n. 63
ottobre
2015


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Palomar non rappresenta una testata giornalistica, viene aggiornato senza alcuna periodicità, esclusivamente sulla base della disponibilità del materiale e delle news ; non è, pertanto, un prodotto editoriale sottoposto alla disciplina di cui all'art. 1, c. 3, l. n. 62 del 7 marzo 2001 .
ARGENTINA – Il Congresso adotta una legge per l'attuazione del diritto costituzionale all'istruzione
BELGIO – La Corte costituzionale si pronuncia sui sussidi agli stranieri
BRASILE – Approvati due nuovi emendamenti alla Costituzione federale sulla ripartizione dei fondi per l’irrigazione e l’inclusione del trasporto tra i diritti sociali
CINA – Esteso a tutti i funzionari l’obbligo di prestare giuramento alla Costituzione
CINA – Approvata una nuova legge sulla sicurezza nazionale
CINA – Modifiche al codice penale abrogano la pena di morte per taluni reati e introducono misure anti-terrorismo
CORTE EUROPEA DEI DIRITTI DELL'UOMO Italia condannata per il mancato riconoscimento delle unioni tra persone dello stesso sesso
EGITTO – Adottata una controversa legge antiterrorismo
EL SALVADOR – La Corte suprema si pronuncia sulla legge antiterrorismo
EMIRATI ARABI UNITI – Nuova legge contro la discriminazione e l’intolleranza religiosa
FRANCIA – In risposta agli attentati di novembre, il Governo francese proclama lo stato di emergenza e propone una revisione costituzionale
GIAPPONE – Approvata legge che consente l’utilizzo delle forze armate all’estero per la prima volta dopo la fine della Seconda guerra mondiale
KENYA – La High Court emette una storica sentenza in materia di accesso alle cure sanitarie
KOSOVO − Creato un tribunale speciale competente a giudicare i crimini di guerra commessi durante la guerra civile
MADAGASCAR – L’Haute Cour Constitutionelle respinge un ricorso volto ad ottenere l’interpretazione autentica di una sua pronuncia sull’impeachment presidenziale
MESSICO – Modificati due articoli della Costituzione federale
NEPAL – Approvata e promulgata la nuova Costituzione
PAKISTAN – La Corte suprema rigetta il ricorso proposto contro il ventunesimo emendamento alla Costituzione
PERÙ – Il Governo adotta nuove misure in materia di lotta al terrorismo
REPUBBLICA CENTRAFRICANA – Adottata la nuova Costituzione
SEYCHELLES – La Corte costituzionale dichiara l'incostituzionalità di alcuni articoli della legge sull'ordine pubblico
STATI UNITI In Wisconsin vengono introdotte limitazioni al diritto all’aborto; in North Dakota vengono rimosse
STATI UNITI La Corte suprema statale del Connecticut trasforma in ergastolo le sentenze capitali pendenti
STATI UNITI L’area antistante il palazzo della Corte suprema federale non è uno spazio pubblico
SUDAFRICA – La Corte costituzionale si pronuncia in materia di finanziamento privato ai partiti politici
TUNISIA – Il Parlamento adotta una controversa legge organica sul terrorismo
UGANDA La Corte suprema dichiara incostituzionale il risarcimento da parte della donna in caso di divorzio
UNGHERIA – Approvate norme restrittive in materia di diritto di asilo
UNIONE EUROPEA – Per la Corte di giustizia è contrario al diritto europeo prevedere contributi elevati per il rilascio del permesso di soggiorno
UNIONE EUROPEA – Per la Corte di giustizia uno Stato UE può negare le prestazioni di assistenza sociale per disoccupati ai cittadini di altri Stati dell’Unione che cercano lavoro sul suo territorio







ARGENTINA – Il Congresso adotta una legge per l'attuazione del diritto costituzionale all'istruzione

Il 28 ottobre 2015 il Congresso ha approvato la ley 27.204 che pone una responsabilità in capo allo Stato e alle Province per l’attuazione del diritto all'istruzione superiore il quale, ai  sensi dell'art. 1 della nuova legge, costituisce un bene pubblico e un diritto umano personale e sociale secondo quanto stabilito dalla Costituzione e in base a quanto già disciplinato dalla ley 26.206 sul diritto all’istruzione.
Tale responsabilità, che si sostanzia nell'obbligo di provvedere al finanziamento e alla supervisione delle università tanto pubbliche che private, è definita "principal y indelegable", ed implica: a) l'obbligo di garantire l'uguaglianza nell'accesso e nella permanenza sino al conseguimento del titolo di studio; b) l’obbligo di provvedere in maniera equa alla gestione delle borse di studio, alla gestione delle condizioni complessive delle infrastrutture e delle risorse tecnologiche appropriate per coloro che si trovino in situazioni economiche disagiate; c) l’obbligo di stabilire le misure necessarie per offrire pari opportunità ai soggetti disabili; d) l’obbligo di promuovere politiche di inclusione volte a favorire la parità di genere nonché a promuovere processi multiculturali ed interculturali; e) l’obbligo di costruire meccanismi e processi concreti di integrazione tra le risorse umane, materiali e divulgative a livello nazionale ed internazionale; f) l’obbligo di promuovere la formazione di organizzazioni e processi democratici (art. 2 della ley 27.204).
Ai sensi della nuova legge, gli studi negli istituti di educazione superiore saranno gratuiti ed sarà vietato stabilire qualunque forma di tassazione o obbligo contributivo o impositivo, tanto in via diretta che indiretta (art. 3 della ley 27.204). (Diego Serra)


BELGIO – La Corte costituzionale si pronuncia sui sussidi agli stranieri

Con sentenza resa il 1° ottobre 2015 la Corte costituzionale belga ha dichiarato l’incostituzionalità di una disposizione che escludeva alcune categorie di stranieri dalla possibilità di ottenere sussidi sociali. La disposizione contestata era l’art. 57sexies della loi du 8 juillet 1976 organique des centres publics d’action sociale, introdotto dall’art. 20 della loi programme du 28 juin 2013.
La sentenza definisce una questione pregiudiziale sollevata dal Tribunale del lavoro di Liegi; di fronte a tale giudice, il sig. Ozdemir aveva proposto ricorso contro una decisione del Centre publics d’action sociale di Dison che, a seguito della novella legislativa introdotta nel 2013, aveva interrotto l’erogazione del sussidio sociale di cui il ricorrente beneficiava dal 2010. Il Tribunale del lavoro, investito della questione, domandava quindi alla Corte costituzionale se l’articolo contestato fosse contrario ai principi stabiliti dalla Costituzione sulla dignità umana (art. 23), l’uguaglianza e la non discriminazione (artt. 10 e 11).
Nell’argomentare la sua decisione, la Corte si basa principalmente sull’art. 23 della Costituzione. Tale articolo contiene una clausola di standstill, secondo la quale il legislatore non può ridurre in maniera significativa il livello di garanzia dei diritti ivi richiamati (economici, sociali e culturali) se non sulla base di motivazioni legate all’interesse generale.
L’articolo contestato, escludendo una categoria di stranieri soggiornanti legalmente sul territorio dalla possibilità di ottenere sussidi sociali, riduce in maniera significativa i diritti di tali persone. Tale limitazione, secondo l’opinione della Corte costituzionale, non si basa su motivazione legate all’interesse generale: in particolare, l’obiettivo legittimo di ridurre le frodi legate all’ottenimento dei permessi di soggiorno sarebbe perseguito in modo sproporzionato, attraverso l’esclusione dal diritto al sussidio per una categoria di persone astrattamente definita. (Giammaria Milani) 


BRASILE – Approvati due nuovi emendamenti alla Costituzione federale sulla ripartizione dei fondi per l’irrigazione e l’inclusione del trasporto tra i diritti sociali

Con la pubblicazione, sul Diario ufficiale dell’Unione, delle emendas constitucionais n. 89 e n. 90 del 2015 il 16 settembre scorso, si è completato l’iter di approvazione dei due emendamenti alla Costituzione federale (per una sintetica descrizione della procedura di revisione costituzionale v. Palomar n. 62).

Tramite il primo emendamento si è provveduto a modificare l’art. 42 del Titolo X della Costituzione, denominato Ato das disposições constitucionais transitórias.
L’articolo citato contiene disposizioni in merito a tempi e modi della ripartizione dei fondi federali per l’irrigazione. Mentre la distribuzione quantitativa dei fondi è rimasta immutata (il 20% di questi fondi continuerà ad essere destinato agli Stati della Regione del Centro-Ovest, il 50%, invece, continuerà ad andare agli Stati della Regione del Nord-Est e, il restante 30%, sarà destinato ai finanziamenti dei progetti delle opere di irrigazione nel resto della federazione), la modifica costituzionale ha comportato una proroga temporale alla ripartizione.
Infatti, in origine, l’art. 42 prevedeva che tale ripartizione dei fondi dovesse aver luogo per soli quindici anni dall’entrata in vigore della Costituzione. Il termine era stato già elevato a 25 anni nel 2004 (con la emenda constitucional n. 43 del 2004) ed oggi è stato innalzato ancora, a 40 anni.
Lo stanziamento di questi fondi, in passato, è stato funzionale al perseguimento di una precisa politica federale, destinata alla creazione di infrastrutture idrauliche per la generazione di energia idroelettrica. Negli ultimi anni, invece, i fondi sono stati rivolti allo sviluppo delle infrastrutture di irrigazione, specialmente delle aree più arretrate, al fine tanto di favorire la coltivazione quanto di migliorare le condizioni di vita nelle aree rurali più abitate o a più alto rischio di malattie dovute alla contaminazione dell’acqua. Come detto, in passato, questo fondo federale è sempre stato prorogato ma non vi sono certezze per il futuro, in quanto non sussiste alcun obbligo costituzionale, in capo al Parlamento, di provvedere al suo rinnovo.
L’Emenda n. 89 ha poi aggiunto un nuovo comma all’art. 42, stabilendo la destinazione del 50% dei fondi indicati al primo comma (v. sopra) per il finanziamento di progetti irrigativi di cui beneficeranno famiglie di agricoltori, purché possiedano i requisiti previsti dalle leggi speciali in materia.
Tramite la seconda modifica costituzionale, invece, si è introdotto, nel testo del primo comma dell’art. 6 della Costituzione (emendato già tre volte dal 1988), la dizione «il trasporto», che va così ad aggiungersi al novero dei diritti sociali riconosciuti da tale comma e che risulta, adesso, formulato in questi termini: «Sono diritti sociali l’educazione, la salute, l’alimentazione, il lavoro, la casa, il trasporto, il tempo libero, la sicurezza, la previdenza sociale, la tutela della maternità e dell’infanzia, l’assistenza ai malati nelle forme stabilite da questa Costituzione». (Francesco Campodonico)


CINA – Esteso a tutti i funzionari l’obbligo di prestare giuramento alla Costituzione

Il 1° luglio 2015 in occasione della quindicesima sessione, il Comitato permanente dell'Assemblea nazionale del popolo, il massimo organo legislativo della Repubblica popolare cinese, incaricato di fare le veci dell'Assemblea nazionale fra una sessione plenaria e l'altra, ha approvato la decisione di implementare l’obbligo di giuramento di fedeltà alla Costituzione e al regime. A partire dal 1° gennaio 2016 tutti i funzionari statali, eletti dalle assemblee di ogni grado, quelli governativi e i membri del potere giudiziario devono prestare un giuramento pubblico al momento dell’assunzione del proprio ufficio. L’art. 2 di tale decisione prevede che ogni funzionario debba impegnarsi ad essere fedele alla Costituzione della Repubblica popolare cinese e alla costruzione di uno Stato autenticamente socialista. Il giuramento si terrà di norma il 4 dicembre, che dal 2014 è il giorno in cui si festeggia ufficialmente l’entrata in vigore della Costituzione, avvenuta il 4 dicembre 1982. L’idea di creare una apposita festività per celebrare la Costituzione è stata proposta nel 2012 dal Presidente XI Jinping per rafforzare il concetto che il Partito comunista intende promuovere lo stato di diritto. (Giacomo Mannocci)



CINA – Approvata una nuova legge sulla sicurezza nazionale

Il 1° luglio 2015 il Comitato permanente dell’Assemblea nazionale del popolo ha approvato senza alcun voto contrario una nuova legge sulla sicurezza nazionale. L’obiettivo primario del provvedimento è di «proteggere gli interessi fondamentali del popolo», secondo quanto affermato dall’agenzia di stampa governativa Xinhua. Infatti, secondo le prime indicazioni, la legge permetterebbe allo Stato di adottare tutte “le misure necessarie” per proteggere la propria sovranità, sia sul territorio, con riferimento alle questioni interne e quelle “regionali”, sia rafforzando i controlli su Internet. La nozione di sicurezza nazionale è generica e comprende la difesa del sistema politico, della sovranità, dell’unità territoriale, dello sviluppo e di altre, non specificate, «questioni di fondamentale importanza a livello nazionale». La legge si concentra inoltre sulla protezione degli interessi economici, accostando la conservazione dell’economia socialista alla sicurezza informatica e alla prevenzione degli scandali concernenti la sicurezza alimentare. Il provvedimento normativo esorta poi alla vigilanza e alla difesa contro «le cattive influenze culturali», «i gruppi perniciosi» e «le attività criminali travestite da religione, oltre che alle interferenze delle potenze straniere» e prevede maggiori controlli su Internet, comprese misure per prevenire «la diffusione di informazioni illegali o dannose». Gli 84 articoli della legge sono suddivisi in sette capitoli riguardanti: 1) l’indicazione dei principi fondamentali; 2) la definizione di sicurezza nazionale; 3) la descrizione di funzioni e responsabilità in capo ai vari soggetti governativi, compresa l’Assemblea nazionale del Popolo; 4) l’articolazione degli strumenti per la concreta applicazione dell’insieme di regole di sicurezza nazionale, comprendenti, tra gli altri, attività d’intelligence e inerenti la gestione dello stato d’emergenza; 5) l’allocazione delle risorse necessarie all’implementazione del mercato del lavoro per il settore della sicurezza; 6) i doveri di cittadini e aziende e il loro importante ruolo di supporto alle iniziative governative e 7) le disposizioni supplementari. La legge non sarà direttamente applicabile nei territori di Hong Kong e Macao. (Giacomo Mannocci)



CINA – Modifiche al codice penale abrogano la pena di morte per taluni reati e introducono misure anti-terrorismo

Il 29 agosto 2015 il Presidente della Repubblica popolare cinese ha emanato una legge che contiene  numerose modifiche al codice penale. Innanzitutto, la pena di morte è stata commutata in ergastolo per i seguenti reati: contrabbando di armi, munizioni e materiali nucleari; contrabbando e falsificazione di monete; raccolta di fondi per mezzo di frodi; induzione alla prostituzione; divulgazione di false notizie in tempo di guerra e infine intralcio a un ufficiale di polizia o una persona in servizio nell’esercizio delle sue funzioni.  È la seconda volta che la Cina ha ridotto il numero dei reati punibili con la morte da quando il codice penale è entrato in vigore nel 1979: nel 2011 la pena di morte era già stata abrogata per 13 reati economici commessi senza compiere atti di natura violenta alle persone (v. Palomar n. 46). Tra questi, si segnalano il contrabbando di reliquie culturali, oro e argento; la realizzazione di frodi relative a fatture finanziarie; forgiatura o vendita di oggetti falsi; induzione a commettere atti criminosi; sottrazione di beni culturali. Ai sensi del codice penale il numero di reati punibili con la morte è di 46 fattispecie.

La nuova legge introduce altresì alcuni reati in materia di sicurezza informatica, con lo scopo, secondo quanto riportato dalle autorità governative, di migliorare la protezione dei dati personali dei cittadini. La nuova legge aggiunge diversi elementi per reprimere più pesantemente le attività terroristiche, anche se permangono dubbi sulla definizione stessa di terrorismo. Coloro che promuovono l’estremismo e il terrorismo attraverso la produzione e la distribuzione dei relativi materiali, rilasciando informazioni, istruendo di persona o attraverso audio, video o reti di informazione potranno essere condannati fino a cinque anni di reclusione. Nella nuova legge vi sono poi disposizioni in merito ai “reati di culto”: la pena massima è l’ergastolo e non più la reclusione fino a 15 anni di carcere. Sono state introdotte anche disposizioni per reprimere la corruzione dei pubblici funzionari: costituirà reato offrire tangenti anche agli ex pubblici funzionari, ai loro parenti e a coloro che hanno con essi uno stabile rapporto. (Giacomo Mannocci)


CORTE EUROPEA DEI DIRITTI DELL'UOMO Italia condannata per il mancato riconoscimento delle unioni tra persone dello stesso sesso

Il 21 luglio 2015, nel caso Oliari e altri contro Italia, la Corte europea dei diritti dell'uomo ha dichiarato, all'unanimità, la violazione dell'art. 8 (diritto al rispetto della vita privata e familiare) della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, da parte dello Stato italiano. A presentare il ricorso sono state tre coppie omosessuali. Queste avevano chiesto le pubblicazioni all'ufficiale di stato civile del Comune, ma questi aveva respinto le richieste sulla base dell'art. 98 del c.c. Il Sig. Oliari ed il suo compagno, a seguito di tale rigetto, avevano portato la questione dinnanzi al Tribunale nazionale sostenendo che la legge italiana non vieta esplicitamente il matrimonio tra persone dello stesso sesso e che, qualora emergesse il contrario, una tale posizione risulterebbe incostituzionale. Il Tribunale aveva respinto la loro richiesta argomentando che il codice civile prevede come requisito fondamentale per contrarre il matrimonio che i coniugi siano di sesso opposto. I ricorrenti avevano appellato la decisione di primo grado ed il giudice d'appello aveva sollevato una questione di legittimità costituzionale delle norme che prevedevano il divieto di matrimonio omosessuale per violazione degli articoli 2, 3 e 29 della Costituzione. Con la sentenza n. 138 del 2010, la Corte costituzionale aveva stabilito che il diritto al matrimonio, così come garantito dalla Costituzione, non si estendere alle unioni omosessuali e che rientrava nella piena discrezionalità del Parlamento individuare forme di garanzia basate sulla Costituzione stessa. Anche i signori Felicetti e Zappa, conviventi, avevano richiesto all’ufficiale di stato civile di procedere alle pubblicazioni, ma non avevano successivamente attivato alcuna azione per opporsi al diniego. La medesima richiesta era stata anche presentata dai signori Zaccheo e Perelli Cippo, i quali avevano poi impugnato il diniego dell’ufficiale di stato civile solo in primo grado, senza ricorrere in appello avverso la sentenza. Sulla base della sentenza costituzionale del 2010, tutte le richieste di pubblicazioni erano state negate, così come pure le richieste di trascrizione di matrimoni omosessuali contratti all’estero, salvo alcuni casi specifici che dimostravano la disomogeneità delle decisioni in materia. Le tre coppie si sono quindi rivolte alla Corte di Strasburgo lamentando la violazione degli articoli 8 (diritto al rispetto della vita privata e familiare), 12 (diritto al matrimonio) e 14 (divieto di discriminazione) CEDU. La Corte riconosce la violazione dell'art. 8 CEDU. Infatti, la stessa afferma che le coppie dello stesso sesso hanno un particolare interesse ad accedere ad una forma di unione civile o registrata, in quanto questa sarebbe la forma migliore affinché le stesse possano conseguire il riconoscimento e la tutela della propria relazione e che lo Stato italiano non avrebbe dimostrato la sussistenza di interessi pubblici che, nel bilanciamento, avrebbero potuto giustificare una restrizione di quelli dei privati. Avendo accertato la violazione dell’art. 8 CEDU, la Corte ha ritenuto non necessario esaminare la violazione dell’art. 14 CEDU in combinato disposto con l’art. 8 CEDU. Per quanto concerne l'art.12 della CEDU, considerato da solo o in combinato disposto con l'art.14 CEDU, la Corte ha ricordato che non deve più essere interpretato come limitato al matrimonio uomo/donna: tuttavia, non essendoci un consenso sul punto, la questione è rimessa alla valutazione degli Stati che godono in materia di un ampio margine di apprezzamento. La Corte ha, quindi, dichiarato irricevibile il ricorso con riferimento alla violazione dell’art. 12 CEDU, da solo o in combinato disposto con l’art. 14 CEDU.

Infine, la Corte ha riconosciuto un risarcimento di € 5.000 ad ogni ricorrente, per i danni non patrimoniali sofferti, oltre alle spese legali, quantificate complessivamente in € 4.000 per Oliari/A. e Felicetti/Perelli Cippo e in € 10.000 per i ricorrenti Zaccheo/Zappa. (Ilenia Siccardi)


EGITTO – Adottata una controversa legge antiterrorismo

Il Presidente egiziano al-Sisi – che concentra nelle proprie mani, oltre al potere esecutivo, altresì il potere legislativo (v. Palomar n. 61) – il 15 agosto 2015 ha adottato una legge contenente misure draconiane volte a contrastare il terrorismo.

Il provvedimento si caratterizza in particolare per l’eccezionale severità delle pene previste e per la definizione estremamente ampia e generica delle fattispecie incriminatrici.
L’art. 2 della legge, infatti, definisce gli atti di terrorismo quelli in cui si fa «uso di forza, violenza, minaccia o intimidazione al fine di turbare l’ordine pubblico o di mettere in pericolo la sicurezza e gli interessi della comunità», nonché qualsiasi atto volto a minare l’unità nazionale, la pace sociale e la sicurezza nazionale. Si tratta, evidentemente, di una definizione che, facendo riferimento a concetti vaghi quali l’ordine pubblico e la sicurezza nazionale, lascia ampi margini di discrezionalità agli interpreti. 
Inoltre, è stata prevista la pena della reclusione fino a dieci anni per chi, usando o minacciando violenza, cerchi di rovesciare il governo o di cambiare la Costituzione.
Sotto il profilo procedurale, al fine di rendere più rapida ed efficace l’azione di contrasto contro i crimini di matrice terroristica, la legge introduce diverse deroghe al codice di procedura penale egiziano, conferendo in particolare maggiori poteri ai pubblici ministeri ed istituendo sezioni speciali, dedicate ai reati di terrorismo, presso ogni corte di primo grado o di appello.
Infine, la disposizione che più ha fatto discutere è la previsione di una pena pecuniaria molto elevata (fino a 64.000 dollari) per i giornalisti che diffondano notizie false in merito ad attacchi terroristici, intendendosi per false le notizie difformi rispetto alle dichiarazioni ufficiali rilasciate dal Ministero della Difesa. (Francesco Gallarati)


EL SALVADOR – La Corte suprema si pronuncia sulla legge antiterrorismo

Con la decisione del 24 agosto 2015, la Corte suprema salvadoregna, pronunciandosi sulla ley especial contra actos de terrorismo (LECAT), ha stabilito che le gang di strada e coloro che le finanziano devono essere considerati alla stregua di gruppi terroristi. La Corte ha anzitutto rigettato le pretese avanzate da alcuni privati cittadini, affermando che la definizione di atti terroristici contenta nell’art. 1 della legge, la quale risulta essere particolarmente ampia poiché si riferisce all’esercizio organizzato e sistematico della violenza che mira a intimidire la popolazione, a esercitare il controllo del territorio, a costringere le autorità governative a negoziare, che colpisce l’economia nazionale o le istituzioni democratiche del paese, non è incostituzionale. Difatti, secondo il parere del giudice supremo, le organizzazioni criminali attentano sistematicamente alla sicurezza e all’integrità della popolazione, impedendo il godimento di tutta una serie di diritti dei cittadini, quali il diritto di scegliere dove fissare la propria residenza, la libertà di transito, il diritto all’educazione (vi sono studenti che rinunciano a seguire il proprio percorso di studi per timore di ritorsioni da parte della criminalità) e ostacolano la realizzazione di attività economiche. La Corte ha quindi ritenuto che il gruppo Mara Salvatrucha (anche conosciuto come MS-13) e il gruppo Mara 18 siano organizzazioni terroristiche. Di conseguenza, nei confronti di tali gruppi sono autorizzate le intercettazioni telefoniche, la raccolta di testimonianze da parte delle vittime e il congelamento dei finanziamenti a loro destinati.

Al contempo, la Corte suprema ha dichiarato l’incostituzionalità di alcune disposizioni della legge, tra cui quelle che equiparano alcuni atti preparatori o di istigazione pubblica alla commissione dell’atto terroristico, le quali costituirebbero una violazione del principio di proporzionalità. Per questi delitti spetta adesso all’Assemblea legislativa, secondo quanto indicato dalla stessa Corte, determinare le giuste pene commisurate a ciascuno di essi. (Ester Stefanelli)


EMIRATI ARABI UNITI – Nuova legge contro la discriminazione e l’intolleranza religiosa

Il 20 luglio 2015 gli Emirati Arabi Uniti hanno adottato una nuova legge volta a contrastare qualsiasi discriminazione basata sulla religione, sul colore della pelle o sull’origine etnica. La legge punisce con pene particolarmente severe l’istigazione all’odio e all’intolleranza religiosa realizzata attraverso qualsiasi canale, ivi compreso in particolare internet.

La legge condanna ogni atto idoneo a recare offesa nei confronti di Dio, dei suoi profeti ed apostoli, nonché nei confronti delle Sacre Scritture, dei luoghi di culto e dei cimiteri. La legge vieta infine di definire “infedeli” individui o gruppi religiosi. (Francesco Gallarati)


FRANCIA – In risposta agli attentati di novembre, il Governo francese proclama lo stato di emergenza e propone una revisione costituzionale

Nella notte tra il 13 e il 14 novembre, a poche ore dai primi attacchi terroristici allo Stade de France e nella città di Parigi e quando ancora la presa di ostaggi al teatro Bataclan era in corso, il Presidente della Repubblica François Hollande ha indetto un Consiglio dei ministri e annunciato in un discorso alla nazione le prime misure che sarebbero state adottate a partire dalla mezzanotte per far fronte agli attentati. Così come preannunciato dal Presidente, il Consiglio dei ministri straordinario tenutosi a mezzanotte ha decretato lo stato di emergenza in applicazione della legge n. 55-385 del 3 aprile 1955 e imposto un giro di vite nei controlli alle frontiere, la cui reintroduzione era già stata prevista per ragioni di pubblica sicurezza legate allo svolgimento, nella stessa Parigi, della Conferenza COP21.
Lo stato di emergenza statuito col decreto del 14 novembre prevede, come disposto dalla legge, un allargamento dei poteri del prefetto e delle forze di polizia e, in particolare, la possibilità di istituire dei coprifuoco (che è stata messa in pratica in un quartiere della cittadina di Sens con decreto del prefetto di Yonne del 20 novembre), di vietare la circolazione in alcune zone, di effettuare perquisizioni di giorno e di notte, di vietare le riunioni in luogo pubblico, di imporre la chiusura di sale di spettacolo. Inoltre, il Ministro dell’interno può imporre la misura cautelare degli arresti domiciliari; misura, questa, che durante la conferenza COP21 è stata utilizzata nei confronti di alcuni attivisti ambientalisti per motivi di ordine pubblico non direttamente collegati alla lotta al terrorismo. Quanto alle misure di divieto di riunione e manifestazione, sono state applicate essenzialmente a Parigi e nella regione parigina, in concomitanza alla COP21 e, in alcuni casi fino a metà dicembre, anche se per qualche giorno si sono avute restrizioni anche nel resto del territorio nazionale.
In principio dichiarato, a partire dalla mezzanotte del 14 novembre, su tutto il territorio metropolitano e in Corsica (e poi esteso il 19 novembre alle collettività d’Oltremare all’eccezione dei territori del Pacifico e di Saint-Pierre-e-Miquelon), lo stato di emergenza avrebbe dovuto durare 12 giorni, termine massimo previsto dalla legge del 1955 in mancanza di proroga legislativa. Tuttavia, prima della scadenza, il Parlamento ha adottato una legge volta a prorogare il regime d’eccezione istituito il 14 novembre e ad ampliarne e precisarne il contenuto e le condizioni di applicazione. La legge n. 2015-1501 del 20 novembre, infatti, da un lato dispone, nel suo articolo 1, la proroga dello stato di emergenza per la durata di tre mesi dalla sua scadenza naturale al termine dei primi 12 giorni (ovvero dal 26 novembre); d’altro lato, interviene sul contenuto, rafforzando nel complesso i poteri di polizia e del Ministro dell’interno, in particolare con riferimento alle misure cautelari e allo scioglimento di associazioni, e introducendo una forma di controllo parlamentare. Viene inoltre soppressa la disposizione, mai applicata, che autorizzava il controllo sulla stampa e le trasmissioni radio.
Il ricorso da parte dei prefetti e delle forze di polizia ai poteri eccezionali conferiti loro dallo stato d’emergenza non ha mancato di destare preoccupazioni e in alcuni casi anche forti critiche da parte delle organizzazioni di difesa dei diritti umani che hanno stigmatizzato, da un lato, il fatto che una parte della popolazione sia maggiormente soggetta ai controlli in forza di caratteristiche etniche e, dall’altro, l’impiego generalizzato di tali poteri eccezionali anche per scopi che esulano dall’emergenza terroristica (come nel caso degli arresti degli attivisti ambientalisti in occasione della conferenza COP21). Tuttavia, secondo le informazioni ufficiali fornite dal Governo sull’applicazione dello stato di emergenza, la stragrande maggioranza delle misure sono state effettivamente adottate nei confronti di persone connesse con il pericolo di azioni terroristiche.
Quanto al rischio di violazione dei diritti fondamentali nell’esecuzione di misure eccezionali autorizzate dallo stato di emergenza, bisogna segnalare che, con comunicazione del 24 novembre, il Governo francese ha informato la Corte europea dei diritti dell’uomo della possibilità che lo Stato deroghi agli obblighi imposti dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo, come previsto dall’art. 15 «in caso di ... pericolo pubblico che minacci la vita della nazione».
La disciplina dello stato di emergenza di cui alla legge n. 385 del 1955, oggi modificata, risaliva all’epoca della guerra in Algeria.
Prima del 13 novembre, tale regime eccezionale era stato applicato 5 volte, di cui solo tre nel territorio metropolitano. Nel 1955, all’indomani dell’adozione della legge, esso fu adottato per il territorio algerino. Sempre durante la guerra di Algeria, lo stato di emergenza fu proclamato altre due volte, nel 1958 e nel 1961, ma sul territorio metropolitano, per il rischio di attentati e di un eventuale colpo di Stato che facesse seguito a quello di Algeri. Lo stato di emergenza del 1961 fu prorogato a più riprese, senza alcun controllo parlamentare o costituzionale, fino al 1963. Nel 1984 fu invece proclamato in Nuova Caledonia e prorogato per una durata di 6 mesi. L’unico precedente nel territorio della Francia metropolitana successivamente alla guerra di Algeria si è avuto nel 2005, quando l’allora Presidente Chirac lo istituì all’indomani dei cosiddetti “moti delle banlieues”, in una parte del territorio, tra cui la regione parigina.
Nel 2007, in occasione dei lavori in vista della revisione del 2008, il Comitato Balladur (il “Comité de réflexion et de proposition sur la modernisation et le rééquilibrage des institutions”) aveva proposto di dare un fondamento costituzionale alla disciplina dello stato di emergenza, rinviando poi ad una legge organica la definizione delle condizioni della sua proclamazione e attuazione. Tale proposta, respinta all’epoca, è tornata in auge oggi con una proposta del Presidente Hollande che sta già facendo molto discutere.
In un discorso tenuto dinanzi al Parlamento riunito in Congresso (seconda volta che tale procedura è stata messa in pratica da quando questa possibilità, fortemente voluta da Sarkozy, è stata introdotta con la revisione costituzionale del 2008), Hollande ha infatti annunciato, tra la altre cose, di voler proporre una modifica della Costituzione per inserirvi la disciplina dello stato di emergenza. L’altra importante modifica costituzionale prevista è la perdita della nazionalità francese per i cittadini con doppia nazionalità, nati francesi, che siano stati condannati per atti di terrorismo.
Queste proposte hanno cominciato a dividere politici e costituzionalisti ancora prima di essere formalizzate nero su bianco in un progetto di legge costituzionale a firma del Presidente della Repubblica.
Il progetto di legge costituzionale preannunciato da Hollande a Versailles è stato depositato all’Assemblea nazionale il 23 dicembre 2015. Esso comprende due articoli relativi, rispettivamente, alle condizioni di proclamazione e di applicazione dello stato di emergenza e alla decadenza della nazionalità per i francesi dotati di doppia nazionalità che siano stati condannati per crimini gravi connessi col terrorismo. Questo secondo articolo intende dunque estendere a coloro che siano cittadini francesi dalla nascita il regime attualmente in vigore, in virtù di disposizioni legislative, per i soli cittadini francesi in possesso di doppia cittadinanza che abbiano acquisito la cittadinanza francese da meno di dieci anni. Questa misura, che secondo i sondaggi incontrerebbe il favore di una larghissima maggioranza dei francesi, sta però destando critiche provenienti non solo da una parte, a dire il vero minoritaria, dell’opposizione, ma anche da diversi esponenti della maggioranza e perfino del Governo stesso. Sta destando infatti molto scalpore l’opposizione al provvedimento da parte della Guardasigilli Christiane Taubira, che lo giudica inefficace e inutilmente discriminatorio e divisivo. In effetti, sono molti, nel partito socialista e in altre formazioni politiche di sinistra, a sottolineare come questa misura sia una sorta di riconoscimento costituzionale della superiorità della cittadinanza per ius sanguinis su quella ottenuta per ius soli e quindi, in definitiva, una messa in discussione di quest’ultima, dal momento che in tutta evidenza i cittadini francesi dotati di doppia nazionalità dalla nascita sono prevalentemente coloro che, figli di immigrati e dunque cittadini di un altro Paese per discendenza, hanno acquistato la cittadinanza francese per il fatto di essere nati sul territorio della Repubblica. Prevedere una misura di decadenza della nazionalità che colpisce esclusivamente questa categoria significa considerare la loro come una cittadinanza di serie B e inasprire così le divisioni all’interno del Paese in un momento in cui la pace sociale è già messa a dura prova dall’esasperazione mediatica e politica del conflitto tra “francesi repubblicani” e “integralisti musulmani”.
D’altro canto c’è chi pone il problema della violazione del principio di uguaglianza tra cittadini francesi dalla nascita proponendo però una soluzione alternativa  che contempli anche la decadenza: l’estensione della sanzione dell’“indegnità nazionale” anche ai cittadini francesi che non abbiano una seconda nazionalità; provvedimento, questo, che non sembra avere molte possibilità di superare il vaglio della commissione dal momento che avrebbe per effetto la creazione di apolidi.
Il Consiglio di Stato, nel suo parere obbligatorio reso sul progetto di legge (e pubblicato dal Governo secondo la pratica inaugurata dalla Presidenza Hollande), aveva sottolineato l’esigenza di restringere le condizioni di applicazione della sanzione limitandole ai soli crimini più gravi contro la vita della nazione, per non incorrere in una violazione del criterio di proporzionalità, sanzionabile dalle Corti europee. Su tale riserva, esso ha in definitiva ritenuto che la misura della decadenza della nazionalità così come prevista nel progetto sia da ritenersi costituzionalmente e convenzionalmente ammissibile, mentre ha espresso perplessità per un’eventuale estensione della misura nei confronti di tutti i cittadini francesi anche sprovvisti di doppia nazionalità.
Per quanto riguarda invece l’inserimento dello stato di emergenza in Costituzione, anche qui si registra qualche voce critica, invero più tra i costituzionalisti che nell’alveo della politica. È stato infatti osservato che se l’ancoraggio costituzionale permetterebbe di definire condizioni e limiti di applicazione della disciplina, sottraendo alla legge ordinaria una materia così delicata all’eterna ricerca dell’equilibrio tra garanzia delle libertà fondamentali e pubblica sicurezza, d’altro lato sottrarrebbe tali condizioni e limiti al controllo del giudice costituzionale; eventualità, questa, che non può che preoccupare, in particolare davanti ad una revisione costituzionale proposta “di pancia”, in reazione a fatti tragici e scioccanti per la nazione che rischiano di far pendere l’ago della bilancia sulla sola sicurezza, a discapito delle libertà fondamentali.
Il progetto di legge sarà esaminato a febbraio dall’Assemblea nazionale e nella prima metà di marzo dal Senato. Ai sensi dell’articolo 89 della Costituzione, il Presidente Hollande potrà allora, in caso di voto favorevole da parte delle maggioranze di entrambe le camere, evitare il referendum convocando il Parlamento in seduta comune, nel Congresso, il quale dovrà votare il testo con la maggioranza dei tre quinti. La primavera potrà dirci quale sarà la risposta costituzionale della Francia alla minaccia terrorista interna. (Anna Maria Lecis)


GIAPPONE – Approvata legge che consente l’utilizzo delle forze armate all’estero per la prima volta dopo la fine della Seconda guerra mondiale

Il 19 settembre 2015 la Camera dei consiglieri, vale a dire la camera alta del Parlamento nipponico, ha approvato in via definitiva un pacchetto di leggi relative alla sicurezza nazionale e all’utilizzo delle forze di autodifesa (Jietai) all’estero. La nuova normativa, che entrerà in vigore nel marzo 2016, è stata approvata con 148 voti favorevoli e 90 contrari, al termine di un dibattito parlamentare protrattosi per oltre due mesi. Hanno votato a favore del provvedimento il Partito liberaldemocratico e il New Komeito, che detengono la maggioranza in entrambe le Camere, oltre a tre formazioni politiche minori di destra, appartenenti all’opposizione. Contro la nuova legge si è invece schierato il Partito democratico.
Il pacchetto di leggi, che era già stato approvato il 16 luglio precedente dalla Camera dei rappresentanti, trae origine dalla "Cabinet decision” del 1° luglio 2014 con cui il Governo ha adottato una risoluzione relativa alla sicurezza nazionale «per garantire la sopravvivenza del Giappone e la protezione del suo popolo», modificando l’interpretazione consolidata e ultracinquantennale dell’art. 9 della Costituzione, la disposizione costituzionale con la quale il Giappone ha rinunciato non solo al diritto alla guerra, quale diritto sovrano della Nazione, ma anche alla possibilità di avere proprie forze armate (v. Palomar nn. 58-59). La deliberazione del luglio 2014 ha rappresentato una netta presa di distanza dalla dichiarazione in materia di difesa che il Governo giapponese rese alla Dieta il 14 ottobre 1972 e che è stata fatta propria da tutti i governi che si sono da allora succeduti fino al 2012. Nel 1972 il Governo sostenne che la Costituzione non poteva tollerare un esercizio illimitato della legittima difesa e che il diritto di autodifesa sussisteva esclusivamente nell’ipotesi in cui il Giappone stesse subendo un imminente attacco armato illegale al proprio territorio proveniente dall'estero e che esso non potesse essere respinto in altri modi. Questa interpretazione restrittiva non ha comunque impedito al Giappone di partecipare, a partire dagli anni Novanta del secolo scorso, alle missioni di peace keeping delle Nazioni Unite, fornendo un supporto logistico indiretto.
Insediatosi al Governo nel 2012, il premier Shinzo Abe ha da subito manifestato l’intenzione di modificare questa interpretazione dell’art. 9 della Costituzione per permettere al Giappone di assumere un ruolo più incisivo nello scacchiere internazionale: si è quindi giunti alla “Cabinet decision” del 1° luglio 2014. Lo scopo dichiarato del Governo Abe era quello di rafforzare la partnership militare con gli USA nella lotta al terrorismo internazionale. Nonostante le polemiche suscitate, sia in patria che all’estero, in merito alla nuova interpretazione dell’art. 9 della Costituzione, Abe ha vinto nuovamente le elezioni nel dicembre 2014, ottenendo una ampia maggioranza alla Camera dei rappresentanti dove il 25 maggio del 2015 ha presentato il pacchetto di riforme sull’utilizzo dell’apparato militare (rectius di autodifesa), divenute ora legge. Nel presentare il proprio progetto alla Dieta, il governo giapponese ha addotto diverse motivazioni: innanzitutto la necessità di bloccare l’atteggiamento aggressivo del regime nordcoreano che da sempre minaccia di utilizzare armi nucleari contro il Giappone; in secondo luogo la volontà di reagire alle mire espansionistiche della Repubblica popolare cinese sui mari meridionali e orientali (è ancora in corso la disputa sulle Isole Senkaku); la lotta al terrorismo internazionale, soprattutto dopo l’uccisione di due cittadini giapponesi da parte dell’ISIS all’inizio del 2015 e infine il contrasto della pirateria. Quest’ultimo è un fenomeno ampiamente diffuso e mette a rischio il sistema commerciale marittimo oltre all’approvvigionamento di materie prime per la produzione di energia.
In merito alla nuova legge, con una nota ufficiale del novembre 2015, il governo giapponese ha ribadito che le disposizioni normative adottate consentiranno al Giappone di contribuire in modo più attivo al mantenimento della pace e alla stabilità della comunità internazionale senza per questo modificare l'orientamento pacifista della Nazione, consolidatosi negli ultimi 70 anni.  A tal proposito, è stato precisato che le nuove norme si inseriscono in un quadro di rafforzamento strategico dell’alleanza con gli Stati Uniti e che esse dovrebbero contribuire alla stabilità dell’area del Pacifico. Quest’ultimo scopo pare però che non sia stato raggiunto, viste le forti proteste provenienti sia dalla Cina sia da altri stati confinanti  in merito proprio alla nuova legge.
Esaminando il contenuto della riforma, sono molte le novità: infatti, a partire dal marzo 2016, le forze di autodifesa giapponesi potranno fornire tra l’altro supporto logistico ad eserciti alleati impegnati in operazioni all’estero che siano ritenute di interesse nazionale per il Giappone. Questo potrebbe avvenire, ad esempio, nel caso di un conflitto nella penisola coreana: in tal caso, le forze di autodifesa giapponesi potrebbero fornire munizioni, carburante, nonché servizi logistici ad alleati come gli Stati Uniti e la Corea del Sud. Con la nuova legge, sarà inoltre consentito alle forze di autodifesa intercettare ed abbattere missili balistici diretti verso gli Stati Uniti o altri paesi alleati, mentre finora – in linea teorica – queste potevano distruggere missili diretti esclusivamente contro il Giappone; partecipare più incisivamente a missioni di pace sotto l’egida dell’ONU e impegnarsi in missioni di combattimento per salvare ostaggi giapponesi. Pur consentendo una limitata partecipazione ad operazioni di sicurezza all’estero, le nuove disposizioni conservano quindi un atteggiamento esclusivamente difensivo, soprattutto per quanto riguarda la nuova minaccia rappresentata da eventuali attacchi terroristici non convenzionali. Le nuove norme stabiliscono inoltre la necessità del consenso da parte della Dieta all’impiego e all’eventuale invio delle forze di autodifesa all’estero; si specifica però che queste potrebbero essere mobilitate senza il previo consenso della Dieta in situazioni di emergenza, ma in tal caso questa dovrebbe esprimersi immediatamente dopo. In questo modo, viene salvaguardato il principio del controllo democratico sulle forze armate. La legge disciplina inoltre l’invio di unità militari all'estero in situazioni in cui ci siano minacce alla pace che possano avere un’«importante influenza sulla pace e la sicurezza del Giappone». Tuttavia, in queste situazioni, il ruolo della Jietai sarà limitato solo a varie attività di supporto come ad esempio le operazioni di ricerca e salvataggio, quelle di ispezione di mercantili e in altre attività non da combattimento in cui l'uso delle armi sarà consentito solo per scopi di difesa personale. La nuova normativa precisa infatti che l'uso delle armi da parte delle truppe coinvolte in attività di supporto all'estero sarà consentito solo per proteggere gli stessi militari ovvero altro personale sotto il loro controllo. Quanto alle attività di supporto logistico all’estero nell’ambito di operazioni di pace disposte dalle Nazioni Unite, le forze di autodifesa potranno cooperare nel settore delle forniture, dei trasporti; organizzare le cure mediche, gestire le comunicazioni, le attività aeroportuali e portuali. Non potranno però impegnarsi in tali attività all'interno di zone di combattimento: pertanto se le zone in cui sono acquartierate diventano un teatro di guerra o si ritiene probabile che possano diventarlo, le operazioni di supporto devono essere sospese e il Ministro della Difesa ha la facoltà di dichiarare concluse le operazioni stesse. La nuova normativa consente infine di usare le armi per proteggere le popolazioni locali che risiedono nelle zone a rischio. Inoltre, le Forze di autodifesa potranno salvare cittadini giapponesi che si trovino in zone di guerra, purché vi sia il consenso dello Stato in cui questi si trovino. Questa disposizione è stata introdotta dopo l’enorme scalpore che ha fatto la decapitazione di due connazionali in Medio Oriente all’inizio del 2015.
Sulla nuova normativa occorre ricordare che non si sono ancora placate le polemiche e le proteste sia da parte dell’opinione pubblica che – secondo diversi sondaggi – è contraria alle nuove disposizioni, sia da parte degli Stati vicini come la Cina e perfino da alleati come la Corea del Sud. Ha ricevuto invece il plauso da parte degli Stati Uniti che sperano che il Giappone possa assumere un ruolo più attivo nei nuovi equilibri geopolitici riguardanti l’Estremo Oriente sì da contenere il ruolo di sempre maggior potenza assunto dalla Repubblica Popolare Cinese.
Resta sullo sfondo la volontà del premier Abe di modificare direttamente l’art. 9, c. 2 della Costituzione proprio per evitare che la nuova normativa sulla sicurezza possa essere dichiarata incostituzionale. La strada per una revisione costituzionale è però molto complessa giacché dovrebbe essere approvata a maggioranza dei due terzi da entrambi i rami della Dieta e successivamente essere sottoposta a referendum confermativo. Al momento ciò non è ipotizzabile poiché Abe non dispone della maggioranza sufficiente alla Camera dei rappresentanti che, comunque, verrà rinnovata per metà nel 2016. (Giacomo Mannocci)


KENYA – La High Court emette una storica sentenza in materia di accesso alle cure sanitarie

Il 17 settembre l’High Court ha emesso una sentenza destinata a rappresentare un landmark case in materia di diritto alle cure sanitarie.
La Corte, adita dal Center for Reproductive Rights, una ong che promuove i diritti delle donne e porta avanti cause di interesse pubblico, ha infatti dichiarato incostituzionale il trattamento riservato alle gestanti incapienti negli ospedali pubblici. Le donne che non potevano saldare il conto per le cure erano infatti trattenute nelle strutture sanitarie in condizioni che sono state dichiarate, dal giudice keniota, inumani e degradanti, finché non pagavano o non ne veniva accertata l’insolvenza.
La Corte ha riscontrato numerose violazioni di diritti fondamentali, quali: la libertà di movimento, il diritto alla salute, il principio di dignità umana e quello di non discriminazione.
Il giudice ha quindi chiesto al Governo a sviluppare linee guida e procedure per colmare le lacune del sistema ospedaliero locale e ad approvare leggi e provvedimenti volti ad eradicare la pratica di detenzione forzata nelle strutture mediche pubbliche. Infine, la Corte ha disposto un cospicuo risarcimento dei danni per le donne che hanno subito il trattamento dichiarato incostituzionale.
La sentenza, ricca di riferimenti al diritto comparato, rappresenta dunque per il Paese una svolta storica in materia di diritti sociali. (Tania Abbiate)


KOSOVO − Creato un tribunale speciale competente a giudicare i crimini di guerra commessi durante la guerra civile

Il Presidente della Repubblica ha promulgato, il 20 agosto 2015, la legge n. 05/L-053, approvata dal Parlamento il 3 agosto 2015, che crea la Specialists Chamber, un tribunale speciale competente a conoscere dei crimini di guerra commessi durante la guerra civile.
In particolare, l’art. 1, c. 2 afferma che la creazione del tribunale speciale costituisce adempimento degli impegni internazionali assunti dal Paese con la legge n. 04/L-274, che ha ratificato l’accordo tra Kosovo ed Unione europea di estensione della missione Eulex al territorio del Kosovo stesso.
La missione European Union Rule of Law Mission in Kosovo (Eulex) è stata approvata dall’Unione europea il 16 febbraio 2008: essa consiste nell’invio in Kosovo di circa 2000 persone con l’obiettivo di aiutare il Kosovo
dichiaratosi stato indipendente il 17 febbraio 2008 a dotarsi di strutture istituzionali proprie di uno stato di diritto, con particolare riferimento alla tutela delle diverse etnie presenti nel Paese ed alla garanzia dell’indipendenza della magistratura. La missione è destinata a durare fino al pieno raggiungimento degli obiettivi.
L’art. 2 afferma che qualsiasi limitazione dei diritti e delle libertà fondamentali è stata decisa nel pieno rispetto dell’art. 55 della Costituzione, che stabilisce i parametri per introdurre limitazioni di tali diritti e libertà, imponendo − tra gli altri − la garanzia della riserva di legge, la necessarietà della limitazione in una società libera e democratica e l’intangibilità del nucleo essenziale del diritto limitato.
L’art. 6 elenca i crimini sui quali ha giurisdizione il tribunale speciale, l’art. 7 individua la competenza temporale (che copre i reati commessi tra il 1° gennaio 1998 ed il 31 dicembre 2000), l’art. 8 individua l’estensione territoriale della giurisdizione (che riguarda i reati commessi in tutto o in parte in Kosovo), l’art. 9 individua la giurisdizione ratione personae, mentre l’art. 10 disciplina l’ipotesi di giurisdizione concorrente tra tribunale speciale e tribunali ordinari sancendo la primazia del primo.
Giova inoltre ricordare che l’art. 17 richiama il principio del ne bis in idem, riconosciuto dall’art. 34 della Costituzione; mentre l’art. 18 dispone che l’amnistia prevista dall’art. 65, c. 15 della Costituzione non ha effetto sulla giurisdizione del tribunale, proprio in virtù della natura di crimini contro l’umanità dei reati di competenza del tribunale stesso.
Viene infine stabilito che i giudici ed i procuratori del tribunale possano essere persone di nazionalità non kosovara, al fine di garantire l’indipendenza del tribunale stesso.
La scelta del Parlamento si segnala per essere un coraggioso tentativo di fare luce su un passato ancora gravato da molte ombre. (Andrea Perelli)


MADAGASCAR – L’Haute Cour Constitutionelle respinge un ricorso volto ad ottenere l’interpretazione autentica di una sua pronuncia sull’impeachment presidenziale

La décision n. 30-HCC/D3 dell’Haute Cour Constitutionelle si iscrive nel clima di gravissimo scontro istituzionale, che ha portato, nel giugno scorso, all’impeachment del Presidente della Repubblica e alla sentenza (décision n. 24-HCC/D3 del 12 giugno 2015), con la quale la stessa Corte ha respinto, per infondatezza, tutti i capi d’accusa (v. Palomar n. 62).

In seguito alla pubblicazione della sentenza, la Corte è stata adita da alcuni deputati della minoranza parlamentare che volevano ottenere l’interpretazione autentica di un “articolo” – il quinto – di quella pronuncia.
Gli “articoli”, si badi, costituiscono, nelle sentenze del giudice costituzionale del Paese, il dispositivo di ogni sentenza e si collocano al termine della parte motivazionale, seguendo la classica struttura sillogistica del decisum.
Nel caso specifico, l’articolo 5 della sentenza del 12 giugno 2015 stabiliva che: «le istituzioni della Repubblica agiscono in favore di un patto di responsabilità, garante di un buon funzionamento dello Stato, nel quadro della Costituzione in vigore».
La richiesta di interpretazione autentica, depositata il 16 settembre presso la cancelleria della Corte, non faceva riferimento ad alcuna norma costituzionale ed era senza precedenti nella (pur breve) storia di questa istituzione. La Corte l’ha giudicata irricevibile in quanto, secondo il testo costituzionale, da un lato, i deputati stessi non avevano alcuna legittimazione ad adire la Corte e, dall’altro, lo stesso giudice non ha neppure il compito di rendere una interpretazione autentica dei propri precedenti.
Del resto, ai sensi degli artt. 117 e 118 della Costituzione, le istituzioni e gli organi autorizzati a ricorrere all’Haute Cour Constitutionnelle, al fine del controllo di costituzionalità, sono solo il Presidente della Repubblica, i vertici degli organi previsti dalla Costituzione (Chef d’Institution), un quarto dei membri dell’Assemblea nazionale o del Senato, gli organi delle collettività territoriali decentrate, l’Alto Consiglio per la difesa della democrazia e dello Stato di diritto. Secondo l’articolo 119 della Costituzione, poi, sono legittimati a presentare all’Haute Cour Constitutionnelle la richiesta di un parere sulla costituzionalità di tutti i progetti legislativi o sull’interpretazione di una disposizione costituzionale solo i vertici degli organi costituzionali e gli organi delle collettività territoriali decentrate.
La Corte, inoltre, ha sottolineato che «(…) secondo lo stesso articolo 119 precitato, il potere d’interpretazione dell’Haute Cour Constitutionelle è strettamente limitato alle disposizioni della Costituzione; che nessun articolo della Costituzione le consente il potere d’interpretare le proprie decisioni (…) e che la Costituzione non contiene alcuna clausola generale di competenza che incarichi la Corte di risolvere le difficoltà di interpretazione delle sue decisioni e dei suoi pareri». (Francesco Campodonico)


MESSICO – Modificati due articoli della Costituzione federale

Il Parlamento messicano ha recentemente approvato due decreti di modifica della Costituzione.
Con decreto del 10 luglio è stata modificata la lettera a) della sezione XXI dell’art. 73 della Costituzione con la previsione di un espresso riconoscimento al Parlamento federale del potere di fissare i requisiti minimi delle fattispecie penali e delle correlate sanzioni in materia di sequestro, sparizione forzata ed altre forme di privazione della libertà personale. Le leggi che verranno adottate dal Congresso non avranno efficacia retroattiva e riguarderanno i soli reati commessi successivamente all’entrata in vigore della riforma.
Con decreto del 2 luglio è stato modificato l’art. 18 della Costituzione riconoscendo alla Federazione ed agli Stati federati nell’ambito delle rispettive competenze di adottare un sistema integrato di giustizia rivolto agli adolescenti, giovani di età tra i 12 e i 18 anni, che compiano un fatto costituente reato, prevedendo forme alternative alla detenzione come l’affidamento in prova ai servizi sociali in considerazione del fatto che si tratta di soggetti ancora in fase di sviluppo. In quest’ottica la detenzione dovrà essere adottata come forma estrema di punizione per i soggetti di età superiore a 14 anni ed in ogni caso si potrà fare ricorso a questa sanzione solo per il tempo strettamente necessario. (Cristina Ottonello)


NEPAL – Approvata e promulgata la nuova Costituzione

Il 16 settembre 2015 l’Assemblea costituente del Nepal ha approvato la nuova Costituzione del Paese, che sostituisce la precedente Costituzione ad interim introdotta nel 2007 (v. Palomar n. 28). La Carta è stata poi promulgata, il 20 settembre, dal Presidente Ram Baran Yadav.
L’approvazione della nuova Carta fondamentale pone fine alla lunga fase di instabilità politica ed istituzionale apertasi dalla fine degli anni Novanta. A partire dal 1996, infatti, il Nepal fu sconvolto per un decennio da una sanguinosa guerra civile, proclamata dai ribelli maoisti contro il Governo del Paese (v. Palomar n. 8), a seguito del diniego alla partecipazione del neonato Partito maoista alle elezioni.
Nel 2005, il sovrano dell’epoca, Gyanendra (salito al trono nel 2004 dopo l’assassinio, in circostanze poco chiare, del fratello Birendra e della sua famiglia da parte del principe ereditario Dipendra), decise di destituire il Governo in carica, assumendo direttamente il potere esecutivo: ciò provocò nel Paese un nuovo, ampio movimento di protesta che coinvolse centinaia di migliaia di nepalesi con l’obiettivo di abolire la monarchia e stabilire una effettiva democrazia.
Dopo la rinuncia del sovrano al potere assoluto, i sette partiti di opposizione designarono un nuovo Primo ministro e il 30 aprile 2006 tornò a riunirsi, per la prima volta dal 2002, il Parlamento che approvò all’unanimità la proposta dell’elezione di una Assemblea costituente (v. Palomar n. 26).
Le elezioni della prima Assemblea Costituente si tennero (dopo due rinvii) il 10 aprile 2008. L’Assemblea, formata da 601 membri, aveva il compito di redigere la nuova Costituzione e, al contempo, di svolgere la funzione di Parlamento provvisorio per un periodo prefissato di due anni. Alla prima seduta, il 28 maggio 2008, venne proclamata la Repubblica federale del Nepal (v. Palomar n. 33).  Tuttavia, la prima Assemblea costituente non riuscì a raggiungere l’obiettivo di approvare una nuova Costituzione nel termine stabilito, nonostante questo fosse stato prorogato più volte (v. Palomar n. 50).
Il 19 novembre 2013 (anche in questo caso dopo numerosi rinvii) si tennero le elezioni della nuova Assemblea costituente (v. Palomar nn. 56-57), formata da un numero di membri uguale alla precedente e con le medesime funzioni, che è riuscita nell’arco di meno di due anni a redigere il nuovo testo costituzionale. 
Per quanto concerne il contenuto della nuova Carta fondamentale, viene ribadita innanzitutto la forma repubblicana, già proclamata formalmente nel 2008. Si tratta, come già detto, di una repubblica federale. Il Nepal, infatti, viene diviso in sette Province. La ragione di questa scelta risiede nella particolare frammentazione del Paese caratterizzato da una accentuata conflittualità interna (tra caste, tra etnie, tra tradizioni linguistiche, tra popolazioni delle regioni montuose e quelle delle pianure). La Costituzione non attribuisce un nome alle sette Province, che provvederanno autonomamente mediante le proprie assemblee legislative una volta costituite. Ogni Provincia sarà dotata di un parlamento unicamerale (l’Assemblea provinciale) di durata quinquennale, mentre il potere esecutivo sarà affidato ad un Consiglio dei ministri provinciale guidato da un Primo ministro nominato dal Presidente della Provincia. Quest’ultimo è il rappresentante dello Stato federale a livello locale ed è nominato dal Presidente della Repubblica.
La forma di governo delineata dalla nuova Costituzione è di tipo parlamentare, in un sistema definito come plurale, multipartitico e competitivo (cfr. art. 74 Cost.).
Al vertice delle istituzioni si pone il Presidente della Repubblica, che dura in carica cinque anni: è il capo dello Stato, promuove l’unità dello Stato e difende la Costituzione. Viene eletto da un collegio composto dai membri del Parlamento federale e da quelli delle assemblee legislative provinciali. Al Presidente è affiancato un Vice Presidente (art. 67 Cost.).
Il potere esecutivo è invece esercitato dal Consiglio dei ministri (art. 75 ss. Cost.). Il Presidente del Consiglio dei ministri è nominato dal Presidente della Repubblica e, di norma, si tratta del leader del partito che ottiene la maggioranza nella Camera dei rappresentanti (la Camera bassa). Il Presidente provvede anche, su proposta del Primo ministro, a nominare i ministri, che, per espressa previsione costituzionale, non possono essere in numero superiore a 25.
Il Governo deve poi ottenere entro 30 giorni la fiducia dalla Camera dei rappresentanti.
Il potere legislativo (art. 83 ss. Cost.) è assegnato a un Parlamento bicamerale composto dalla Camera dei rappresentanti (che, come si è visto, è l’unica titolare del rapporto fiduciario con il Governo) e dalla Assemblea nazionale. La prima, la cui legislatura ha durata quinquennale, è composta da 275 membri, dei quali 165 eletti con metodo uninominale maggioritario (first-past-the-post) e i restanti 110 con il metodo proporzionale. La seconda è invece composta da 59 membri, dei quali 56 eletti da un collegio elettorale che ricomprende i membri delle assemblee legislative provinciali, i presidenti e i vice presidenti dei Consigli di villaggio, e i sindaci e vice sindaci dei Consigli municipali. I restanti tre membri sono invece nominati dal Presidente della Repubblica su proposta del Governo.
La nuova Costituzione, inoltre, introduce i principi della laicità e della inclusività.
Per ciò che riguarda la laicità, il Nepal passa da essere uno Stato induista ad una repubblica laica, laddove per laicità viene intesa la libertà religiosa e culturale, sebbene sia mantenuta una particolare attenzione alla tradizioni culturali e religiose storicamente predominanti (si preserva, ad esempio, la previsione per cui la vacca – animale sacro per l’induismo – rappresenta l’animale ufficiale dello Stato del Nepal).
Con riferimento al principio di inclusività, la Costituzione riconosce ampia protezione alle minoranze culturali, religiose, linguistiche e di genere presenti all’interno dello Stato. La stessa previsione, a cui si è accennato in precedenza, dell’inserimento del sistema elettorale proporzionale per l’elezione di parte dei membri della Camera dei rappresentanti è finalizzato proprio a garantire ulteriormente tale principio, anche dal punto di vista dei diritti politici e della rappresentanza democratica.  (Andrea Macchiavello)


PAKISTAN – La Corte suprema rigetta il ricorso proposto contro il ventunesimo emendamento alla Costituzione

Con sentenza del 5 agosto 2015 la Corte suprema del Pakistan, ha rigettato le questioni, sollevate ai sensi dell’art. 184, c. 3 della Costituzione, riguardanti il ventunesimo emendamento alla Costituzione, approvato nel gennaio 2015 e concernente l’istituzione di speciali Corti militari per i processi legati al terrorismo (vedi Palomar n. 61).
Il collegio, formato da 17 giudici, ha respinto la questione con undici voti contro sei. La domanda era stata presentata da alcune organizzazioni di categoria dell’avvocatura pakistana, le quali ritenevano che la creazione di corti speciali di natura militare, oltre a porsi in contrasto con il dettato costituzionale, avrebbe rappresentato una mancanza di fiducia nella giustizia ordinaria e una violazione dei diritti umani fondamentali.
Nella lunga sentenza che definisce il giudizio, viene sostenuta la tesi secondo cui la Corte suprema del Pakistan non è dotata del potere di annullare un emendamento alla Costituzione, anche qualora esso sia in contrasto con i diritti umani. Essa mantiene, tuttavia, il potere di riesaminare i giudizi svoltisi innanzi le Corti militari. (Andrea Macchiavello)


PERÙ – Il Governo adotta nuove misure in materia di lotta al terrorismo

Con le leggi nn. 30335 e 30336 il Congresso ha delegato il Governo a legiferare in materia di lotta alla delinquenza e alla criminalità organizzata: l’Esecutivo, in data 25 settembre 2015, ha così adottato il decreto legislativo n. 1233 sul reato di conspiración para el delito de terrorismo.
Il decreto contiene un unico articolo, l'art. 1, il quale viene incorporato nel decreto legge n. 25475 (che prevede le pene per i reati connessi al terrorismo), al fine di regolare una autonoma fattispecie di reato. Ai sensi dell'art. 1, è punito con la reclusione dai 15 ai 20 anni chi commetta il reato di conspiración, da intendersi quale condotta volta alla promozione o al favoreggiamento del reato di terrorismo in qualunque sua forma.
La generica e sintetica formulazione della norma, ad opinione della dottrina penalistica, violerebbe il principio di legalità e, in particolare, non soltanto non preciserebbe gli elementi della condotta penalmente rilevante, per la quale è prevista una considerevole restrizione della libertà, ma affiderebbe totalmente al giudice il compito di individuare e ricostruire concretamente la fattispecie. Si attendono pertanto le prime pronunce giurisprudenziali per valutare l’effettivo e concreto funzionamento della nuova fattispecie. (Diego Serra)


REPUBBLICA CENTRAFRICANA – Adottata la nuova Costituzione

Il Consiglio di transizione nazionale (CNT) della Repubblica Centrafricana – organo istituito a partire dal 2003 con l’incarico di guidare il Paese verso l’adozione di una nuova Costituzione e, quindi, verso libere elezioni – il 31 agosto 2015, ha adottato una nuova Costituzione, che dovrebbe porre le basi per la stabilizzazione della situazione politica nel Paese, afflitto da anni di guerra civile (v. Palomar n. 62).
Il testo approvato dal CNT dovrà essere sottoposto a referendum; solo in seguito all’approvazione popolare, quindi, si potrà procedere alle elezioni volte alla formazione del nuovo Parlamento e del nuovo governo. 
La nuova Costituzione stabilisce una forma di governo semipresidenziale: il Presidente della Repubblica, infatti, sarà eletto direttamente dal popolo a suffragio universale e diretto. Egli, quindi, nominerà un Primo ministro, il quale avrà il compito di presiedere il Governo e sarà responsabile davanti all’Assemblea nazionale.
All’esito di un lungo dibattito in seno al Consiglio di transizione nazionale, i costituenti hanno optato per un Parlamento bicamerale, composto dall’Assemblea nazionale e dal Senato. Quest’ultimo, in particolare, sarà composto dai rappresentanti delle autonomie territoriali e dovrà fungere da raccordo tra le amministrazioni periferiche e le istituzioni di Bangui. (Francesco Gallarati)


SEYCHELLES – La Corte costituzionale dichiara l'incostituzionalità di alcuni articoli della legge sull'ordine pubblico

Il 7 luglio 2015, la Corte costituzionale delle Seychelles ha dichiarato incostituzionali alcune disposizioni della legge sull'ordine pubblico del 2013.
La prima questione di legittimità costituzionale era stata sollevata dal Partito Nazionale delle Seychelles (SNP) e dal Partito Unito delle Seychelles (SUP) unitamente ad un organismo rappresentante la società civile (CDW). Questi soggetti consideravano incostituzionali l’art. 3 cc. 1 e 2 riguardanti l'applicazione del diritto da parte del Ministero dell'interno; gli artt. 6 e 8 concernenti le riunioni pubbliche ed i cortei che devono ottenere l'approvazione da parte del commissario di polizia; l’art. 11 inerente all'attribuzione al commissario stesso del potere di annullamento di una riunione; l’art. 12 che consentiva la creazione di una commissione volta a conoscere e decidere sui ricorsi presentati in caso di mancata concessione dei permessi da parte del commissario; l’art. 24 che attribuiva il c.d. “potere di coprifuoco”; l’art. 29 che attribuiva poteri speciali di sequestro alla polizia ed ad altri organi investigativi. Inoltre, Viral Dhanjee, già candidato alla presidenza nel 2011, aveva sostenuto l'incostituzionalità dell'intera legge poiché contrastava con la Carta costituzionale sotto molteplici aspetti.
I giudici hanno dichiarato l'incostituzionalità e la nullità di ben 19 disposizioni della normativa sulle 36 impugnate. Tra le disposizioni dichiarate incostituzionali merita segnalare quella concernente la sottomissione del commissario di polizia alle direttive generali o speciali del Ministro degli interni, quella che regola le riunioni pubbliche, i cortei e le manifestazioni, quella che permette il sequestro delle telecamere che filmano le attività delle forze dell'ordine. (Ilenia Siccardi)


SPAGNA – Il Tribunal Constitucional nega l’amparo a due uomini condannati per aver bruciato una foto del re

Il Tribunale Costituzionale spagnolo lo scorso 22 luglio, con la sentenza n. 177/2015 ha negato l’amparo a due uomini condannati nel 2008 per il reato di ingiuria nei confronti della Corona, ex art. 490.3 del codice penale spagnolo. 
I fatti che hanno preceduto la condanna risalgono al 13 settembre 2007 e possono essere così riassunti. Poco dopo il termine di una manifestazione pubblica di dissenso motivata dalla visita dei reali a Girona (città catalana a nord di Barcellona), due uomini con il volto coperto – presenti in un assembramento presso una piazza della medesima città – avevano bruciato una foto dell’allora Sovrano Juan Carlos e della sua consorte Sofia. Gli autori del gesto furono inizialmente condannati a quindici mesi di detenzione, poi commutati in una multa. La decisione è stata comunque impugnata dagli interessati che hanno lamentato la violazione delle loro libertà di espressione e di coscienza (rispettivamente protetti dagli artt. 20.1.a e 16.1 della Costituzione).
Nel motivare la decisione di rigetto, il Tribunale ha compiuto un’ampia ricostruzione della propria giurisprudenza e di quella della Corte europea dei diritti dell’uomo in materia di libertà di espressione e di coscienza, evidenziando quanto queste costituiscano uno dei pilastri della democrazia, specie quando coinvolgono la dimensione istituzionale dello Stato, e che pertanto lo scambio di idee e opinioni – anche qualora controverse – vada garantito nel modo più ampio. Similmente, la libertà di opinione va garantita anche qualora sia caratterizzata da una critica aspra, che infastidisce o fa adirare il destinatario della stessa, giacché questo è necessario per mantenere il pluralismo e un clima di tolleranza. Tuttavia anche la libertà di espressione può essere soggetta a limitazioni, giacché – a giudizio dei giudici spagnoli – il semplice fatto di esprimere un’opinione non implica necessariamente che si abbia diritto alla garanzia prevista dall’art. 20 della Costituzione, specie laddove venga in essere un comportamento offensivo, che lede la dignità e l’onore altrui, o che incita all’intolleranza.
Nel caso di specie, i giudici costituzionali spagnoli si sono trovati a dover stabilire se l’atto di bruciare una foto dei reali dovesse essere considerato come una manifestazione impropria della libertà di espressione oppure no. Nel dirimere la questione, in primo luogo è stato ricordato che il legislatore penale riconosce una protezione rinforzata alla Corona (includendo onore e dignità del monarca), così come ad altre figure istituzionali, al fine di proteggere lo Stato costituzionale stesso. In secondo luogo è stato osservato che bruciare un’immagine costituisce un’azione dotata di un forte valore simbolico e comunicativo, idoneo a manifestare in modo chiaro e immediato una determinata opinione. Il Tribunal ha ritenuto che la libertà di coscienza dovesse essere considerata assorbita dalla libertà di espressione, poiché l’esercizio di quest’ultima era funzionale alla manifestazione di una determinata opinione politica. I giudici costituzionali hanno poi reputato che l’atto di bruciare una foto – peraltro realizzato da due persone a volto coperto, poi scappate fra la folla – abbia un forte significato distruttivo, idoneo a incrementare un clima di tensione, di rifiuto del dialogo politico e di propensione ad azioni di dissenso violente e che pertanto esso vada ricondotto a quelle ipotesi illegittime di manifestazione delle opinioni. Insomma, bruciare una foto dei monarchi di Spagna comporterebbe un’azione non solo offensiva, ma anche idonea a incitare all’odio. È stato poi aggiunto che l’impropria manifestazione delle idee politiche dei due rei vada contrapposta al legittimo esercizio della libertà di espressione realizzato con il corteo antimonarchico tenutosi poco prima a Girona. Inoltre, i giudici hanno ritenuto che dare fuoco a una foto corrisponda ad un gesto che, seppur dotato di un chiaro potere simbolico, non possa essere ricondotto alla manifestazione di un vero e proprio ‘pensiero’, complesso e articolato, ma solo a un gesto altamente offensivo, diretto a incitare all’odio. Infine, il Tribunale ha affermato che la sanzione penale non aveva determinato una violazione della libertà di coscienza dei ricorrenti essendo stata comminata per punire una determinata azione, ma non l’idea politica che aveva spinto i due uomini ad agire.
La decisione ha visto le opinioni dissenzienti da parte di tre giudici e, a una di esse, ha aderito un altro membro del Tribunal.
Il giudice Adela Asua Batarrita ha manifestato un’opinione parzialmente dissenziente a cui ha aderito anche il giudice Fernando Valdés Dal-Ré. In essa si sostiene che le libertà di espressione e di opinione devono godere della maggiore tutela possibile, trattandosi di una sorta di cartina al tornasole della solidità del sistema democratico e di protezione dei diritti fondamentali di un determinato ordinamento. Tali garanzie devono – inoltre – essere massime, o addirittura prive di limitazioni, qualora corrispondano alla manifestazione di idee (o critiche) di natura politica. Ha precisato poi che, a suo giudizio, la vicenda in esame avrebbe dovuto essere inquadrata solo nell’ambito delle libertà di espressione e coscienza, mentre non è corretto ricondurre la stessa ai c.d. ‘discorsi dell’odio’, giacché questi ultimi concernono forme di discriminazione e disprezzo verso intere categorie di soggetti (come gruppi etnici o minoranze) e, pertanto, una manifestazione di dissenso nei confronti dei monarchi non può essere fatta rientrare in questa categoria giuridica.
La giudice Encarnación Roca Trias, invece, si è detta in disaccordo con la decisione della maggioranza della Corte di considerare la libertà di coscienza assorbita dalla libertà di espressione e, anzi, ha ritenuto che sarebbe stato opportuno inquadrare l’intera vicenda solo come una manifestazione della libertà di coscienza. In quanto tale, sarebbe stato opportuno riconoscere l’amparo ai ricorrenti, dato che l’unico limite costituzionale a detta libertà è dato dal rispetto dell’ordine pubblico e che, qualora quest’ultima corrisponda all’estrinsecazione di un’opinione, i limiti imposti debbano essere minimi.
L’ultima opinione dissenziente è del giudice Juan Antonio Xiol Rios che, come la collega Asua Batarrita, ha ritenuto impropria l’inclusione della fattispecie nella categoria dei discorsi dell’odio. Questi ultimi, infatti, presentano due tratti distintivi, cioè l’incitazione diretta alla violenza e l’avere  come oggetto dell’odio tutti i cittadini in generale o specifiche categorie di persone; in aggiunta, anche la Corte europea dei diritti dell’uomo ha sempre negato che espressioni di violenza dirette contro soggetti singoli potessero essere qualificate come discorsi dell’odio. Il giudice ha contestato anche la ricostruzione degli elementi di fatto e ha ritenuto che seppure sia vero che il rogo di una foto rei reali costituisca un’azione negativa e dal forte significato simbolico, tuttavia tale azione non può essere ritenuta equivalente a un’incitazione alla violenza. Il giudice ha sostenuto poi che la decisione di incriminare i due manifestanti sia stata legata non tanto alla natura intrinseca delle loro azioni, quando al valore che le istituzioni hanno attribuito a queste ultime. Ha inoltre osservato che, a suo giudizio, l’amparo andasse concesso in virtù di una violazione di entrambe le libertà dedotte, poiché – specie qualora le libertà di coscienza e di espressione siano riconducibili a opinioni di natura politica – la protezione offerta dalla Costituzione deve essere massima, avendo come unico limite l’espressa incitazione alla violenza e all’odio. (Elena Sorda)


STATI UNITI In Wisconsin vengono introdotte limitazioni al diritto all’aborto; in North Dakota vengono rimosse

Il 20 luglio 2015 grazie alla promulgazione del Governatore del Wisconsin Scott Walker, il Pain-Capable Unborn Child Protection Act è divenuto legge. Come si può dedurre dalla denominazione dell’atto legislativo, la ratio della norma è quella di impedire alle donne in stato di gravidanza di procedere ad un aborto che potrebbe causare un dolore fisico al feto, il quale a partire appunto dal quinto mese di gravidanza, sarebbe in grado di percepire il dolore. Precedentemente, nel marzo di quest’anno, anche in West Virginia è stato introdotto il divieto di aborto decorse venti settimane dal momento del concepimento.
In seguito all’entrata in vigore della legge, si sono però levate numerose proteste da parte di quanti ritengono che la disposizione si risolva in un’intollerabile limitazione del diritto alla salute della donna.
La questione, nonostante l’entrata in vigore della legge, è ben lontana dal potersi dire chiusa. Il diritto all’aborto, infatti, è uno dei temi più discussi nel dibattito politico statunitense e si possono rintracciare numerosi segnali che indicano che la questione potrebbe, in tempi relativamente rapidi, giungere nuovamente di fronte alla Corte suprema. Innanzitutto, il fatto che il diritto all’aborto coinvolga due diritti fondamentali: da una parte il diritto alla salute della donna, dall’altra il diritto alla vita del nascituro; diritto, questo, la cui tutela si pone come uno dei principali nodi problematici delle questioni legate al biodiritto e che, dunque, attende di essere definito nei suoi contorni fondamentali. In secondo luogo la stessa Corte suprema nel caso Gonzales v. Carhart del 2007, aveva segnalato, sia pure timidamente, la necessità di tornare a definire gli standard costituzionali per la limitazione del diritto all’aborto.
Da ultimo, il 22 luglio 2015, la Corte di appello federale per l’ottavo circuito ha dichiarato incostituzionale lo Human Heartbeat Protection Act, una legge, emanata nel 2013 in North Dakota, che rendeva estremamente difficile il ricorso all’aborto nel territorio dello Stato.
La norma chiave del testo di legge criminalizzava, equiparandola ad una Class C felony, ossia la classe di reati di più rilevante gravità contemplata dalle norme penali del North Dakota, la condotta del dottore che avesse dato corso ad una procedura abortiva in presenza di un “detectable hearbeat” del feto.
Il giudizio della Corte di appello verteva appunto su questa norma e ne affermava l’incostituzionalità sulla base della landmark decision della Corte suprema in materia di aborto, ossia la celebre Roe v. Wade, dove si affermava la sussistenza del diritto all’aborto prima che vi siano possibilità di sopravvivenza extrauterina per il feto, un concetto che nel dibattito scientifico e politico statunitense viene espresso con il termine “viability”.
Infatti, nella decisione si sottolinea come sia possibile rilevare attività cardiaca del feto a partire dalla sesta settimana di gravidanza; tuttavia un feto alla sesta settimana di gravidanza non ha pressoché alcuna possibilità di sopravvivenza al di fuori del ventre materno. La norma dello Human Heartbeat Protection Act, ragiona dunque il giudice federale, è incostituzionale in quanto proibisce «pre-viability abortions in a very significant percentage of cases in North Dakota, thereby imposing an undue burden on women seeking to obtain an abortion». Pur dichiarando l’incostituzionalità della norma impugnata, i giudici federali non hanno mancato  di rilevare come la giurisprudenza della Corte suprema in materia di aborto debba essere superata dalla Corte stessa, in quanto sembra non tenere in adeguata considerazione l’interesse degli Stati alla protezione della potential life throughout pregnancy. In particolare, la Corte insiste sul fatto che siano cambiati gli standard di viability in quanto se negli anni settanta (la pronuncia Roe v. Wade è per l’appunto del 1973), un feto era considerato viable a  a partire dalla ventottesima settimana di gravidanza, con le tecnologie oggi a disposizione la soglia della viability si è abbassata a ventiquattro settimane. La concomitanza di interventi legislativi statali e pronunce giurisdizionali federali sulla medesima materia, peraltro in aperto contrasto, rende in definitiva pronosticabile, nonché auspicabile, un intervento della Corte suprema federale.
Nondimeno, appare altrettanto inevitabile che in un prossimo futuro il Congresso degli Stati Uniti intervenga a dettare una normativa di principio circa l’ampiezza delle limitazioni che possono essere imposte sull’esercizio del diritto di aborto. (Marco Antonio Simonelli)


STATI UNITI La Corte suprema statale del Connecticut trasforma in ergastolo le sentenze capitali pendenti

La data del 13 agosto 2015 è destinata ad entrare nella storia costituzionale del Connecticut: la Corte suprema statale ha infatti deciso che la pena di morte non è più coerente con il sistema di giustizia penale del Connecticut e di conseguenza ha ordinato che la sentenza capitale pendente sugli ultimi undici detenuti nei bracci della morte delle prigioni statali debba essere convertita dal giudice a quo con una life sentence senza possibilità di rilascio. La pronuncia costituisce in qualche modo la conclusione di una vicenda che ha avuto inizio nel 2012 quando l’attuale governatore, Dan Malloy, firmò la legge per l’abolizione della pena di morte per i crimini futuri che però non disponeva la commutazione della pena per le sentenze capitali già pronunciate.
La sentenza del massimo organo giurisdizionale è di grande rilevanza anche perché a maggio il legislatore del Nebraska ha abolito la pena di morte solamente per i crimini futuri (v.  Palomar n. 62); non è dunque senza fondamento ritenere che questa sentenza possa essere tenuta in considerazione dai giudici statali dal Nebraska che, verosimilmente, saranno chiamati a breve a pronunciarsi su un’identica questione. (Marco Antonio Simonelli)


STATI UNITI L’area antistante il palazzo della Corte suprema federale non è uno spazio pubblico

Il 28 agosto la Corte di appello per il circuito del District of Columbia ha affermato che lo spiazzo sopraelevato che si trova di fronte al palazzo della Corte suprema federale è un “non public forum” e dunque su questa area possono trovare applicazione leggi che limitino riunioni a manifestazione a contenuto politico.
L’attore nel giudizio, Harold Hodge Jr., lamentava infatti che la norma che limita la libertà di manifestazione nei pressi della Corte suprema, costituisce, per la sua vaghezza e indeterminatezza, una limitazione della free speech clause del primo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti.
La Corte di appello ha però ritenuto che tali restrizioni siano giustificate dall’interesse pubblico a preservare la tranquillità al di fuori dell’edificio e soprattutto di assicurare che la Corte sia immune da pressioni politiche esterne.
La Corte suprema stessa, circa trenta anni addietro, si era pronunciata su un questione simile in Grace v. United States. Allora, i giudici supremi avevano ritenuto, con una maggioranza di 8 a 1, che, in forza del primo emendamento, non si potesse dare corso a restrizioni della libertà di manifestazione del pensiero sui marciapiedi nelle vicinanze della Corte suprema, in quanto, come tutti i marciapiedi, questi erano da ritenersi spazi pubblici.
Sarà dunque interessante vedere se il caso verrà o meno appellato di fronte ai giudici supremi e, soprattutto, l’eventuale decisione di questi ultimi. (Marco Antonio Simonelli)


SUDAFRICA – La Corte costituzionale si pronuncia in materia di finanziamento privato ai partiti politici

Il 30 settembre la Corte costituzionale, con la sentenza My Vote Counts NPC v. Speaker of the National Assembly and Others, decisa con una maggioranza di sette giudici contro quattro, si è pronunciata in materia di finanziamenti privati ai partiti politici.
La pronuncia trae origine dal ricorso presentato dalla ONG My Vote Counts secondo cui la conoscenza delle fonti di finanziamento partitico privato rappresenta un elemento fondamentale per l’esercizio del diritto di voto (art. 19, c. 3 della Costituzione). In particolare l’associazione aveva lamentato la mancata applicazione dell’art. 32, c. 2 della Costituzione che prevede per l’Assemblea legislativa l’obbligo di legiferare in materia di diritto d’accesso alle informazioni. Nelle sue memorie difensive, il Parlamento aveva invece sostenuto di aver già assolto a tale obbligo, tramite l’approvazione del Promotion of Access to Information Act 2 of 2000 (PAIA)
Basandosi sul “principio di sussidiarietà costituzionale” sviluppato dalla Corte, secondo cui non si può invocare la Costituzione per ottenere un riconoscimento di un diritto costituzionale senza aver prima sollevato una questione di costituzionalità sulla legislazione in vigore (par. 53), la Corte costituzionale ha rigettato le argomentazioni della parte attrice, sostenendo che la ONG avrebbe dovuto richiedere il sindacato di costituzionalità sulla normativa in vigore, piuttosto che rivolgersi all’organo giurisdizionale chiedendo l’emanazione da parte del Parlamento di una legge specifica in materia di finanziamenti privati ai partiti politici.
Tale giudizio non è stato tuttavia condiviso da tutti i membri del collegio giudicante, come testimonia l’opinione dissenziente redatta dal giudice Cameron in accordo con altri tre membri della Corte: essi hanno sostenuto che il PAIA risponde solo parzialmente all’obbligo costituzionale di garantire il diritto di voto e il diritto d’accesso alle informazioni circa le fonti di finanziamento, affermando inoltre che il PAIA non rappresenta l’unico strumento legislativo volto a dare applicazione a tale diritto. Di conseguenza, secondo i giudici dissenzienti, non sussiste una legislazione vigente sufficiente per invocare il principio di sussidiarietà costituzionale e il ricorso presentato dalla ONG My Vote Counts avrebbe dovuto essere valutato nel merito. (Tania Abbiate)


TUNISIA – Il Parlamento adotta una controversa legge organica sul terrorismo

In reazione alla recente ondata di attacchi terroristici che ha colpito la Tunisia, il 24 luglio l’Assemblea dei rappresentanti del popolo (ARP) ha approvato la loi organique n. 22/2015 relative à la lutte contre le terrorisme et la répression du blanchiment d’argent.
La normativa modifica la previgente loi n. 75/2003 du 10 décembre 2003, relative au soutien des efforts internationaux de lutte contre le terrorisme et à la répression du blanchiment d'argent, promulgata dall’ex Presidente della Repubblica Zine El-Abidine Ben Ali nell’ambito della lotta internazionale al terrorismo successiva agli attentati dell’11 settembre 2001.
Benché tale modifica fosse auspicata da tempo, la nuova normativa è stata duramente criticata dalle organizzazioni in difesa dei diritti umani.
Le critiche riguardano tanto il procedimento di elaborazione quanto il contenuto della legge.
Circa il primo aspetto, il Parlamento è stato accusato di non aver tenuto in considerazione le raccomandazioni espresse da più voci: numerose ONG hanno infatti criticato il fatto di non essere state udite nel corso del iter legis.
Circa il contenuto della legge, le critiche si sono concentrate in particolare su quattro aspetti: 1) la questione della definizione del crimine di terrorismo; 2) la reintroduzione della pena di morte; 3) l’allungamento del fermo di polizia; 4) l’obbligo da parte dei cittadini di informare le autorità pubbliche, anche in violazione del segreto professionale.
Per quanto riguarda la questione definitoria, la definizione di terrorismo prevista dalla legge in commento non risulta sufficientemente esaustiva. L’art. 13 considera come azione terroristica «l’azione individuale o collettiva destinata a diffondere il terrore tra la popolazione o a costringere uno Stato o un’organizzazione internazionale a fare ciò che non dovrebbe». Tale definizione è integrata dalla specificazione di una molteplicità di azioni che possono essere qualificate come terroristiche (artt. 13 bis-35); tra esse si ricorda in particolare l’omicidio o il ferimento, il compimento di attentati a beni pubblici o privati, le minacce alla sicurezza alimentare e all’ambiente, l’accusa di tafkir (apostasia in arabo), l’incitamento all’odio e alla realizzazione di attentati terroristici. Quest’ultima previsione in particolare è suscettibile di comportare una indebita violazione della libertà di espressione, tutelata dall’art. 31 della Costituzione, nonché da numerose disposizioni internazionali.
Circa la reintroduzione della pena capitale, occorre sottolineare come essa rappresenti un notevole salto indietro nel tempo dal momento che nemmeno la precedente normativa in materia di terrorismo la prevedeva. L’introduzione della pena di morte pone peraltro fine alla moratoria internazionale firmata il 21 dicembre 2012 dal Rappresentante permanente della Tunisia presso le Nazioni Unite. Benché infatti il codice penale tunisino preveda tale sanzione (artt. 7-9), l’ultima esecuzione risale al 9 ottobre 1991 e l’impegno formale assunto nel 2012  si è limitato a formalizzare una situazione più che ventennale.
Circa l’allungamento del fermo di polizia occorre sottolineare che la normativa estende tale misura da 6 a 15 giorni (art. 35). Questa misura comporta una notevole limitazione del diritto di difesa, dal momento che il codice penale tunisino non prevede l’assistenza legale in tale frangente. Tale situazione appare dunque apertamente in contrasto con l’art. 29 della Costituzione che prevede tale diritto, oltre che con la normativa internazionale. Queste critiche si accompagnano a quelle relative alla possibilità per i tribunali di tenere udienze a porte chiuse (art. 69). La normativa prevede inoltre un ampliamento dei poteri di sorveglianza delle forze di sicurezza: il capitolo V è infatti dedicato alle “tecniche speciali di investigazione”, che includono ad esempio le intercettazioni ambientali, la sorveglianza con mezzi audio-visuali e il ricorso ad agenti infiltrati. Inoltre suscita preoccupazione l’art. 68 della legge che conferisce un’immunità agli agenti di pubblica sicurezza nell’esercizio delle loro funzioni, anche nel caso in cui l’esercizio della forza risulti in contrasto con il diritto alla vita.
Per quanto riguarda la questione del mancato rispetto del segreto professionale, occorre sottolineare che la legge prevede l’obbligo di informare le autorità pubbliche di eventuali minacce terroristiche anche per i giornalisti, nei casi in cui le informazioni in loro possesso potrebbero evitare un attentato terroristico (art. 35).
Sebbene la legge preveda una serie di novità particolarmente controverse, essa contiene anche aspetti che sono stati giudicati migliorativi rispetto alla legge del 2003. Essa introduce, ad esempio, un sistema di indennizzi per le vittime degli attentati terroristici, garantendo loro l’accesso gratuito alle cure mediche e all’assistenza legale (art. 75). La normativa dispone inoltre la creazione presso la Presidenza del Consiglio dei ministri di una “Commissione nazionale per la lotta al terrorismo” (Capitolo VI): l’organo – composto da rappresentanti governativi, un giudice istruttore specializzato in materia di terrorismo e alcuni esperti – sarà incaricato di seguire e tenere i rapporti con le agenzie delle Nazioni Unite specializzate in materia di lotta al terrorismo, proporre le misure necessarie in questo campo, esprimersi in materia di atti normativi adottati per contrastare il terrorismo, elaborare uno studio nazionale di diagnosi del fenomeno e coordinare gli sforzi intrapresi dallo Stato (art. 65). Infine, occorre sottolineare che la legge riconosce espressamente il principio di non refoulement (art. 84), secondo il quale è vietato respingere un cittadino di un altro Stato laddove sussiste il rischio che egli incorra in atti di tortura e trattamenti degradanti.
Questo breve richiamo delle principali disposizioni della legge mette dunque in luce la fragilità dell’equilibrio tra la tutela della sicurezza e il rispetto dei diritti umani che caratterizza la nuova normativa antiterrorismo: benché l’art. 2 della legge sancisca infatti che «le autorità pubbliche incaricate di applicare le disposizioni contenute nella normativa debbono rispettare le garanzie costituzionali e i trattati internazionali, regionali e bilaterali ratificati dalla Repubblica tunisina nel campo dei diritti umani e della protezione dei rifugiati», i diritti fondamentali risultano alquanto limitati. In particolare, sorgono dubbi circa la compatibilità della normativa con l’art. 49 della Costituzione tunisina, che contiene una clausola limitativa dei diritti particolarmente dettagliata: ai sensi della lettera costituzionale, le limitazioni non possono mai mettere in pericolo l’essenza dei diritti, possono essere determinate soltanto dalla legge e solo nei casi di necessità richiesti da uno Stato civile e democratico e con l’obiettivo di difendere le libertà altrui, la sicurezza pubblica, la difesa nazionale, la salute pubblica o la morale pubblica, nel rispetto del principio della proporzionalità delle restrizioni rispetto all’obiettivo perseguito.
Infine occorre sottolineare che al momento tale normativa non è suscettibile di alcun controllo giurisdizionale: ad oggi non è stata infatti ancora istituita la Corte costituzionale e l’organo provvisorio per il controllo di costituzionalità è competente a pronunciarsi solo in via preventiva sui progetti di legge adottati dall’ARP se adito entro sette giorni dall’approvazione del progetto di legge (o di una delle disposizioni oggetto del ricorso) da parte del Parlamento. Nel caso di specie, peraltro, tale eventualità non si è verificata, dal momento che la lotta al terrorismo ha rappresentato un fattore di unità del corpo politico.
Il ritardo nell’istituzione della Corte costituzionale appare ancor più grave, allorché si considerino due ulteriori elementi. Innanzitutto che, perlomeno fino alla istituzione della Corte, è fatto divieto a tutti gli altri giudici di effettuare il controllo diffuso di costituzionalità (art. 148, c. 7 Cost.). Inoltre, occorre ricordare che la Tunisia, benché abbia ratificato il Protocollo istitutivo della Corte africana dei diritti dell’uomo e dei popoli del 1998, non ha ancora firmato l’apposita dichiarazione alla Carta africana dei diritti dell’uomo e dei cittadini che consente il ricorso individuale diretto a quest’organo giurisdizionale. (Tania Abbiate)


UGANDA La Corte suprema dichiara incostituzionale il risarcimento da parte della donna in caso di divorzio

Il 6 agosto 2015, la Corte suprema dell'Uganda ha emesso una pronuncia con cui ha stabilito che la consuetudine vigente nel Paese, consistente nel pagamento di un risarcimento da parte dei genitori o dei parenti della sposa qualora si fosse verificato lo scioglimento del matrimonio tradizionale, è incostituzionale.

Nel 2007 il caso era stato portato davanti alla Corte di appello quando il MIFUMI, un organismo di difesa dei diritti delle donne a livello internazionale ed avente sede in Uganda, aveva chiesto l'abolizione della pratica consistente nel pagamento del prezzo della sposa quale condizione per contrarre validamente il matrimonio e, altresì, della pratica volta a far conseguire al marito un risarcimento obbligatorio da parte dei genitori o parenti della moglie per lo scioglimento del vincolo coniugale. È opportuno precisare che quando si fa riferimento alla prima situazione, ossia al pagamento del prezzo della sposa (il c.d. “bride-price”), si intende un contratto avente ad oggetto dei beni materiali (spesso bestiame o altri animali) o denaro e che lo sposo si impegna a dare alla famiglia della sposa, in cambio della stessa, del suo lavoro e della sua capacità di procreare. Nel 2010, la Corte di appello si era espressa, con una maggioranza di quattro a uno, argomentando che entrambe le pratiche consuetudinarie consistenti nel pagamento di una somma quando si contrae il matrimonio e nel risarcimento al momento dello scioglimento del matrimonio, fossero costituzionalmente legittime. Successivamente, il MIFUMI ha appellato la pronuncia di fronte alla Corte suprema che, con una maggioranza di sei a uno, ha ritenuto che la pratica di richiedere il risarcimento nel caso di scioglimento del vincolo matrimoniale viola la Carta costituzionale del Paese ed in particolare il diritto della donna a divorziare e la sua dignità (artt. 31(1) (b), 32 (1) e 33(1)).
La Corte, invece, ha considerato legittima la prassi del pagamento di una somma per la sposa, considerandola condizione per contrarre validamente un matrimonio. (Ilenia Siccardi)


UNGHERIA – Approvate norme restrittive in materia di diritto di asilo

In Ungheria, tra luglio e settembre 2015, sono stati approvati dal Parlamento una serie di atti volti ad emendare la normativa vigente in tema di diritto di asilo (si tratta principalmente della legge LXXX del 2007, più volte modificata nel corso degli anni, e del decreto governativo n. 301 del 2007, relativo all’attuazione della legge).
L’introduzione di misure restrittive in materia di immigrazione, in particolare relative all’acquisizione dello status di rifugiato, rappresenta senz’altro un tentativo di rispondere all’esponenziale aumento di richieste di asilo che l’Ungheria ha registrato soprattutto a partire dal 2014 (anno nel quale sono state presentate circa 43 mila richieste).
Il 6 luglio 2015 è stata approvata, in tempi estremamente rapidi, la legge CXXVII del 2015, con la quale il Parlamento ungherese ha autorizzato la creazione di una barriera lunga 175 km, la cui costruzione è stata ultimata il 15 settembre 2015; questa corre lungo il confine tra Ungheria e Serbia, da cui proviene la quasi totalità dei richiedenti asilo (circa il 99%).
Con la legge di cui sopra, il Parlamento ungherese ha altresì autorizzato il Governo ad adottare il decreto governativo n. 191 del 2015, che redige una lista di c.d. «safe countries of origin», e una di c.d. «safe third countries», la cui definizione è stata introdotta con la legge LXXX del 2007, nell’art. 2, lettera h. Quest’ultima normativa riprende la distinzione operata a livello di Unione europea dall’attuale direttiva 2013/32/EC del Parlamento europeo e del Consiglio (che sostituisce la precedente direttiva 2005/85/EC del Consiglio), la quale però non stila un elenco di paesi appartenenti alla categoria di «safe countries of origin» o di «safe third countries», lasciando così alle singole legislazioni nazionali tale compito.
Nello specifico, secondo la normativa ungherese, nei paesi che appartengono alla categoria dei «safe countries of origin» si presume che i cittadini dello Stato stesso non siano vittima di generali o sistematici atti di persecuzione, in tutto il territorio o in parte di esso, che non vi sia altresì una minaccia di violenza generalizzata derivante da situazioni di conflitto interno o internazionale, che non si ricorra a trattamenti crudeli, inumani e degradanti e che esistano  effettive possibilità di ricorso contro tali atti. Il decreto governativo, inserisce in questa categoria gli Stati membri e gli Stati candidati dell’Unione europea (ad eccezione della Turchia), i paesi dello Spazio economico europeo, gli Stati USA che non prevedono la pena di morte e la Bosnia ed Erzegovina, la Svizzera, il Kosovo, il Canada, la Nuova Zelanda e l’Australia. Questi stessi paesi figurano inoltre nell’elenco di «safe third countries», che corrispondono a quegli Stati nei quali ai non cittadini, trattati nel rispetto del loro diritto alla libertà personale e in accordo con il principio di non refoulement, è garantita la possibilità di richiedere asilo, e questo, qualora concesso, permette all’individuo di ricevere un trattamento conforme ai principi sanciti nella Convenzione del 1951 sullo statuto dei rifugiati (c.d. Convezione di Ginevra).
Le richieste avanzate dai soggetti provenienti quindi da uno Stato appartenente alla categoria dei «safe third countries» devono essere direttamente rigettate dall’Ufficio per l’Immigrazione e la Nazionalità (OIN), entro un periodo di soli 15 giorni, senza ulteriore possibilità di riesame della domanda, poiché si ritiene che il richiedente asilo abbia già avuto modo di trovare protezione nello Stato nel quale è da ultimo transitato. L’onere di provare che il richiedente asilo non è invece riuscito a presentare la propria richiesta presso lo Stato di accoglienza risiede in capo al richiedente, il quale, in base ad una procedura accelerata, ha inoltre un lasso di tempo estremamente breve, pari a 3 giorni, per fare ricorso (l’organo giudiziario dovrà poi pronunciarsi entro 8 giorni).
Dalla classificazione dei paesi in «safe countries of origin» e «safe third countries» di cui sopra emergono alcune importanti criticità legate anzitutto all’inclusione degli Stati membri dell’Unione europea all’interno della seconda categoria; ipotesi quest’ultima che il diritto europeo sembra escludere per definizione (infatti, in base agli artt. 38 e 39 della direttiva 2013/32/UE, con il termine «safe third countries» ci si riferisce esclusivamente ai «paesi terzi») e che non compare nella maggior parte delle leggi in materia di asilo adottate dagli Stati membri dell’UE, ad eccezione della normativa tedesca (art. 26a dell’Asylum Procedure Act del 2008). Il riferimento agli Stati USA che non applicano la pena di morte appare inoltre di scarsa rilevanza, dato che questi ultimi non sono soggetti di diritto internazionale e che il diritto di asilo è di competenza dello Stato federale.
Ancora, contrariamente agli altri paesi dell’Unione europea, l’Ungheria, con il recente decreto governativo, inserisce anche la Serbia tra i paesi considerati «safe third countries», nonostante l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) affermi chiaramente (nel suo report del 2012, Serbia as a country of asylum) che in Serbia le procedure per il riconoscimento della protezione internazionale non garantiscono una tutela sufficiente al richiedente asilo. La stessa Corte suprema ungherese era intervenuta sulla questione nel 2012 (opinion n. 2 del 2012), invocando un’applicazione univoca del concetto di  «safe third countries» tra le corti nazionali ed escludendo la possibilità che la Serbia possa essere riconosciuta come tale.
Diverse sono state le critiche rivolte alla nuova normativa ungherese, sia da parte di organizzazioni internazionali che di ONG, le quali hanno parlato di una preoccupante violazione del principio di non refoulement sancito dall’art. 33 della Convenzione di Ginevra. (Ester Stefanelli)


UNIONE EUROPEA – Per la Corte di giustizia è contrario al diritto europeo prevedere contributi elevati per il rilascio del permesso di soggiorno

Con sentenza del 2 settembre 2015 la Corte di giustizia dell’Unione europea si è pronunciata sulla corretta interpretazione della direttiva 2003/109/CE del Consiglio (come modificata dalla direttiva 2011/51/UE del Parlamento europeo e del Consiglio) relativa allo status dei cittadini di paesi terzi che siano soggiornanti di lungo periodo.
Il caso originava da un rinvio pregiudiziale sollevato nell’ambito di una controversia relativa al contributo per il rilascio e il rinnovo del permesso di soggiorno disposto con decreto dal Governo italiano. Nel procedimento principale, nel quale è stata sollevata questione pregiudiziale, la CGIL (Confederazione generale italiana del lavoro) e l’INCA (Istituto nazionale confederale assistenza) avevano dedotto la natura iniqua e/o sproporzionata del contributo che i cittadini di paesi terzi devono versare per il rilascio o rinnovo del permesso di soggiorno fissato dal un decreto del Ministero dell’economia del 2011, adottato sulla base dell’art. 5, c. 2 ter del d. lgs. 286/1998 (Testo Unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero).
In particolare, l’importo del contributo varia a seconda della durata del soggiorno: 80 euro tra tre mesi e un anno, 100 euro da uno a due anni, 200 euro per i soggiorni di lungo periodo. Mentre il costo per il rilascio della carta d’identità ammonta a circa 10 euro.
La Corte di giustizia ha ribadito che gli Stati possono subordinare il rilascio di permessi e titoli di soggiorno al pagamento di contributi e dispongono di un margine di discrezionalità nel fissarne l’importo, ma ha altresì affermato che essi sono comunque tenuti a osservare il principio di proporzionalità, che fa parte dei principi generali dell’Unione, e non possono applicare una normativa nazionale tale da compromettere la realizzazione degli obiettivi perseguiti dalla direttiva 2003/109 e privarla del suo effetto utile.
Nel caso italiano, la non proporzionalità del contributi risulta dal fatto che il gettito da esso ricavato non sia finalizzato all’attività istruttoria necessaria alla verifica del possesso dei requisiti previsti per l’acquisizione del titolo di soggiorno, ma per la metà vada a finanziare le spese connesse al rimpatrio degli irregolari. (Francesco Santolini)


UNIONE EUROPEA – Per la Corte di giustizia uno Stato UE può negare le prestazioni di assistenza sociale per disoccupati ai cittadini di altri Stati dell’Unione che cercano lavoro sul suo territorio

Con sentenza pronunciata il 15 settembre 2015, la Corte di giustizia si è trovata a verificare la conformità al diritto dell’Ue di una normativa nazionale che garantisce determinate prestazioni assistenziali ai propri cittadini in cerca di lavoro, ma non anche ai cittadini di altri Stati membri che si trovano nella stessa situazione. La sentenza era originata da un rinvio pregiudiziale proposto dalla  Corte federale del contenzioso sociale della Germania, che si trovava a dover decidere una controversia riguardante cittadini svedesi (nel dettaglio, una signora, nata in Bosnia, e i suoi tre figli, nati in Germania).

La Corte ha rilevato che le prestazioni oggetto della controversia sorta davanti al giudice del rinvio sono state qualificate dallo stesso come «prestazioni speciali in denaro di carattere non contributivo», ai sensi dell’art. 70, par. 2 regolamento n. 2004/883/CE; esse sono oggetto di un finanziamento non contributivo mediante prelievo fiscale e sono principalmente volte a garantire mezzi di sussistenza a persone non in grado di mantenersi da sole. Le prestazioni in oggetto non possono quindi essere qualificate come prestazioni di natura finanziaria volte a facilitare l’accesso all’impiego nel mercato del lavoro di uno Stato membro, bensì sono da considerarsi ricomprese tra le «prestazioni d’assistenza sociale» di cui alla direttiva 2004/38/CE.
La Corte di giustizia ha poi precisato che, in relazione alle prestazioni di assistenza sociale come quelle oggetto del procedimento principale, un cittadino dell’Unione può chiedere la parità di trattamento rispetto ai cittadini dello Stato membro ospitante, ex art. 24, par. 1, della direttiva 2004/38, solo se beneficia di un diritto di soggiorno in forza della direttiva stessa, altrimenti si verificherebbe un contrasto con uno degli obiettivi da essa previsti, cioè evitare che i cittadini di altri Stati membri diventino un onere eccessivo per il sistema di assistenza sociale dello Stato ospitante.
La Corte ha altresì rilevato che, ai sensi dell’art. 7, par. 3, lett. c della direttiva 2004/38, conserva lo status di lavoratore per almeno sei mesi colui che rimane involontariamente disoccupato al termine di un contratto di lavoro della durata predeterminata inferiore a un anno o si trova in tale stato durante i primi dodici mesi e si è registrato presso l’ufficio di collocamento; durante tale periodo il soggetto che presenta i menzionati requisiti può pertanto continuare a beneficiare del principio di parità di trattamento di cui all’art. 24, par. 1 della direttiva stessa.
La Corte di giustizia ha poi affermato che la previsione normativa secondo cui un cittadino dell’Unione che entra nel territorio dello Stato membro ospitante per cercare un posto di lavoro non può essere allontanato da detto Stato fintantoché dimostri di essere alla ricerca di occupazione e di avere buone possibilità di trovarla (art. 14, par. 4, lett. b della direttiva 2004/38) non attribuisce a tale individuo il diritto a una parità di trattamento per quanto attiene all’accesso a prestazioni di assistenza sociale. Infatti, in tal caso lo Stato ospitante può invocare la deroga dell’art. 24, par. 2 della direttiva, che consente di non attribuire ai cittadini di altri Stati membri prestazioni di assistenza sociale durante la ricerca di un posto di lavoro (fatta salva la particolare condizione di cui all’art. 7, par. 3, lett. c della direttiva, che abbiamo visto poco sopra).
La Corte ha inoltre ritenuto che la normativa che risulta dal combinato disposto delle citate disposizioni garantisce un livello elevato di certezza del diritto e di trasparenza nell’ambito della concessione di prestazioni di assistenza sociale dell’assicurazione di base ed è conforme al principio di proporzionalità. (Francesco Santolini)