono una forte interconnessione tra lo sviluppo della personalità del singolo individuo e l’impiego di dispositivi telefonici ed informatici per mezzo dei quali oggigiorno si esplica, almeno in parte, la personalità di ciascuno, si ritiene altresì violato l’art. 2, primo comma GG. In altre parole, i giudici costituzionali sottolineano come la sola percezione di poter essere continuamente controllati è essa stessa perdita di libertà.
Dunque, l’odierna formulazione delle disposizioni oggetto del ricorso non è ritenuta dalla Corte di Karlsruhe conforme alla Legge fondamentale tedesca.
La Corte, inoltre, suggerisce linee guida per assicurare un bilanciamento tra l’intangibilità della libertà personale e le esigenze investigative volte a garantire la sicurezza nazionale ed internazionale.
A tal fine, esorta il legislatore ad avvalersi di un organismo intermediario autonomo ed indipendente che assicuri la cancellazione dei dati strettamente personali raccolti. Un siffatto organo dovrebbe svolgere una funzione di filtro dei dati reperiti, prima ancora che questi siano fruibili e utilizzabili dalla polizia federale.
Inoltre, i giudici costituzionali evidenziano la necessità di salvaguardare «il nucleo della vita privata» di soggetti terzi non sospettati che indirettamente vengono coinvolti dalle misure straordinarie di controllo. Pertanto, viene dichiarata incostituzionale la sezione 20h, lett. c della normativa oggetto del ricorso poiché non conforme all’art. 13 GG. Nei confronti di individui estranei dai sospetti ma la cui attività professionale o personale è indirettamente connessa a quella del sospettato, non è ammissibile una restrizione dell’inviolabilità del domicilio come quella prevista dalla normativa del 2008. 
Il ricorso è stato dunque accolto ed i giudici costituzionali hanno dichiarato parzialmente incostituzionale la normativa del 2008 concedendo al legislatore fino al 30 giugno 2018 per conformare la normativa vigente ai principi costituzionali secondo le linee guida indicate.
Occorre, infine, menzionare l’opinione dissenziente di due giudici che ritengono, invece, che la normativa oggetto del ricorso sia conforme al dettato costituzionale. Più segnatamente, essi interpretano la sicurezza dello Stato quale finalità ultima dell’ordinamento e, pertanto, sufficiente per disattendere il principio di proporzionalità che dovrebbe informare l’eventuale compressione di diritti fondamentali.
Inoltre, essi non condividono l’istituzione di un organo autonomo ed indipendente che esamini preventivamente i dati raccolti. Secondo la dissenting opinion, siffatta attività di filtro necessiterebbe di un tempo ragionevolmente lungo tale da minare l’efficacia stessa dell’intervento della polizia federale. (Alessia Tranfo)


GUATEMALA – Dichiarata incostituzionale la pena di morte

La Corte de Constitucionalidad del Guatemala ha dichiarato con sentenza del 22 marzo 2016 l’incostituzionalità dell’applicazione della pena di morte per il delitto di omicidio.

La decisione, adottata a seguito di un ricorso diretto promosso da tre cittadine, ha stabilito l’illegittimità costituzionale dell’art. 132 del codice penale rispetto a diverse disposizioni costituzionali. Nel merito, la sentenza censura la parte finale della norma secondo cui: «si applicherà la pena di morte in luogo dell’ergastolo, se per le circostanze  di fatto, delle modalità della condotta e dei motivi determinanti, si ravvisi una maggior pericolosità dell’agente. A coloro ai quali non si applichi la pena di morte prevista per questo delitto non potrà essere concessa alcuna diminuzione di pena».
In accoglimento delle ragioni delle ricorrenti, la Corte ha stabilito che tale norma sanzionatoria viola diverse disposizioni della Costituzione tra cui l’art. 4, rubricato “Libertà e uguaglianza”, laddove, come argomentato dai giudici, pregiudica la dignità dell’imputato ponendosi in contrasto con il principio di colpevolezza che deve ispirare il processo penale.
Inoltre, secondo la Corte, le disposizioni sindacate configurano una lesione del principio di uguaglianza ponendo l’imputato in una posizione diversa rispetto a quanto previsto per ogni altro delitto del codice penale.
Un ulteriore argomento fatto proprio dalla Corte attiene alla violazione dell’art. 5 della Costituzione che garantisce il diritto di ciascuno di porre in essere tutte le condotte non vietate espressamente dalla legge, e costituisce il fondamento di quello che viene definito il “diritto penale dell’atto”. In particolare, come si legge nella sentenza, «tale principio può consentire di punire l’uomo per le azioni compiute, per la sua condotta sociale, e non per ciò che desidera, pensa, o sente».
La pena di morte è espressamente menzionata anche dalla Costituzione guatemalteca all’art. 18, contenente una serie di limitazioni alla sua applicazione tra cui il divieto di pena di morte per le donne e per i delitti politici. La norma prevede, infine, la possibilità per il Congreso di abolire la pena di morte.
All’indomani della decisione alcuni deputati hanno depositato presso il Congreso un disegno di legge per permettere al Presidente di concedere la grazia per i condannati a morte. (Simone Pitto)


GUINEA BISSAU – Il Supremo Tribunal de Justiça dichiara incostituzionale la destituzione dei 15 deputati del partito di maggioranza

Il 4 aprile 2016, con l’acórdão n. 3 del 2016, il Supremo Tribunal de Justiça ha stabilito la nullità della decisione della Commissione permanente dell’Assemblea nazionale (Deliberação da Comissão Permanente da Assembleia Nacional Popular n°1 del 2016) di dichiarare la decadenza di 15 deputati espulsi dal partito di maggioranza, il PAICG (sulle vicende che hanno portato a questa espulsione e alla complessiva situazione di instabilità politica e istituzionale in Guinea Bissau, v. Palomar n. 64).

La Corte ha riconosciuto la decisione viziata da incostituzionalità materiale e formale. Quanto al primo aspetto, i giudici hanno sostenuto che essa fosse stata adottata al fine di sanzionare, per opinioni espresse e voti dati, i 15 deputati del PAICG che avevano negato la fiducia al nuovo governo (v. ancora Palomar n. 64).  Ai sensi dell’art. 82 della Costituzione, infatti, i deputati godono dell’immunità funzionale, in quanto non possono essere «fermati, perseguiti, detenuti, arrestati o condannati per i voti e le opinioni che hanno espresso nell’esercizio del loro mandato» e si ammettono eccezioni limitate ai casi di «flagranza di reato per il quale sia comminata una pena uguale o superiore ai due anni di lavori forzati, o in caso vi sia il previo assenso dell’Assemblea Nazionale».
Quanto all’incostituzionalità formale, invece, la decisione presa dalla Commissione violava l’art. 95, n. 1, della Costituzione, il quale prevede che la Commissione operi solo negli intervalli tra le sessioni legislative dell’Assemblea Nazionale oppure quando questa sia stata sciolta. Il Tribunale, pertanto, ha dichiarato incostituzionale, ai sensi e per gli effetti dell’art. 126 della Costituzione (il quale, infatti, parla in generale di «norme che ledono quanto previsto dalla Costituzione» («normas que infrinjam o disposto na Constituiçao»)) la decisione impugnata. (Francesco Campodonico)


MESSICO – La Suprema Corte de Justicia dichiara incostituzionale la norma dello Stato di Jalisco che prevede la diversità di sesso dei nubendi

Con la sentencia sulla acción de inconstitucionalidad 28/2015, resa il 4 aprile 2016 e pubblicata sul Diario Oficial de la Federación il successivo 21 aprile, la Suprema Corte ha dichiarato l’incostituzionalità dell’art. 260 del Codice civile dello Stato di Jalisco, in quanto lesiva del diritto all’autodeterminazione delle persone e al libero sviluppo della propria personalità individuale e in contrasto con il principio di uguaglianza.

Richiamandosi alla precedente giurisprudenza in materia, la Corte ha ribadito che la menzione di «dignità umana», contenuta nell’art. 1 della Costituzione federale, comporta il riconoscimento dei principi di libero sviluppo della personalità, il diritto, cioè, di ogni individuo di scegliere, liberamente e in autonomia, come vivere la propria vita. Tale diritto sarebbe inclusivo, tra le altre, della libertà di sposarsi, di procreare, quella di scegliere il proprio «aspetto esteriore», così come della propria libertà sessuale.
Inoltre, richiamando alcuni diritti derivanti dall’art. 4 della Carta fondamentale, quale quello alla uguaglianza tra uomini e donne di fronte alla legge, inteso come divieto per il legislatore di discriminare sulla base del sesso, alla protezione della famiglia, intesa come «realtà sociale» protetta in tutte le sue forme e manifestazioni, ed anche al diritto di scegliere se e quanti figli avere, in maniera libera, responsabile e informata – da intendersi, quindi, come diritto a sposarsi anche senza la prospettiva di avere dei figli (per eventuale impedimento fisico o patologia già accertata prima delle nozze) – la Corte ha ritenuto che la norma dello Stato di Jalisco portasse ad un trattamento irragionevolmente differenziato tra coppie omosessuali e coppie eterosessuali, escludendo le prime dalla possibilità di contrarre matrimonio. (Francesco Campodonico)


NUOVA ZELANDA Il no al referendum popolare sull’introduzione di una nuova bandiera

Il 24 marzo 2016 si è tenuto il referendum indetto dal governo neozelandese per sostituire la bandiera nazionale.
Il vessillo tradizionale simboleggia l’appartenenza della Nuova Zelanda al Commonwealth ed è composto graficamente dalle croci delle tre nazioni costitutive (quella inglese di S. Giorgio, quella scozzese di S. Andrea e quella irlandese di S. Patrizio, c.d. Union Jack), nonché da quattro stelle a cinque punte che rappresentano la costellazione della Croce del Sud che simboleggiano la posizione geografica meridionale del paese.
Il governo di Wellington, nel 2014, aveva già avanzato la proposta di modificare il simbolo nazionale, introdotto più di un secolo fa, per dimostrare l’autonomia rispetto al Regno Unito, ancora troppo influente sulle vicende della Nuova Zelanda.
In tal senso, inizialmente, i cittadini sono stati chiamati a scegliere, via posta, l’alternativa alla tradizionale Union Jack tra quattro diverse bandiere; l’opzione prescelta, denominata Silver Fern, mostrava una felce nativa dell’isola con a fianco la costellazione della Croce del sud.
Tuttavia, l’esito della consultazione referendaria si è conclusa a favore della conservazione della bandiera tradizionale, opzione questa che ha raccolto il 56% dei voti. (Floriana Plataroti)


PERÙ – Decretata la sospensione dei diritti fondamentali in alcuni distretti della Provincia di Áncash per la lotta alla criminalità organizzata

Con decreto supremo 009-2016-PCM il Consiglio dei ministri ha decretato lo stato di emergenza in data 10 febbraio 2015 nei distretti di Santa e Casma nella Provincia di Áncash, prorogandolo per successivi 45 giorni con decreto supremo 020-2016-PCM. Con i suddetti decreti, il Governo ha dichiarato sospesi i diritti costituzionali relativi alla libertà personale e inviolabilità del domicilio ai sensi dell’art. 2, lett. f), nn. 9 e 24 della Costituzione. I provvedimenti sono stati adottati ai sensi dell’art. 44 della Costituzione, il quale impone allo Stato di proteggere i cittadini dalle minacce alla sicurezza della Nazione; nonché secondo quanto previsto dall’art. 137 Cost., secondo cui il Presidente della Repubblica di concerto con il Consiglio dei Ministri può, entro un termine prestabilito, dichiarare gli stati di eccezione in tutto o parte del territorio nazionale, con il successivo obbligo di renderne conto al Congresso o alla Commissione Permanente, nel caso in cui il Parlamento sia sciolto o sia terminata la legislatura. Nel caso di specie, il Presidente della Repubblica ha decretato lo stato di emergenza, che ricorre nei casi in cui sia minacciata la pace o l’ordine interno, in caso di catastrofi naturali o altre gravi circostanze che incidano sulla vita della Nazione. In tali casi, il Capo dello Stato ha il potere di sospendere o comprimere l’esercizio dei diritti costituzionali relativi alla libertà e sicurezza personale, l’inviolabilità del domicilio, la libertà di riunione e di circolazione nel territorio nazionale. (Diego Serra)


POLONIA – Tensione istituzionale intorno alla riforma della Corte Costituzionale

La Corte Costituzionale polacca ha censurato con decisione del 9 marzo 2016 la riforma voluta dalla maggioranza al governo che ha introdotto una serie di misure di particolare incidenza sull’attività della Corte stessa e che ha suscitato un forte dibattito ed una rilevante tensione istituzionale nel paese.
La legge, approvata lo scorso dicembre, introduceva una serie di misure tese a modificare, fra l’altro, i criteri che determinano le priorità e il calendario delle decisioni dei giudici e cancellare le nomine effettuate dal precedente governo moderato. Veniva inoltre accorciata la durata degli incarichi del Presidente e del Vice Presidente della Corte da nove a tre anni, con efficacia retroattiva. La normativa stabiliva, infine, un aggravamento del procedimento decisionale che porta all’emanazione delle sentenze della Corte laddove richiedeva l’approvazione della maggioranza dei due terzi invece di una maggioranza semplice come previsto in precedenza (Cfr. Palomar n. 64).
Secondo il presidente della Corte Andrzej Rzeplinski, «la legge impedisce il funzionamento corretto di un organo costituzionale come la Corte e introduce gravi ingerenze rispetto alla sua indipendenza e alla sua separazione dagli altri poteri, violando così i principi di uno Stato di diritto». Tali polemiche sono state raccolte da numerosi altri commentatori, i quali hanno aspramente criticato la sensibile limitazione dell’indipendenza della Corte all’indomani della riforma, con conseguente lesione del principio di separazione dei poteri.
Con riferimento alla riforma polacca si è pronunciata anche la Commissione di Venezia con un parere adottato il 12 marzo 2016, in cui si afferma, fra l’altro, che la legge «indebolisce la democrazia, i diritti dell’uomo e lo stato di diritto». (Simone Pitto)


REGNO UNITO – La Supreme Court si pronuncia sulla giurisdizione su domanda della madre sociale di una minore residente all’estero

La Supreme Court del Regno unito con sentenza del 3 febbraio 2016 ha riconosciuto il diritto della madre sociale di agire in giudizio per ottenere la custodia della figlia naturale della ex compagna.
Invero, la vicenda si presenta piuttosto complessa; le due donne
legate da una relazione more uxorio, mai sfociata nella costituzione di una civil partnership hanno intrapreso nel 2007 un percorso che le ha condotte a divenire nell’aprile del 2008 genitori della minore, nata mediante inseminazione artificiale di una delle due componenti della coppia stessa. È incontestato che entrambe abbiano instaurato un rapporto genitoriale con la minore, della quale si sono prese cura; siffatto rapporto è rimasto intatto anche a seguito della cessazione della convivenza more uxorio.
La controversia tra le due donne è sorta quando la madre biologica si è trasferita in Pakistan portando la minore con sé. La madre sociale ha pertanto citato in giudizio la ex compagna chiedendo che la minore potesse rientrare in Inghilterra, suo luogo di residenza abituale.
In primo grado ed in appello la ricorrente aveva visto rigettare le proprie istanze in quanto i giudici avevano ritenuto di non avere giurisdizione, dal momento che la minore non era più residente nel Regno. La Corte di ultima istanza ha ribaltato siffatto orientamento ed ha ritenuto che i giudici abbiano giurisdizione ai sensi del Children Act (2004), dal momento che la minore aveva la propria residenza abituale in Inghilterra. Pertanto ha ordinato ai giudici di decidere la controversia avendo riguardo al miglior interesse della minore ed, eventualmente, ordinarne il ritorno in Inghilterra. (Andrea Perelli)


SENEGAL – Si è svolto un referendum costituzionale

Domenica 20 marzo 2016, i senegalesi sono stati chiamati a esprimere il loro parere su una revisione costituzionale di 15 punti, che modifica 18 articoli della Carta fondamentale. I voti favorevoli sono stati il 62,7% mentre l’affluenza si è fermata al 40,4%. Il progetto di revisione della Costituzione proposta dal Presidente Macky Sall è stato quindi approvato dagli elettori.
Tra questi, fondamentale è la modifica dell’articolo 27, che riduce il mandato presidenziale da 7 a 5 anni, riconferma che non si possono effettuare più di due mandati consecutivi e introduce il principio secondo cui tale articolo non potrà più essere oggetto di revisione. L’articolo seguente introduce invece l’età massima dei candidati alla presidenza, fissata a 75 anni. Gli altri aspetti della riforma riguardano il rafforzamento della statuto dell’opposizione e la possibilità di riconoscerne un capo, la facoltà dei candidati indipendenti di candidarsi alle elezioni, il riconoscimento del diritto di voto ai senegalesi residenti all’estero per l’elezione dell’Assemblea nazionale, la costituzionalizzazione del principio di decentralizzazione, l’estensione di libertà, diritti e doveri dei cittadini attraverso il loro coinvolgimento nella protezione e gestione delle risorse ambientali e l’intangibilità del principio di laicità, il rafforzamento dell’Assemblea nazionale e del Consiglio costituzionale, che passa da 5 a 7 giudici, e a cui il Governo sarà obbligato di sottoporre le leggi organiche prima della loro promulgazione.
Vengono rafforzati i diritti dei cittadini, delle istituzioni e dell’opposizione, , mentre viene ridotto il potere del Presidente della Repubblica, sancendo grandi passi verso il rafforzamento della democrazia in Senegal. La promozione della democrazia è sempre stato uno dei cavalli di battaglia del Presidente della Repubblica Macky Sall, e la riduzione del mandato presidenziale a 5 anni era la promessa fatta in campagna elettorale al popolo, alla società civile e a tutti partiti che alle elezioni presidenziali del 2012 lo hanno sostenuto al secondo turno contro Abdulaye Wade, permettendogli di vincere. (Adolphe Hatungimana)


SPAGNA – Il Tribunale costituzionale ritiene legittimo l’utilizzo di videocamere sul luogo di lavoro senza il consenso dei dipendenti

Il Tribunale costituzionale spagnolo ha stabilito con sentenza del 18 marzo 2016, resa nell’ambito del procedimento n. 7222-2013, la legittimità dell’utilizzo di dispositivi di videoriproduzione sul luogo di lavoro anche senza il consenso del lavoratore purché il fine sia quello di vigilare sull’adempimento del contratto di lavoro.
La decisione è stata adottata con il voto contrario di tre magistrati, due dei quali hanno affermato che la sentenza avrebbe comportato un arretramento nella protezione dei diritti fondamentali dei lavoratori.
Il ricorso di amparo originario è stato proposto da una lavoratrice di un negozio di abbigliamento di León licenziata dopo che il datore di lavoro l’aveva sorpresa a sottrarre denaro dalla cassa grazie alle riprese di una videocamera. La Corte ha argomentato che in questo caso la cattura delle immagini del lavoratore senza il suo consenso non pregiudicava il diritto alla riservatezza e alla tutela dell’immagine personale tutelato dall’art. 18 della Costituzione spagnola.
Invero, in questo caso, ha proseguito la Corte, risultava necessario considerare prevalente la grave violazione della buona fede contrattuale cagionata dalla condotta della lavoratrice.
La Corte non ha tuttavia omesso di rilevare come, qualora le immagini catturate da una videocamera vengano utilizzate con finalità diverse da quella di garantire l’adempimento del contratto, resti necessario ottenere il previo consenso del lavoratore.
Fuori da tali fattispecie, conclude la Corte, il consenso deve intendersi implicitamente concesso al momento dell’accettazione del contratto. (Simone Pitto)


STATI UNITI – A distanza di quindici anni da Ring v. Arizona la Corte suprema torna sul valore del verdetto della giuria nei capital sentence cases

La Corte suprema federale, con la decisione resa sul caso Hurst v. Florida, ha affermato l’incostituzionalità della legislazione dello stato della Florida in materia di pena di morte. I supremes hanno infatti rilevato come uno schema sanzionatorio in base al quale si riconosca al giudice
nei casi in cui è applicabile la pena di morte la possibilità di discostarsi dalle indicazioni della giuria in merito all’irrogabilità o meno della pena capitale, costituisce una violazione del diritto ad una giuria imparziale sancito dal Sesto Emendamento. (Marco Antonio Simonelli)


STATI UNITI – La morte di Scalia e la vacancy alla Corte suprema. Un possibile constitutional clash?

L’improvvisa scomparsa del giudice conservatore Antonin Scalia a meno di un anno dall’elezioni presidenziali ha aperto scenari imprevedibili sulla politica americana.
Il presidente Obama, a pochi giorni di distanza dalla morte del giudice italoamericano ha infatti dichiarato di volere procedere a nominare un giudice per sopperire al vuoto creatosi all’interno della Corte. Tuttavia, secondo quante previsto dall’art. II della Costituzione, il candidato presidenziale deve essere approvato dal Senato, attraverso una procedura che prevede prima una hearing del candidato e in seguito la votazione in aula.
Come noto, però, la camera alta è in questo a maggioranza repubblicana e molti esponenti del partito si sono affrettati ad annunciare di non volere nemmeno prendere in considerazione qualsivoglia candidato indicato dal Presidente in carica. In quanto, sostengono, spetterà al nuovo presidente, che entrerà nel pieno delle sue funzioni solamente nel gennaio 2017, proporre un nuovo candidato al Senato.
Questa situazione di stallo non sembra destinata a sbloccarsi,  in quanto Obama non sembra volersi avvalere del suo potere di procedere ad un appointment in recess. Questa procedura consente al Presidente di fare insediare un giudice a Washington senza il consenso del Senato, sfruttando gli intervalli tra una sessione parlamentare e l’altra. Una siffatta nomina consentirebbe, in pratica, al giudice insediato di rimanere in carica fino alla fine del 2017, così facendo Obama potrebbe quindi coprire il vuoto venutosi a creare per il prossimo term della Corte suprema, consentendo alla stessa di operare come un plenum. D’altro canto, in caso di vittoria, nella prossima tornata elettorale, del partito repubblicano, le possibilità di una riconferma del giudice così nominato si assottiglierebbero notevolmente, potendosi verificare un pericoloso precedente: la rimozione di un giudice della Corte suprema in forza di una volontà politica. (Marco Antonio Simonelli)


SVIZZERA – Si è svolto un referendum per inserire in Costituzione la definizione di matrimonio e parificare il trattamento fiscale tra coniugi e coppie legalmente riconosciute

Il 28 febbraio 2016 si è svolto referendum ai sensi dell’art. 139 Cost. federale della Confederazione svizzera in merito alla possibilità di inserire nel testo costituzionale una definizione del termine “matrimonio” ed un esplicito riferimento alla necessità di parità di trattamento fiscale tra i contribuenti a prescindere dalla forma di convivenza prescelta. Più segnatamente, il quesito referendario prevedeva di modificare l’art. 14 Cost. federale come segue: «l’istituto del matrimonio consiste in una duratura convivenza, disciplinata dalla legge, tra un uomo ed una donna. Altresì, ai fini fiscali, il matrimonio deve considerarsi una unione economica e, soprattutto in materia fiscale e di previdenza sociale, non dovrebbe essere oggetto di penalizzazione rispetto ad altre modalità di convivenza».
L’iniziativa risale al 2011 ed è da attribuire al partito popolare democratico elvetico che con siffatta formulazione dell’art. 14 Cost. ambiva a pervenire a due esiti distinti. Da un lato, per mezzo dell’esplicita menzione alla convivenza tra uomo e donna, avrebbe definitivamente precluso la possibilità di approvare una normativa a favore del matrimonio civile tra persone dello stesso sesso. Dall’altro, avrebbe garantito la parità di trattamento economico delle coppie sposate o in unione formalmente registrata rispetto a quelle coppie conviventi definite in stato di concubinato, ossia prive di qualsiasi forma di riconoscimento legale.
Nei confronti di queste ultime, infatti, il regime fiscale vigente risulta in alcuni casi più favorevole in quanto, per calcolare le imposte per le coppie sposate, i redditi dei coniugi sono cumulati; mentre i componenti delle coppie di fatto sono tassati individualmente. Cosicché, a causa della progressività dell’aliquota d’imposizione, una coppia con doppio reddito paga un’imposta più elevata se sposata o in stato di unione domestica registrata.
Già la sentenza BG 221 del 1984 pronunciata dal Tribunale federale aveva dichiarato l’incostituzionalità di tutte quelle imposte rivolte ad una coppia sposata che superassero del 10% l’importo a cui ammonterebbe la medesima imposta qualora la coppia convivesse senza aver contratto matrimonio. Non a caso, alla luce di tale pronuncia, tutti i Cantoni avevano adottato correttivi per ristabilire una equiparazione delle posizioni; tuttavia, a livello federale, mancava ancora una riformulazione del sistema tributario.
A tal fine, secondo i promotori della proposta di iniziativa popolare, la ratio sottesa alla nuova versione dell’art. 14 Cost. fed. Confed. avrebbe assicurato una soluzione definitiva alla annosa questione dell’imparità del trattamento fiscale.
Il referendum ha visto la partecipazione del 63% degli aventi diritto, dei quali il 50,8% si sono espressi contro la modifica del dettato costituzionale dell’art. 14. (Alessia Tranfo)


SUDAFRICA – La Corte costituzionale decide sulla responsabilità del Capo dello Stato

Con ordinanza del 31 marzo 2016 la Corte costituzionale del Sudafrica ha condannato il Presidente Jacob Zuma a rimborsare di persona una parte dei soldi pubblici impiegati nella realizzazione di lavori di ampliamento della sua residenza personale. A seguito di un’indagine condotta dal Public Protector è emerso infatti che, negli ultimi anni, sono state realizzate con denaro pubblico imponenti ristrutturazioni della residenza privata del Presidente, giustificate formalmente per ragioni di sicurezza, ma in realtà almeno in parte slegate da esigenze di interesse pubblico.
All’esito dell’indagine, il Public Protector, nell’esercizio delle funzioni assegnategli dall’art. 182 della Costituzione sudafricana, aveva intrapreso una remedial action nei confronti del Presidente e di altri componenti dell’Esecutivo. Tale azione, tuttavia, era stata bloccata dal Parlamento il quale, con propria deliberazione, aveva assolto il Presidente.
Contro tale deliberazione è stato proposto ricorso dinanzi alla Corte costituzionale, nell’ambito della giurisdizione riconosciuta a quest’ultima dall’art. 167 della Costituzione, ai sensi del quale spetta alla giurisdizione esclusiva della Corte costituzionale decidere in merito agli inadempimenti degli obblighi costituzionali da parte del Parlamento e del Presidente.
Ebbene, la Corte costituzionale, con la decisione in commento, ha innanzitutto chiarito la natura giuridicamente vincolante delle remedial actions intraprese dal Public Protector, affermando che queste non possono essere superate da una deliberazione del Parlamento o semplicemente ignorate dal destinatario.
In secondo luogo, la Corte ha ritenuto che il Parlamento, esonerando il Presidente da ogni responsabilità, abbia violato il proprio obbligo costituzionale di fare valere la responsabilità dell’esecutivo. Di conseguenza, la Corte ha giudicato la deliberazione dell’Assemblea nazionale nulla e priva di effetto.
Infine, la Corte ha ravvisato altresì una violazione degli obblighi costituzionali da parte del Presidente, per essersi indebitamente arricchito con denaro pubblico. Essa ha quindi condannato quest’ultimo a pagare di persona una quota delle ristrutturazioni non riconducibili a ragioni di sicurezza, nella misura stabilita dalla National Treasury. (Francesco Gallarati)


TUNISIA – Approvata la legge organica sul Consiglio superiore della magistratura

Il 23 marzo 2016, l’Assemblea dei Rappresentanti del Popolo ha approvato la legge organica n. 2016-34, relativa al Consiglio superiore della magistratura (CSM), una cui traduzione non ufficiale è disponibile qui.
Conformemente agli artt. 112- 114 della Costituzione, l’organo sarà composto dal Consiglio della giustizia giudiziaria, dal Consiglio della giustizia amministrativa, dal Consiglio della giustizia finanziaria e dall’Assemblea generale dei tre Consigli sopracitati.
La legge ha dato luogo a proteste da parte delle associazioni di categoria dei magistrati (Associazione dei magistrati tunisini e Sindacato della magistratura) che hanno riguardato soprattutto la composizione dell’organo (artt. 10-12). In un comunicato, i magistrati tunisini hanno lamentato che la legge mina il principio d’indipendenza della magistratura e costituisce una regressione rispetto all’instaurazione di un sistema giudiziario indipendente.
Le critiche relative alla legge non costituiscono peraltro una novità, dal momento che il processo che ha portato all’adozione della legge è stato lungo e travagliato: benché l’art. 148 c.5 della Costituzione del 2014 prevedesse che l’organo di autogoverno della magistratura dovesse essere istituito entro sei mesi dalle elezioni legislative dell’ottobre 2014, la discussione del progetto di legge è stata infatti oggetto di accesi contrasti. L’Istanza provvisoria per il controllo di costituzionalità delle leggi si è pronunciata per ben tre volte sul progetto di legge istitutivo del CSM: nel giugno 2015, dichiarandolo in contrasto con la Costituzione per ragioni sostanziali (v. Palomar n. 62), nel dicembre 2015, dichiarandolo incostituzionale per vizi procedurali (v. Palomar n. 64), ed infine decidendo di non procedere a giudizio e trasmettendolo al Presidente della Repubblica per la promulgazione nell’aprile 2016.
Il CSM sostituisce l’Istanza provvisoria per la giustizia giudiziaria, l’organo provvisorio creato nel 2012 per regolare il sistema giudiziario. (Tania Abbiate)


TUNISIA – Creata l’Istanza nazionale per la prevenzione della tortura

Il 30 marzo, l’Assemblea dei Rappresentanti del Popolo ha eletto i sedici membri dell’Istanza nazionale per la prevenzione della tortura.
L’organo sarà composto da sei rappresentanti della società civile, due avvocati, due magistrati in pensione, tre medici (tra cui uno psicologo), due professori universitari e un esperto in materia di protezione dei diritti dei bambini. I membri resteranno in carica sei anni e non potranno essere rieletti.
Con l’elezione dei membri, si avvia verso la conclusione il processo di creazione dell’Istanza nazionale per la prevenzione della tortura prevista dalla legge organica n. 2013-43 del 21 ottobre 2013.
La previsione di quest’organo dà applicazione ai trattati internazionali ratificati dalla Tunisia in seguito alla caduta del regime di Ben Ali, nonché all’art. 23 della Costituzione che tutela la dignità umana e proibisce ogni forma di tortura morale e fisica.
Occorre tuttavia sottolineare che, malgrado i passi intrapresi nel proibire e contrastare la tortura, alcune organizzazioni dei diritti umani hanno denunciato casi di maltrattamento dei detenuti nelle carceri. L’istituzione dell’organo rappresenta però un segnale che fa ben sperare per il processo di democratizzazione in atto. (Tania Abbiate)


TUNISIA – Approvata una modifica al Codice di procedura penale

Il 2 febbraio, l’Assemblea dei Rappresentanti del Popolo ha approvato la legge n. 2016-5  di modifica e aggiornamento di alcune disposizioni del codice di procedura penale.
Le modifiche riguardano gli artt. 13 bis, 57 e i primi tre comma dell’art. 221. Le novità più importante riguarda l’introduzione della garanzia della presenza di un avvocato in caso di fermo di polizia e la riduzione di quest’ultimo da 72 ore a 48 ore. Il fermo può essere disposto solo dal Procuratore della Repubblica
L’adozione della legge corona un processo intrapreso nel 2013, con il progetto di legge n. 2013-13. Le nuove disposizioni danno peraltro applicazione agli artt. 27-29 della Costituzione relativi alle garanzie giudiziarie dell’accusato. (Tania Abbiate)


UNIONE EUROPEA – La Corte di giustizia si pronuncia sulla misura di trattenimento in materia di asilo

La Corte di giustizia, con la sentenza del 15 febbraio 2016, si è pronunciata sulla questione pregiudiziale sollevata dal Raad Van State (Consiglio di Stato dei Paesi Bassi), in merito alla conformità della norma di cui all’art. 8 par. 3, c. 1, lett. e) della direttiva n. 2013/33/UE, alla luce dell’art. 6 e 52, par.1 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea.
La vicenda trae origine da una serie di domande di asilo nei Paesi Bassi presentate dal ricorrente  concluse tutte con esito negativo, a seguito delle quali si ingiungeva allo stesso di lasciare immediatamente il territorio dell’Unione Europea, con divieto di ingresso per un periodo di dieci anni.
Il ricorrente tuttavia, non ottemperando all’ingiunzione, veniva tratto in arresto per la commissione di un furto nel territorio olandese e, a fronte della ulteriore domanda di asilo, veniva disposta la misura di trattenimento di cui all’art. 8 della predetta direttiva, sul presupposto di tutelare la sicurezza nazionale e l’ordine pubblico.
Avverso tale decisione, il richiedente dapprima proponeva ricorso, rigettato in primo grado dal Tribunale dell’Aia e poi ricorreva in appello sostenendo che il «suo trattenimento sarebbe stato contrario all’art. 5 par. 1, lett. f) della Convenzione europea dei diritti dell'uomo laddove la norma prevede che il trattenimento dello straniero può giustificarsi soltanto sulla base del fatto che è in corso un procedimento di espulsione o di estradizione» (par. 34 sentenza).
La Corte di giustizia, prima di esaminare il merito della questione si è pronunciata preliminarmente, sul richiamo normativo che il ricorrente fa della CEDU, affermando che fintantoché l’Unione non vi abbia aderito, la Convenzione non costituisce un atto giuridico formalmente integrato nell’ordinamento giuridico dell’Unione. La Corte, tuttavia, ha precisato che è necessario assicurare la  coerenza tra la Carta dei diritti fondamentali UE e la CEDU «senza che ciò pregiudichi l’autonomia del diritto dell’Unione e della Corte di giustizia UE» (par. 47 sentenza).
Chiarito questo aspetto, i giudici hanno affermato la legittimità della misura di trattenimento del richiedente asilo, poiché conforme ai motivi di sicurezza nazionale e all’ordine pubblico previsti ex. art 8 della direttiva n. 2013/33/UE.
In particolare, la Corte si è soffermata a verificare se tale limitazione, ex art. 8 al diritto alla libertà fosse conforme ai requisiti di cui all’art. 52, par. 1 della medesima Carta, cioè «essere previst[a] dalla legge e rispettare il [suo] contenuto essenziale», nonché rispettare il principio di proporzionalità, ovvero essere «necessari[a]» e rispondere «effettivamente a finalità di interesse generale riconosciute dall’Unione o all’esigenza di proteggere i diritti e le libertà altrui» (par. 50 sentenza).
In ordine al primo requisito, i giudici di Lussemburgo, hanno affermato  che la limitazione suddetta risulta valida in quanto contenuta in una direttiva che può essere assimilata alla legge, precisando che la norma non incide sul contenuto essenziale del diritto alla libertà sancito dall’art. 6 della Carta, sul presupposto che gli Stati membri hanno il potere di trattenere un richiedente asilo, in relazione al suo comportamento individuale, considerando anche le circostanze eccezionali di cui all’art. 6 della Carta.
Riguardo poi al rispetto del principio di proporzionalità, a parere della Corte esso risulta rispettato, poiché la misura di trattenimento, è appropriata e rispondente alle esigenze di tutela della sicurezza pubblica e, quindi, idonea all’obiettivo di cui all’art. 8, par. 3 direttiva n. 2013/33/UE.
La Corte, dunque, ha affermato che l’art. 8 della direttiva, laddove autorizzi l’adozione di una   misura di trattenimento rispettosa dei requisiti di proporzionalità e rigorosamente inquadrata nelle nozioni di sicurezza nazionale e ordine pubblico che ne giustificano, appunto, l’attuazione, non può essere rimessa in discussione. (Floriana Plataroti)