n. 62
luglio
2015


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Palomar non rappresenta una testata giornalistica, viene aggiornato senza alcuna periodicità, esclusivamente sulla base della disponibilità del materiale e delle news ; non è, pertanto, un prodotto editoriale sottoposto alla disciplina di cui all'art. 1, c. 3, l. n. 62 del 7 marzo 2001 .
BIELORUSSIA In vigore decreto presidenziale che multa i disoccupati
BOLIVIA – Approvata la legge attuativa delle disposizioni costituzionali sulla protezione degli animali
BOLIVIA – Approvata la legge che disciplina il potere delle autonomie locali di stipulare accordi internazionali
BRASILE – Approvate due modifiche alla Costituzione federale in tema di diritti economici
BURKINA FASO - Adottato un nuovo codice elettorale
CANADA – Incostituzionale aprire le sedute dei consigli municipali con una preghiera
CANADA – La Corte suprema amplia la possibilità di utilizzare la marijuana a fini medici
CITTÀ DEL VATICANO – Il Pontefice istituisce la Segreteria per la comunicazione, nuovo dicastero della Curia romana
CORTE EUROPEA DEI DIRITTI DELL'UOMO L'Italia condannata per i fatti avvenuti a Genova durante il G8
CORTE EUROPEA DEI DIRITTI DELL'UOMO La Corte di Strasburgo autorizza l'interruzione della nutrizione artificiale
CROAZIA Approvata una legge che risarcisce le vittime di stupro durante la guerra civile
EL SALVADOR Approvato accordo per emendare la Costituzione e impedire matrimoni tra persone dello stesso sesso
ESTONIA – Abbassata da 18 a 16 anni l’età per poter esercitare il diritto di voto nelle elezioni locali
FRANCIA – Promulgata la contestata legge sui servizi di informazione e di intelligence dopo il via libera del Consiglio costituzionale, adito, per la prima volta, dal Presidente della Repubblica
FRANCIA – Il nuovo regolamento del Senato prevede pesanti sanzioni finanziarie in caso di assenteismo dei senatori
FRANCIA – Prima applicazione da parte di un giudice di merito del parere della Cassazione sull’adozione del figlio avuto con PMA
GIAPPONE – L’elettorato attivo passa da 20 a 18 anni d’età
INDIA Approvato il 100° emendamento alla Costituzione relativo all’acquisizione di alcuni territori appartenenti al Bangladesh
IRLANDA – Un referendum introduce in Costituzione il matrimonio tra persone dello stesso sesso
KAZAKISTAN − Il Consiglio costituzionale dichiara l’illegittimità di una legge che vieta campagne informative sulle unioni omosessuali
KENYA – L’Alta corte riconosce il diritto di associazione ai gruppi LGBT
LUSSEMBURGO – Referendum su alcune proposte riguardanti l’elaborazione di una nuova Costituzione
MADAGASCAR – La Haute Cour Constitutionelle respinge la messa in stato d’accusa del Presidente della Repubblica
MESSICO – La Corte suprema dichiara l’illegittimità costituzionale delle norme che impediscono il matrimonio tra persone dello stesso sesso
MOZAMBICO – Con l’entrata in vigore del nuovo codice penale gli omosessuali non saranno più sottoponibili alle misure di sicurezza
PAPUA NUOVA GUINEA – Approvate le linee guida per una maggiore applicazione della pena di morte
PORTOGALLO – Il Tribunal de Contas interviene sul bilancio interno del Tribunal Constitucional
REGNO UNITO La Court of Appeal ha stabilito che la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea ha effetti diretti orizzontali
REPUBBLICA CENTRAFRICANA – Istituita la Cour Pénale Spéciale per i crimini contro l’umanità
SPAGNA – Un’altra sentenza del Tribunal Costitucional sul referendum per l’indipendenza della Catalogna
SPAGNA – Il Tribunal Constitucional decide un caso di obiezione di coscienza pronunciandosi in favore dell’obiettore
SRI LANKA – Il Parlamento approva il 19° emendamento alla Costituzione
STATI UNITI − La Corte suprema interviene sui termini per citare in giudizio il Governo federale
STATI UNITI − Abolita la pena di morte in Nebraska
STATI UNITI − La Corte suprema interviene sulle discriminazioni religiose sui luoghi di lavoro
STATI UNITI − I messaggi contenuti nelle targhe automobilistichesono da ritenersi government's speech e quindi sindacabili dagli Stati
STATI UNITI − Gli Stati possono vietare ai candidati giudici di sollecitare personalmente finanziamenti elettorali
STATI UNITI − La Corte suprema chiamata a interpretare la elections clause
SUDAFRICA – La Corte costituzionale interviene in materia di adulterio
SVIZZERA Salario minimo introdotto mediante referendum nel Canton Ticino
TAIWAN – Introdotte nel codice penale militare maggiori tutele dei diritti dei militari
TUNISIA – L’Istanza provvisoria per il controllo di costituzionalità delle leggi dichiara incostituzionale il progetto di legge relativo al Consiglio superiore della magistratura
TUNISIA – Il Presidente della Repubblica dichiara lo stato di emergenza
UNIONE EUROPEA – La Corte di giustizia si pronuncia sul divieto di donare il sangue per gli uomini che intrattengono rapporti omosessuali







BIELORUSSIA In vigore decreto presidenziale che multa i disoccupati

Il 2 aprile 2015 il Presidente della Repubblica di Bielorussia, Alexander Lukashenko, ha firmato l’ordinanza n. 3 del 2015 con la quale si dispone una multa per tutti gli adulti che nell’arco di un anno non avranno pagato un imposta sul reddito che copra almeno 183 giorni.
Il mancato pagamento dell’ammenda sarà punibile mediante un’ulteriore multa e successivamente con la detenzione o con lo svolgimento del servizio sociale. L’ordinanza individua alcune categorie di persone esenti dal pagamento della multa, quali gli studenti, i genitori con più di tre figli a carico, i disabili, i pensionati, ecc.
Tale misura, secondo quanto si legge nel decreto, è volta ad incitare i cittadini ad intraprendere attività lavorative, assolvendo così al loro «obbligo costituzionale di contribuire al finanziamento della spesa pubblica nazionale». L’art. 41 della Costituzione, che tutela il diritto al lavoro, riconosce infatti quest’ultimo in quanto «mezzo più idoneo per garantire l’auto-affermazione dell’individuo».
L’ordinanza sembra invece evocare il c.d. “parassitismo sociale”, locuzione che all’interno dell’Unione sovietica veniva usata anche per connotare coloro che intenzionalmente decidevano di non lavorare e che fino al 1990 costituiva un reato. (Ester Stefanelli)


BOLIVIA – Approvata la legge attuativa delle disposizioni costituzionali sulla protezione degli animali

Il 1° giugno il Parlamento ha approvato la ley n. 700, sulla difesa degli animali domestici da atti di crudeltà e altri maltrattamenti commessi tanto dalle persone fisiche che da quelle giuridiche.

La legge, attuativa dell'art. 298 della Costituzione, considera esplicitamente, all'art. 3, gli animali in generale come soggetti da proteggere, titolari di una serie di diritti quali il diritto ad essere riconosciuti come esseri viventi; il diritto ad un ambiente salubre e protetto; il diritto ad essere protetti contro ogni tipo di violenza, maltrattamenti e crudeltà; infine, il diritto ad essere aiutati ed accuditi.
Spetta al Governo, a norma dell'art. 4, implementare le misure necessarie avvalendosi dei propri ministeri. In particolare, il ministero della salute dovrà proporre le politiche necessarie alla prevenzione della zoonosi, alla regolazione dell'uso degli animali da laboratorio ai fini di ricerca scientifica. Il ministero dell'educazione dovrà promuovere le politiche educative a sostegno della salute e della difesa degli animali, e parimenti regolare l'uso degli animali per l'indagine scientifica. Il ministero delle comunicazioni, infine, dovrà promuovere campagne di sensibilizzazione dell'opinione pubblica, la diffusione di programmi relativi all'azione governativa sulla difesa degli animali, in coordinamento con il ministero dell'ambiente e quello delle autonomie.
In secondo luogo, l'art. 5 elenca le obbligazioni stavolta gravanti sulle persone fisiche e giuridiche. Da un lato, le prescrizioni della legge si rivolgono alla generalità dei soggetti, imponendo il divieto di infliggere agli animali sofferenze che non sono necessarie; l'obbligo di non compiere sugli animali operazioni chirurgiche non necessarie; il dovere di educare le nuove generazioni al rispetto degli animali, promuovendone la protezione; l'obbligo di denunciare alle autorità competenti i maltrattamenti e le crudeltà di cui abbiano notizia; l'obbligo di denunciare i casi sospetti di zoonosi  e le altre malattie degli animali alle autorità competenti. Dall'altro lato, la legge impone ai proprietari di animali di assumersi le responsabilità derivanti dall'obbligo di custodia dell'animale, e dei danni a terzi che i propri animali possano causare; l'obbligo di vigilare sul ciclo riproduttivo, avvalendosi di un supporto medico veterinario professionale, che risulti adeguato e opportuno; vigilare sull'alimentazione degli animali. L’articolo impone, infine, l'obbligo di non abbandonarli.
Conseguentemente, l'art. 6 stabilisce il divieto di utilizzare gli animali nelle pratiche militari o di polizia, cui si ricolleghi quale corollario delle stesse la morte o la sofferenza; il divieto di commercio degli animali affetti da gravi patologie infettive; il divieto di sottoporre gli animali a lavori tali da causarne l'infermità o la morte; lo spostamento degli animali con mezzi che involgano la crudeltà; il divieto di infliggere sofferenze non necessarie ed un'agonia prolungata.
La legge a questo punto pone le norme di coordinamento necessarie ad un'efficace protezione degli animali. Secondo l'art. 7, alle autonomie territoriali spetta, nell'ambito delle proprie competenze, l'emanazione degli atti normativi corrispondenti, stabilendo le sanzioni per la violazione delle disposizioni normative adottate. Ai sensi dell'art. 9, invece, le organizzazioni a tutela degli animali potranno dare il proprio contributo per l'emanazione di nuove leggi o l'implementazione delle politiche orientate alla tutela degli animali, e promuovere le azioni di sensibilizzazione, educazione, prevenzione; stimolare gli organismi giurisdizionali, segnalando i casi di maltrattamento e crudeltà contro gli animali.
La legge si chiude con due importanti disposizioni, che inseriscono nel codice penale il reato di trattamenti crudeli contro gli animali, ed il reato di biocidio, definito come il cagionare la morte di un animale con crudeltà o per futili motivi. (Diego Serra)


BOLIVIA – Approvata la legge che disciplina il potere delle autonomie locali di stipulare accordi internazionali

Il Parlamento ha approvato la ley n. 699, al fine di disciplinare il potere delle autonomie di stipulare accordi internazionali con altre entità di pari livello di altri Stati o con organizzazioni internazionali che rappresentano tali entità, nel rispetto del riparto delle competenze stabilite dall’art. 299 della Costituzione.

L’art. 4 della legge pone i principi generali cui deve informarsi l’attività esterna delle autonomie: il principio di coordinamento, tra le entità decentrate ed il livello centrale; il principio di complementarietà, che esige di rapportare l’azione esterna delle entità autonome alla politica estera; il principio di integrazione, volto allo sviluppo sostenibile delle comunità delle popolazioni che compongono la Nazione; il principio di solidarietà e del “buen vivir”, secondo cui l’azione esterna delle autonomie locali deve essere volta al soddisfacimento del pubblico interesse, promuovendo gli ideali di fratellanza tra i popoli del mondo.
All’uopo, la legge istituisce un Gobierno Autónomos Departamentales, con il compito di elaborare ed eseguire la legislazione sull’esercizio delle relazioni internazionali, nonché di ottemperare al Protocollo internazionale, coordinandosi con il livello centrale statale. Le medesime attribuzioni sono conferite ad un Gobierno Autónomos Municipales y Autonomίas Indígena Originario Campesinas.
Ovviamente, nessun Instrumento de Relacionamento Internacional (da ora anche solo instrumento), inteso quale accordo inter-istituzionale adottato dalle autonomie e sottoscritto previo parere conforme del ministero degli esteri, può porsi in contrasto con gli accordi internazionali sottoscritti e ratificati dallo Stato.
Non ricadono nell’ambito di applicazione della legge le competenze esclusive dello Stato centrale, salvo siano state delegate o trasferite espressamente alle Autonomie, secondo quanto stabilito dalla Costituzione.
La legge disciplina inoltre il procedimento mediante il quale le autonomie possono addivenire alla stipulazione di accordi internazionali, prescrivendo all’art. 12 che debbano prima richiedere parere conforme al ministero delle relazioni internazionali, unitamente alla documentazione informativa tecnica e giuridica richiesta dal caso. Il ministero, previa risposta motivata, potrà accettare o respingere l’istanza, oppure richiedere integrazioni necessarie all’accettazione della domanda.
L’approvazione dell’instrumento sottoscritto dalle autonomie è a carico dei propri organi legislativi e deve essere adeguato alle rispettive norme locali.
L’art. 14 stabilisce infine il regime di nullità che scatta allorquando gli instrumentos eccedano la competenza delle autonomie, oppure si pongano in contrasto con le altre disposizioni della Costituzione, con l’ordinamento giuridico o con la medesima legge. I rappresentanti delle autonomie che abbiano sottoscritto instrumentos invalidi o comunque contrari alla politica estera saranno soggetti al procedimento stabilito per la responsabilità dei funzionari pubblici. (Diego Serra)


BRASILE – Approvate due modifiche alla Costituzione federale in tema di diritti economici

Il 16 aprile e il 7 maggio 2015 sono state pubblicate sulla gazzetta ufficiale
al termine della rispettiva navette tra i due rami del Congresso (Camera dei Deputati e Senato federale), prevista dall’art. 60 della Costituzione federale per le modifiche alla Carta rispettivamente, l’emenda constitucional n. 87 e l’emenda constitucional n. 88, in tema di ripartizione tra gli Stati e la federazione dei proventi fiscali e di diritti economici dei dipendenti pubblici.
Con la prima emenda, sono stati modificati, all’art. 155 della Costituzione federale, due incisos (paragrafi) del secondo comma (il VII e l’VIII). L’articolo in questione contiene l’enumerazione delle materie sulle quali è riservata ai singoli Stati federati e al Distretto federale l’istituzione o la modifica delle imposte.
Il nuovo paragrafo VII del secondo comma stabilisce una regola diretta a impedire alcuni casi di doppia imposizione tra gli Stati membri della federazione. Infatti, si prevede che nei casi di prestazione di beni o servizi a consumatori finali, che siano o no soggetti passivi d’imposta, residenti in un altro Stato (della federazione) «si prevedrà un’aliquota interstatale (alíquota interestadual) e spetterà allo Stato di residenza del consumatore finale la differenza tra l’aliquota interna dell’imposta e quella interstatale».
A completamento della modifica si è stabilito, con il nuovo inciso VIII del secondo comma, che il versamento della differenza tra le aliquote compete «a) al destinatario [della prestazione di beni o servizi] quando questo è soggetto passivo d’imposta; b) al prestatore quando il destinatario non è soggetto passivo».
Prima di queste modifiche la Costituzione federale prevedeva solamente una duplicità di aliquote, interstatale e statale, che si applicavano, alternativamente, qualora il destinatario fosse stato soggetto passivo d’imposta oppure no.
Con la seconda emenda, invece, si sono modificati gli artt. 40 Cost. e 100 dell’Ato das Disposições Constitucionais Transitórias.
L’art. 40 Cost. regola la posizione giuridica ed economica, compreso il trattamento pensionistico, dei dipendenti pubblici.
Con la recente revisione costituzionale si è modificato il II inciso del primo comma, prevedendosi due nuove soglie di età limite (70 o 75 anni) per il pensionamento obbligatorio. Il regime pensionistico è di tipo contributivo e le modalità del pensionamento, nonché la specificazione dell’età limite per ogni singolo comparto dell’amministrazione, è rimessa ad una lei complementar, ancora da emanarsi.
In attesa dell’entrata in vigore di questa “legge complementare”, la modifica all’art. 100 delle Disposizioni costituzionali transitorie prevede che, per i «Ministros do Supremo Tribunal Federal, dos Tribunais Superiores e do Tribunal de Contas da União», il termine per il pensionamento obbligatorio è fissato a 75 anni d’età. (Francesco Campodonico)


BURKINA FASO - Adottato un nuovo codice elettorale

Il 7 aprile 2015 i membri del Parlamento di transizione del Burkina Faso hanno adottato a larga maggioranza (76 voti favorevoli e 10 contrari) una legge che introduce importanti novità al codice elettorale in vigore dal 2001.

Tra le novità più rilevanti si segnala la modifica dell’art. 135 del codice elettorale, che disciplina le cause di ineleggibilità: alle fattispecie già in precedenza (cittadini privati in via giudiziaria del diritto di voto, ovvero condannati per frode elettorale) si aggiunge la circostanza di aver sostenuto modifiche alla Costituzione in grado di compromettere l’alternanza democratica, in particolar modo attraverso l’abrogazione delle norme che limitano il numero di mandati presidenziali. La disposizione è evidentemente diretta a evitare l’elezione di coloro che hanno di recente sostenuto la modifica costituzionale volta a permettere la rielezione dell’ex Presidente della Repubblica, Blaise Compaoré, al potere dal 1987. L’avversione alla suddetta modifica costituzionale aveva dato luogo a proteste popolari, culminate con un colpo di Stato e la sospensione della Costituzione (v. Palomar n. 60).
Le modifiche al codice, sottoposte al controllo del Consiglio costituzionale, sono state promulgate dal Presidente provvisorio della Repubblica Michel Kafando; la normativa attualmente in vigore disciplinerà quindi le prossime elezioni presidenziali e legislative che porranno fine al periodo di transizione. (Adolphe Hatungimana)


CANADA – Incostituzionale aprire le sedute dei consigli municipali con una preghiera

Il 15 aprile 2015 la Corte suprema del Canada ha pronunciato la sentenza Mouvement laïque québécois v. Saguenay (City), con la quale ha dichiarato incostituzionale la prassi in uso nella città di Saguenay, in Québec, di aprire e chiudere le sedute del Consiglio municipale con il segno della croce e con una preghiera.
La vicenda aveva avuto inizio nel 2007, quando un componente del Consiglio municipale, dichiaratamente ateo, aveva richiesto al sindaco di porre fine a tale usanza, in quanto discriminatoria nei confronti dei consiglieri atei o di altre confessioni religiose. A fronte del diniego opposto dal sindaco, tale consigliere, assistito dal Mouvement laïque québécois (un movimento per la secolarizzazione del Québec), ha intrapreso un’azione giudiziale, portando la questione prima dinanzi al Human Rights Tribunal (tribunale amministrativo speciale con giurisdizione in materia di condotte discriminatorie), quindi dinanzi alla Corte di appello e, infine, dinanzi alla Corte suprema.
Quest’ultima, con la sentenza in commento, ha ritenuto che tale prassi fosse lesiva della libertà di coscienza e di religione, riconosciuta dalla Quebec Charter e dalla Canadian Charter of Rights and Freedoms.
Secondo la Corte suprema, infatti, dal riconoscimento della libertà di coscienza e di religione discende l’obbligo per lo Stato di rimanere neutrale in materia di religione. Questo significa che lo Stato deve astenersi dal porre in essere azioni che abbiano l’effetto di promuovere o ostacolare una particolare fede religiosa. Nella specie, la Corte ha ritenuto che la prassi in uso presso il Consiglio municipale di Saguenay avesse l’effetto di favorire la partecipazione alla vita politica dei cittadini di fede cattolica, a detrimento dei fedeli di altre religioni e dei non credenti. Tale trattamento di favore accordato alla religione cattolica, sebbene giustificato da ragioni storico-culturali, è stato giudicato dalla Corte incompatibile con l’obbligo di neutralità (duty of neutrality) che lo Stato deve rispettare a garanzia della libertà di coscienza e di religione riconosciuta dalla Carta. (Francesco Gallarati)
 

CANADA – La Corte suprema amplia la possibilità di utilizzare la marijuana a fini medici

Con la sentenza R. v. Smith dell’11 giugno 2015 la Corte suprema canadese ha dichiarato l’incostituzionalità delle norme di legge che limitano l’uso della marijuana a fini medici alla sola inalazione di foglie essiccate.
La normativa in questione è il Controlled Drugs and Substances Act (CDSA) del 1996, il quale da un lato vieta il possesso, la produzione e la distribuzione della cannabis, dei suoi principi attivi e dei relativi derivati, ma dall’altro lato ne consente l’uso a fini medici. In alcuni casi, cioè, ai pazienti viene consentito, per ragioni mediche, di possedere e persino di coltivare piante di marijuana. Tuttavia la normativa pone delle restrizioni all’utilizzo di tali piante: è consentito l’utilizzo solo della marijuana essiccata (dry marihuana) e questa deve essere assunta per inalazione (by smoking).
Per effetto di tale disciplina, risulta penalmente perseguibile, ai sensi degli artt. 4(1) e 5(2) del CDSA, chi possegga, produca o distribuisca prodotti derivati dalla marijuana o contenenti i relativi principi attivi, destinati ad essere assunti oralmente (ad esempio cookies) o comunque con modalità diverse dall’inalazione.
La questione che è stata sottoposta alla Corte suprema è se gli artt. 4(1) e 5(2) del CDSA, nella misura in cui limitano il consumo a fini medici della marijuana alla sola inalazione di cannabis essiccata, siano incostituzionali per violazione dell’art. 7 della Carta dei diritti e delle libertà, ovvero dell’articolo che tutela il diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della persona.
La Corte di Ottawa, sulla base di un’attenta analisi delle testimonianze e delle risultanze scientifiche prodotte in giudizio, ha ritenuto che le restrizioni imposte dalla normativa vigente fossero irragionevoli, in quanto andavano in direzione opposta rispetto all’obiettivo di tutela della salute che si erano prefissate. Dalle risultanze istruttorie acquisite dai giudici di merito, infatti, era emerso che l’assunzione di marijuana per inalazione fosse meno efficace e più rischiosa per la salute rispetto all’assunzione dei derivati della marijuana per altre vie. In altre parole, non vi era alcuna connessione tra il divieto di possedere prodotti medici a base di derivati della marijuana e l’obiettivo di tutelare la salute dei pazienti.
In conclusione, la Corte ha quindi dichiarato privi di efficacia (of no force and effect) gli artt. 4 e 5 del CDSA, nella parte in cui impediscono ad una persona in possesso di apposita autorizzazione medica di detenere derivati della marijuana a fini di cura. (Francesco Gallarati)


CITTÀ DEL VATICANO – Il Pontefice istituisce la Segreteria per la comunicazione, nuovo dicastero della Curia romana

In data 27 giugno 2015 il Pontefice ha reso nota una lettera apostolica in forma di motu proprio con la quale, dopo aver preso atto della complessità dell’attuale contesto comunicativo, ha deliberato di riorganizzare tutte le realtà che fino a quel momento si sono occupate di comunicazione (Pontificio consiglio delle comunicazioni sociali, sala stampa della Santa Sede, servizio internet Vaticano, Radio Vaticana, Centro televisivo vaticano, L’Osservatore romano, tipografia vaticana, servizio fotografico, libreria editrice vaticana), accorpandole in un nuovo dicastero della Curia romana, denominato Segreteria per la comunicazione, di modo tale che il sistema comunicativo della Santa Sede possa rispondere sempre meglio alle esigenze della missione della Chiesa. (Francesco Santolini)


CORTE EUROPEA DEI DIRITTI DELL'UOMO L'Italia condannata per i fatti avvenuti a Genova durante il G8

Il 7 aprile 2015, la Corte di Strasburgo ha accertato, all'unanimità, la violazione dell'art. 3 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, inerente al divieto di tortura e di trattamenti inumani e degradanti, per i maltrattamenti subiti dal ricorrente Cestaro, nonché per la legislazione penale applicata nel caso di specie, inadeguata ed incapace di prevenire la reiterazione delle violenze da parte delle forze di polizia. La decisione è particolarmente importante per il fatto che si tratta della prima condanna emessa dalla Corte europea dei diritti dell'uomo in relazione alle violenze perpetrate dalle forze di polizia italiane in occasione delle manifestazioni contro il G8 di Genova del 2001.
Nel caso in questione, il ricorrente, sessantaduenne all'epoca dei fatti, aveva subito gravi lesioni alla testa, alle gambe e alle braccia, in mancanza di qualsiasi prova in relazione ad una sua eventuale resistenza contro la polizia. Il Governo italiano aveva richiesto che il ricorso fosse dichiarato inammissibile ai sensi dell'art. 35 CEDU, sia perché il Signor Cestaro era già stato risarcito dei danni in sede penale, sia perché non aveva esaurito le vie di ricorso interne prima di adire il Giudice europeo. La Corte EDU aveva disatteso l'eccezione governativa ritenendo insufficiente il mero risarcimento di carattere pecuniario. Sarebbe stato necessario secondo la Corte, per aversi ristoro, la punizione dei responsabili per i fatti di tortura commessi. Pertanto, il ricorrente aveva mantenuto il proprio status di vittima della violazione (art. 34 CEDU), con conseguente ammissibilità del ricorso. Entrando nel merito, la Corte sottolineava la violazione dell'art. 3 CEDU sotto due punti di vista: sostanziale e procedurale.
Con riferimento alla violazione sostanziale, la Corte aveva ravvisato la condotta di tortura posta in essere dagli agenti di polizia. Infatti, precisava che «si è in presenza di tortura quando le violenze gratuitamente e deliberatamente inflitte dall’autorità arrecano una sofferenza particolarmente acuta alla vittima, sul piano fisico e/o psicologico» (§ 171 ss.); aveva inoltre sottolineato che le violenze sono qualificabili come tortura considerando, in modo specifico, «la relativa durata, gli effetti fisici o psicologici arrecati sulla vittima, la preordinazione, lo scopo e il contesto in cui esse sono perpetrate» (§ 176). Non aveva ritenuto accoglibili le argomentazioni del Governo italiano secondo le quali la condotta della polizia, in quel contesto, si sarebbe rivelata un episodio assolutamente eccezionale.
Con riferimento, invece, alla violazione procedurale, nonostante il Governo italiano avesse sostenuto di aver compiuto indagini idonee e complete sui fatti in questione, irrogando una pena proporzionata alla vittima, la Corte riteneva fondata la doglianza mossa dal ricorrente in relazione alla quale il procedimento penale interno non era stato effettivo. Molti delitti, infatti, si erano prescritti e molti autori dei reati perpetrati erano assoggettati all'indulto. Il ricorrente, sempre sotto questo aspetto procedurale, lamentava altresì la mancanza nell'ordinamento italiano di una norma volta a punire il crimine della tortura. Anche questo aspetto era ritenuto fondato dalla Corte EDU, nonostante la replica del Governo italiano sottolineasse la presenza di un disegno di legge per l'introduzione del delitto, già in fase avanzata, all'esame del Parlamento. Veniva considerato, infine, un ulteriore aspetto in relazione all'art. 46 CEDU. Spetterebbe allo Stato la scelta circa gli strumenti da introdurre nell’ordinamento per adempiere all’obbligo di assicurare un’effettiva tutela dei diritti fondamentali di cui lo Stato medesimo è investito come Parte contraente ex art. 46 CEDU. La Corte europea può indicare allo Stato le misure da adottare per porre rimedio all’individuato deficit strutturale, spingendosi sino al punto d’indicare la misura all’uopo necessaria (§ 239 ss.).  In ultimo, il ricorrente aveva ottenuto, ai sensi dell'art. 41 CEDU, un risarcimento pari a 45.000 euro per i danni morali subiti. Il 5 marzo 2014, il Senato aveva approvato in prima lettura un disegno di legge recante “Introduzione del delitto di tortura nell'ordinamento italiano”. Il 23 marzo 2015 era iniziata in aula della Camera la discussione della proposta di legge risultante dall'unificazione del ddl già approvato dal Senato e di altre proposte di legge presentate alla Camera. In altre parole, la Corte europea considerava ineludibile che l’ordinamento giuridico italiano si dotasse di strumenti idonei a «punire in maniera adeguata i responsabili di atti di tortura e di altri trattamenti inumani» ai sensi dell’art. 3 CEDU. (Ilenia Siccardi)


CORTE EUROPEA DEI DIRITTI DELL'UOMO La Corte di Strasburgo autorizza l'interruzione della nutrizione artificiale

Il 5 giugno 2015, la Corte di Strasburgo ha confermato la decisione di un Tribunale francese, autorizzando la sospensione della nutrizione e della idratazione artificiali del signor Vincent Lambert (v. Palomar nn. 58-59). Quest'ultimo era stato vittima di un incidente stradale nel 2008, era divenuto tetraplegico ed era entrato in coma. Mentre la moglie ed i medici avevano chiesto di interrompere le cure, impugnando la c.d. legge Leonetti del 2005 (legge che non autorizza a compiere atti o omissioni volti a provocare il decesso di un paziente colpito da una malattia inguaribile, ma consente di chiedere che non venga praticato l’accanimento terapeutico), i genitori del Signor Lambert e due fratelli si erano opposti impugnando tale decisione dinnanzi al Tribunale di Châlons-en-Champagne che, l’11 maggio 2013, ingiungeva di ristabilire l’alimentazione precedentemente sospesa su richiesta della moglie, ritenendo un attentato grave e manifestamente illegittimo alla libertà fondamentale connessa con il diritto alla vita che i genitori non fossero stati coinvolti nella procedura di interruzione delle cure, tanto più che Lambert non aveva lasciato direttive anticipate, né nominato alcuna personne de confiance. L'alimentazione artificiale non veniva, però, ristabilita. I genitori ed i fratelli allora ricorrevano alla massima autorità amministrativa del Paese, il Consiglio di Stato, il quale si pronunciava in favore della sospensione delle cure, basandosi sulla legge Leonetti che imponeva di valutare le condizioni cliniche di ogni paziente ed il contesto concreto e specifico. Dal momento che i danni erano gravissimi, era irragionevole proseguire il trattamento.
I genitori ed i fratelli si erano rivolti, così, alla Corte di Strasburgo, lamentando la violazione degli artt. 2, 3, 6 § 1 e 8 della
Convenzione europea dei diritti dell'uomo e chiedendo di sospendere l'esecuzione della sentenza. Nella pronuncia del 5 giugno, la Corte escludeva che la legge francese, l’interpretazione datane dal Consiglio di Stato e l’eventuale esecuzione della sentenza resa da quest’ultimo contrastassero con l’art. 2 della Convenzione il quale tutela il diritto alla vita; negava che vi potesse essere violazione della vita privata e familiare dei congiunti ricorrenti, ai sensi dell’art. 8; e riteneva altresì infondata la doglianza relativa all’art. 6 § 1, con riguardo alla dubbia imparzialità del giudizio dei medici. Inoltre, nella sentenza i giudici di Strasburgo rifiutavano di definire l'interruzione dell'alimentazione e dell'idratazione come “eutanasia”, qualificando invece l'atto come una decisione medica di interrompere un trattamento che il paziente non voleva più o che i dottori ritenevano essere un accanimento terapeutico. (Ilenia Siccardi)


CROAZIA Approvata una legge che risarcisce le vittime di stupro durante la guerra civile

Il 29 maggio 2015 il Parlamento croato ha approvato una legge che garantisce un risarcimento alle vittime di violenze sessuali durante la guerra d’indipendenza del Paese dalla Yugoslavia (1991-1995). In particolare, la legge garantisce alle vittime il versamento una tantum di 100.000 Kune (circa 13.190 €), una rendita mensile di 2.500 Kune (circa 330 €), il patrocinio gratuito per il reato di cui furono vittime e l’accesso gratuito a centri di consulenza psicologica, nonché alla sanità pubblica. (Andrea Perelli)


EL SALVADOR Approvato accordo per emendare la Costituzione e impedire matrimoni tra persone dello stesso sesso

Il 16 aprile del 2015, l’Assemblea legislativa salvadoregna ha approvato a maggioranza di 47 voti su 84 componenti l’accordo di riforma costituzionale n. 2, volto ad emendare gli articoli 32, 33 e 34 della Costituzione, allo scopo di limitare il matrimonio e l’adozione alle sole coppie eterosessuali.
In base all’art. 248 della Costituzione, le modifiche alla Carta richiedono, che l’accordo votato dalla maggioranza dei parlamentari (nel caso di specie quelli dei partiti ARENA, PCN, PDC, GANA e Unidos por El Salvador) sia poi ratificato dalla nuova Assemblea legislativa, che è stata eletta il 14 maggio, a maggioranza parlamentare di almeno due terzi dei componenti.
Qualora si riuscisse ad approvare l’emendamento costituzionale, i matrimoni tra persone dello stesso sesso celebrati all’estero non avrebbero alcun valore legale all’interno del Paese.
Una simile revisione del testo costituzionale era già stato intentato nel 2009 ed era fallito a causa del mancato raggiungimento della maggioranza richiesta dei due terzi. La recente apertura verso i matrimoni tra persone dello stesso sesso sperimentata da diversi ordinamenti dell’America Latina, a seguito dell’adozione di provvedimenti legislativi o di specifiche sentenze (ad oggi forme di legalizzazione esistono in Argentina, Uruguay, Messico, Colombia e Brasile) ha di sicuro dato nuovo impeto a questa iniziativa. (Ester Stefanelli)


ESTONIA – Abbassata da 18 a 16 anni l’età per poter esercitare il diritto di voto nelle elezioni locali

Nel maggio 2015 il Parlamento estone, eletto nel marzo 2015, ha approvato con 62 voti su 101 un disegno di legge di modifica della Costituzione, già votato nella legislatura precedente (nel febbraio 2015), che abbassa l’età per poter esercitare il diritto di voto nelle elezioni locali da 18 a 16 anni. Si osserva che nel caso di specie è stata utilizzata la procedura di revisione costituzionale prevista dall’art. 165 della Costituzione, che stabilisce che una modifica è da considerarsi approvata se viene votata in prima lettura dalla maggioranza dei parlamentari e, in seconda lettura e senza emendamenti ulteriori, dai 3/5 dei parlamentari della successiva legislatura.

La modifica costituzionale è stata proposta e promossa con l’obiettivo di avvicinare i più giovani alla politica e di incrementare il loro interesse nei confronti delle istituzioni, specie di quelle più vicine alla loro vita quotidiana. (Francesco Santolini)


FRANCIA – Promulgata la contestata legge sui servizi di informazione e di intelligence dopo il via libera del Consiglio costituzionale, adito, per la prima volta, dal Presidente della Repubblica

Il 24 giugno 2015 il Parlamento francese ha adottato il progetto di legge in materia di servizi di informazione e di intelligence, che sin dall’inizio del suo iter aveva fatto versare fiumi di inchiostro.
Senza sorpresa, la legge è stata rimessa al vaglio del Consiglio costituzionale prima della sua promulgazione ed è stata da questi dichiarata conforme, ad eccezione di alcune disposizioni, e quindi promulgata il 24 luglio.
Due profili dell’adozione di questa legge meritano di essere messi in evidenza: da un punto di vista sostanziale, il bilanciamento da essa operato tra pubblica sicurezza e tutela dei diritti, anche alla luce della pronuncia del Conseil; da un punto di vista procedurale, poi, va segnalata la prima volta nella storia della Quinta Repubblica in cui il Presidente ha fatto uso della sua facoltà di ricorso al Consiglio costituzionale in merito ad una legge ordinaria.
Iniziando da quest’ultimo punto, il Presidente Hollande aveva annunciato, il 19 aprile 2015, che avrebbe rimesso la legge al vaglio del giudice costituzionale. La ragione alla base di questo ricorso presidenziale, su una legge fortemente voluta dal suo Governo e di cui egli stesso aveva affermato a più riprese il carattere costituzionalmente conforme e non liberticida, si rinviene nella volontà di evitare che «su un testo che mette in gioco l’equilibrio tra sicurezza e libertà pubbliche ... il ricorso al Consiglio costituzionale potesse apparire come uno strumento o una questione relativa ad una parte politica», come spiegato dall’Eliseo.
Dall’entrata in vigore della Costituzione, nel 1958, e dall’istituzione del Conseil constitutionnel l’anno seguente, mai un Presidente della Repubblica aveva rimesso una legge ordinaria al controllo di costituzionalità, pur essendo una delle quattro autorità politiche abilitate a tale rinvio fin dall’inizio ai sensi dell’art. 61 della Costituzione. Tale possibilità sembrava divenire ancora più improbabile con l’istituzione del “quinquennato” che, ricalcando il mandato presidenziale sulla durata della legislatura, aveva istituzionalizzato e rafforzato il “fatto maggioritario”, ponendo il Presidente a capo della maggioranza politica di governo.
Dalla revisione costituzionale del 1974, la grande maggioranza dei rinvii al Consiglio costituzionale in via preventiva si registra ad opera delle opposizioni, attraverso il ricorso di 60 deputati o 60 senatori, che hanno di solito tutto l’interesse (politico prima ancora che votato alla garanzia costituzionale) a rimettere in questione una legge voluta dalla maggioranza sottolineandone i profili di incostituzionalità.
L’attesa era dunque tanta sull’atto di ricorso del Presidente, che avrebbe svelato in che termini egli avrebbe sollecitato il controllo su una legge di cui comunque difendeva strenuamente l’impianto normativo dalle critiche sollevate dalle opposizioni e dalla società civile. Se l’ipotesi che poteva apparire più probabile e coerente col ruolo di Presidente super partes e garante della Costituzione riaffermato da Hollande era che egli si limitasse a rimettere la legge al giudice costituzionale senza sollevare nello specifico alcun profilo di incostituzionalità, questa opzione ha iniziato a vacillare a seguito di una dichiarazione del Presidente del Consiglio costituzionale Jean-Louis Debré. Questi, con una condotta discutibile sul piano delle obbligazioni alla riservatezza cui sono tenuti i membri del Consiglio (ai sensi dell’art. 2 del decreto del 13 novembre 1959, essi si impegnano a «non prendere alcuna posizione pubblica ... su delle questioni che abbiano fatto o siano suscettibili di fare l’oggetto di decisioni del Consiglio»), aveva infatti dichiarato in un’intervista televisiva che il Presidente avrebbe dovuto motivare il rinvio e indicare le disposizioni specificamente rimesse al vaglio con i relativi profili di incostituzionalità, perché il Consiglio non ammette le cosiddette “saisines blanches”, ossia i rinvii in bianco volti a chiedere al Consiglio il suo parere sulla costituzionalità di una legge.
Questa dichiarazione ha destato scalpore anche con riferimento al merito, perché non solo con essa il Presidente del Consiglio ha anticipato la posizione che l’organo avrebbe adottato su un futuro ricorso venendo meno al suo obbligo di riservatezza, ma soprattutto perché l’ha fatto sulla base di un argomento giuridico privo di fondamento nei testi normativi relativi alla procedura così come nella giurisprudenza del Consiglio stesso. Se, infatti, l’obbligo di indicazione della norma oggetto e dei profili di incostituzionalità sussiste per le ordinanze di rinvio delle QPC, in sede di controllo incidentale, nessuna disposizione in tal senso esiste in merito al controllo preventivo, né il Consiglio ha mai rigettato un ricorso per carenza di motivazione, tanto più che egli può (e deve, per come è concepito il controllo a priori, volto a conferire un attestato di costituzionalità alla legge integralmente intesa) sollevare d’ufficio eventuali profili di incostituzionalità e estendere il proprio controllo anche alle disposizioni non espressamente indicate nel rinvio.
In ogni caso, grazie probabilmente ai contatti informali tra l’Eliseo e rue de Montpensier, il rinvio del Presidente della Repubblica ha tolto dall’imbarazzo i giudici costituzionali, rimettendo loro un ricorso motivato, seppur ai minimi termini, che al tempo stesso difende la bontà dell’operato del legislatore. Il Presidente della Repubblica, infatti, apre sottolineando che «la conciliazione tra la salvaguardia degli interessi fondamentali della Nazione [...] e la protezione dei diritti e libertà costituzionalmente garantiti», che era al centro del progetto di legge presentato dal governo, è stata mantenuta dal parlamento, che ha addirittura «arricchito le garanzie legali di tali diritti e libertà, e in particolare del diritto al rispetto della vita privata». Quindi, il Presidente richiama i contenuti principali del testo e di alcune disposizioni in particolare, per formulare infine la sua istanza di controllo, con l’indicazione espressa di alcuni articoli e dei parametri costituzionali invocati, che sono: il diritto alla tutela della vita privata, la libertà di comunicazione e il diritto a un ricorso giurisdizionale effettivo.
Con la decisione n. 2015-713 DC, il Consiglio ha esaminato le disposizioni indicate, oltre che nel ricorso presidenziale, nei rinvii presentati rispettivamente da 60 deputati e dal Presidente del Senato, dichiarando incostituzionali alcune modifiche al codice della sicurezza interna e a quello di giustizia amministrativa previste agli articoli 2, 6 e 10 della legge.
In particolare, e veniamo così all’altro profilo di interesse sopra menzionato, il Consiglio ha censurato le disposizioni che prevedevano una procedura d’“urgenza eccezionale”, la quale consentiva il ricorso a tecniche di sorveglianza senza la previa autorizzazione del Primo ministro o dei suoi collaboratori abilitati al segreto di stato e senza il parere della Commissione nazionale di controllo, che è l’organo istituito per vigilare sul rispetto delle garanzie legali nell’esercizio delle tecniche di sorveglianza e intelligence.
In secondo luogo, il Consiglio ha dichiarato incostituzionali le disposizioni in materia di sorveglianza internazionale in quanto non definivano in maniera sufficiente le condizioni di utilizzo, di conservazione e di distruzione dei dati acquisiti.
Infine, il Consiglio ha sollevato d’ufficio il profilo di incostituzionalità che colpiva una disposizione di natura fiscale, che deve ritenersi riservata alla legge finanziaria.
Al di là di queste censure, il Consiglio ha validato l’impianto globale della legge, considerando che le limitazioni del diritto alla vita privata, della libertà di comunicazione e del diritto ad un ricorso effettivo operate dalla legge in nome dell’interesse alla pubblica sicurezza soddisfacessero il principio di proporzionalità.
In particolare, i giudici costituzionali hanno rigettato il profilo di incostituzionalità fondato sull’eccessiva ampiezza dell’ambito di applicazione delle tecniche di informazione e sorveglianza. La legge prevede infatti che tali tecniche possano essere impiegate per perseguire un largo ventaglio di finalità, che va dalla prevenzione del terrorismo alla tutela degli interessi economici, industriali e scientifici della Francia; dalla prevenzione della diffusione di armi di distruzione di massa alla prevenzione degli attacchi alla forma repubblicana della Francia; dalla difesa nazionale alla prevenzione delle “violenze collettive” (art. 2 della legge, che modifica l’articolo 811-3 del Codice di sicurezza interna). Tali finalità, a detta dei deputati ricorrenti e di diverse organizzazioni non lucrative che hanno reso pubblici i loro dossier inviati in qualità di amicus curiae, sarebbero troppo vaghe e comporterebbero una violazione sproporzionata dei diritti e delle libertà in questione, anche aprendo a possibili sorveglianze di massa, arbitrarie o fondate su finalità politiche. Il Conseil non ha però accolto questo profilo di censura, considerando, da un lato, che le suddette finalità risultano sufficientemente determinate e, dall’altro, che per la loro natura le tecniche di sorveglianza istituite e disciplinate dalla legge oggetto di censura sono rivolte esclusivamente alla prevenzione di infrazioni e non possono in alcun caso essere utilizzate per constatare la commissione di reati o ricercare e perseguire i loro autori (cons. 7).
Ancora, il Consiglio non ha nemmeno accolto le censure riguardanti la composizione e i poteri dell’organo di garanzia nell’esercizio delle attività di sorveglianza, la “Commissione nazionale di controllo delle tecniche di raccolta di informazioni”, che a detta dei deputati ricorrenti non sarebbe sufficientemente indipendente dal potere esecutivo né adeguatamente competente in materia di utilizzo di tecnologie per la raccolta e il trattamento dei dati e che, soprattutto, non sarebbe dotata dei poteri di controllo e sanzione necessari per costituire una garanzia effettiva. (Anna Maria Lecis)


FRANCIA – Il nuovo regolamento del Senato prevede pesanti sanzioni finanziarie in caso di assenteismo dei senatori

Il 13 maggio il Senato ha approvato una risoluzione recante modificazioni al proprio regolamento interno che prevede, tra i suoi contenuti principali, delle disposizioni volte a reprimere il fenomeno dell’assenteismo in aula. Le nuove disposizioni del regolamento, in vigore dal 1° ottobre,  prevedono infatti sanzioni pecuniarie importanti in esecuzione delle quali i senatori assenteisti potranno vedersi decurtate la propria indennità di funzione (pari a 1420 euro mensili) e l’indennità rappresentativa delle spese di mandato (IRFM, pari a circa 6000 euro mensili) di somme pari al 100% della prima e al 50% della seconda.
L’assenza, nel corso di uno stesso trimestre, a più della metà dei voti solenni, ovvero a più della metà delle riunioni di commissione del mercoledì mattina, o ancora a oltre la metà delle sedute di domande al governo, comporterà la decurtazione del 50% dell’indennità di funzione. Tale sanzione è portata al 100% nel caso in cui le assenze interessino tutt’e tre le categorie sopraindicate, nel qual caso si avrà anche una decurtazione della metà dell’IRFM, l’indennità per le spese di mandato.
Il Consiglio costituzionale, nella decisione n. 2015-712 DC con la quale si è pronunciato in via obbligatoria ai sensi dell’art. 61 Cost. sulla conformità alla Costituzione della modifica del regolamento, ha dichiarato conformi tali disposizioni, emettendo però una riserva volta ad assicurare che non possa essere considerato assente ad un voto il senatore che abbia esercitato la facoltà di delega, dal momento che tale possibilità è prevista dall’art. 27 della stessa Costituzione. (Anna Maria Lecis)


FRANCIA – Prima applicazione da parte di un giudice di merito del parere della Cassazione sull’adozione del figlio avuto con PMA

La Corte di appello di Aix-en-Provence ha pronunciato l’adozione piena di un bambino nato tramite procreazione medicalmente assistita (PMA) da parte della moglie della madre naturale. I giudici d’appello, riformando la sentenza del tribunale di primo grado che, nel giugno dell’anno precedente, aveva rifiutato di riconoscere l’adozione perché la procreazione era avvenuta “in frode alla legge”, hanno ritenuto che debba essere riconosciuto il doppio legame genitoriale della coppia nei confronti del figlio, in quanto quest’ultimo sarebbe stato «il frutto di un progetto genitoriale tra la madre [biologica] e la sua compagna», divenuta poi sua moglie.
Si tratta di una decisione degna di nota poiché costituisce la prima pronuncia giurisdizionale in materia di adozione del figlio nato tramite PMA da parte della moglie della madre biologica che si registra dall’indomani dei due pareri della Corte di cassazione del 22 settembre 2014 sul punto.
Dall’entrata in vigore della legge sul mariage pour tous, che prevede espressamente la possibilità di step-child adoption all’interno delle coppie omosessuali, si era aperta infatti una fase di incertezza giuridica sulla possibilità di adozione del figlio nato tramite PMA, poiché la legge non aveva disciplinato espressamente tale ipotesi.
Mentre oltre una ventina di tribunali si erano pronunciati in maniera favorevole  (a cominciare dal TGI di Lille il 14 ottobre 2013, seguito dai tribunali di Marsiglia, Tolosa, etc.), i tribunali di Versailles e di Aix-en-Provence, con due pronunce rispettivamente del 29 aprile e del 30 giugno 2014, avevano invece opposto un diniego a tale adozione, ritenendola in frode alla legge che vieta il ricorso alla PMA alle coppie di donne. In questa situazione di incertezza giuridica, la Cassazione si era pronunciata in via consultiva a seguito della richiesta di un parere da parte dei tribunali di Poitiers e Avignone. In due pareri del 22 settembre (nn. 15010 e 15011) la Corte suprema francese aveva affermato che «il ricorso alla procreazione assistita, nella forma dell’inseminazione artificiale con donatore anonimo, all’estero non costituisce un ostacolo alla pronuncia dell’adozione, da parte della coniuge della madre, del figlio nato da tale procreazione».
Questo parere avrebbe dovuto mettere fine all’incertezza sul punto poiché, sebbene i pareri della Cassazione in sede consultiva non siano vincolanti, né per i giudici rimettenti né tantomeno per gli altri, essi possono difficilmente essere ignorati nell’interpretazione giudiziaria.
Ed infatti la Corte di appello di Aix-en-Provence, seguita dalla Corte di appello di Versailles, si è pronunciata secondo l’orientamento confermato dalla Cassazione.
Sebbene la legislazione francese vieti il ricorso alla procreazione assistita da parte delle coppie di persone dello stesso sesso, i giudici di appello hanno fondato la decisione sulla direttiva europea del 2011 che «pone il principio della libera circolazione per i trattamenti sanitari che i cittadini europei possono ricevere all’estero», nel caso di specie in Spagna.
Rimane aperta, invece, la questione dell’adozione a seguito di GPA, la c.d. “gestazione per altri” o surrogazione di maternità, dal momento che i pareri della Cassazione si limitano alla procreazione «nella forma dell’inseminazione artificiale». (Anna Maria Lecis)

GIAPPONE – L’elettorato attivo passa da 20 a 18 anni d’età

Il 17 giugno 2015 la Camera dei consiglieri ha approvato in via definitiva la proposta di legge che abbassa al diciottesimo anno d’età la soglia per l’esercizio dell’elettorato attivo. La legge (n. 43 del 2015) entrerà in vigore il 19 giugno 2016 e sarà applicata per la prima volta in occasione del rinnovo della Camera alta della Dieta, la Camera dei consiglieri. La modifica riguarderà circa 2,4 milioni di persone che andranno quindi ad aggiungersi ai quasi 104 milioni di elettori attuali.

La proposta di modifica era stata presentata nel marzo scorso tramite un’iniziativa congiunta del Partito liberaldemocratico e del New Komeito con le principali forze di opposizione. Già nel 2014, la legge che disciplina per la prima volta le modalità di svolgimento di eventuali referendum costituzionali aveva abbassato l’età per l’esercizio dell’elettorato attivo a 18 anni. Si assisteva quindi ad una incongruenza: i cittadini tra i 18 e i 20 anni avrebbero potuto votare per un eventuale referendum costituzionale ma non per il rinnovo della Dieta e per le elezioni amministrative. L’ultima volta che in Giappone è stata modificata l’età per poter esercitare il diritto di voto risale al 1946, quando l’elettorato attivo passò da 25 a 20 anni e furono ammesse al voto le donne. Secondo le ultime statistiche, il 90% dei paesi al mondo ha attualmente fissato l’elettorato attivo a 18 anni. (Giacomo Mannocci)


INDIA Approvato il 100° emendamento alla Costituzione relativo all’acquisizione di alcuni territori appartenenti al Bangladesh

A conclusione di un lungo percorso, il 28 maggio 2015 il Presidente dell’India, Pranaab Mukherjee, ha firmato il centesimo emendamento alla Costituzione indiana che era stato approvato dal Parlamento (Bhāratīya Sansada) il 7 maggio. L’emendamento ha reso efficace il trasferimento di alcuni territori (elencati nell’allegato all’emendamento) stabilito nell’Accordo tra il Governo indiano e quello del Bangladesh firmato il 16 maggio 1974 e successivamente seguito dalla redazione e approvazione di un Protocollo, allegato all’Accordo, firmato il 6 settembre 2011. Tale Accordo richiedeva la ratifica dei Parlamenti di entrambi i Paesi contraenti, e, mentre il Bangladesh aveva provveduto sin dal 1974, l’India soltanto adesso è riuscita a procedere alla ratifica. L’approvazione di tale emendamento alla Costituzione indiana chiude così una lunga vicenda di divisione dei territori tra i due Stati. Infatti, India e Bangladesh condividono più di 4.000 km di confini vicino ai quali si trovavano numerose enclave, di cui 102 erano quelle indiane in territorio bengalese e 71 quelle bengalesi in territorio indiano. Tale situazione ha sempre determinato un forte disagio per le popolazioni ivi residenti, considerata la loro separazione dal Paese di cui avevano la cittadinanza. (Andrea Macchiavello)


IRLANDA – Un referendum introduce in Costituzione il matrimonio tra persone dello stesso sesso

Il 22 maggio 2015 i cittadini irlandesi hanno votato a favore della legalizzazione del matrimonio tra persone dello stesso sesso. I voti favorevoli sono stati a livello nazionale il 62,1%, con punte di oltre il 70% in alcune città come Dublino. Il quesito referendario, posto agli oltre 3,2 milioni di irlandesi aventi diritto di voto, aveva come oggetto la modifica dell’art. 41 della Costituzione, che disciplina la famiglia e il matrimonio.. Il testo costituzionale, a seguito dell’emendamento, prevede ora che «il matrimonio può essere contratto secondo i termini di legge da due persone senza distinzione di sesso».
L’Irlanda è diventato così il quattordicesimo paese in Europa ed  il ventiduesimo paese al mondo a legalizzare il matrimonio tra persone dello stesso sesso. Il caso irlandese riveste però particolare importanza in quanto, per la prima volta, il voto favorevole avviene con una riforma costituzionale approvata mediante il voto popolare.
Nel 2010 era già stata approvata in Irlanda una legge per le unioni civili modificata nell’aprile del 2015 dal Children and Family Relationships Bill. L’equiparazione fra matrimonio eterosessuale ed omosessuale contenuta nell’emendamento costituzionale consentirà alle coppie omosessuali sposate di godere degli stessi diritti di quelle eterosessuali anche su temi che non erano disciplinati dalla normativa sulle unioni civili come, ad esempio, il diritto a separarsi giuridicamente. (Adolphe Hatungimana)


KAZAKISTAN − Il Consiglio costituzionale dichiara l’illegittimità di una legge che vieta campagne informative sulle unioni omosessuali

Il 18 maggio il Consiglio costituzionale ha dichiarato illegittima una legge che avrebbe  vietato la diffusione di materiale informativo tra i minori sulle relazioni omosessuali; la dichiarazione di incostituzionalità è intervenuta prima che il Presidente Nazarbayev promulgasse il testo. Ai sensi dell’art. 72 della Costituzione, il Consiglio costituzionale può, infatti, su richiesta del Presidente della Repubblica, dei presidenti delle due camere o di un 1/5 dei membri del parlamento giudicare la conformità a costituzione di un testo di legge, prima che questo venga firmato dal Presidente; a tale controllo preventivo si affianca una forma di controllo successivo, ma la possibilità di adire il Consiglio costituzionale resta comunque circoscritta ai soggetti sopra indicati.
La legge, approvata dal Parlamento a febbraio, sul modello della legge antipropagandistica russa del 2012, è stata censurata per la vaghezza nella formulazione dei divieti; i giudici costituzionali hanno affermato inoltre che la materia potrà essere oggetto di un nuovo intervento normativo da parte del Parlamento.
Nella stesura della sentenza, i giudici potrebbero aver tenuto conto della candidatura presentata dalla città di Almaty per le Olimpiadi invernali del 2022; il Comitato olimpico internazionale dopo quanto accaduto a Sochi nel 2014, dove vi furono numerose manifestazioni di protesta contro la sopra citata legge federale russa, ha introdotto una norma che vieta esplicitamente qualsiasi forma di discriminazione sessuale o razziale. Dunque ciò che più preoccupa organizzazioni internazionali come Human Rights Watch è il fatto che, se la città kazaka non dovesse venire scelta come sede dei Giochi olimpici, Nazarbayev potrebbe presentare in Parlamento un nuovo testo di legge che riproduca il contenuto di quello censurato dal Consiglio costituzionale.
Sebbene la condotta omosessuale sia stata depenalizzata in Kazakistan nel 1988, la situazione delle persone LGBT non è certo definibile soddisfacente nel paese centroasiatico. Ad esempio, il diritto di cambiamento di sesso è  riconosciuto ai transessuali solo una volta completate tutte le operazioni di modifica dei connotati sessuali. Più in generale alle coppie formate da persone dello stesso sesso non viene fornito alcuna forma di riconoscimento giuridico, ma oltre a non ottenere un riconoscimento giuridico, i soggetti LGBT in Kazakistan non ricevono protezione nemmeno dagli atti di violenza o di discriminazione di cui sono quotidianamente oggetto. (Marco Antonio Simonelli)


KENYA – L’Alta corte riconosce il diritto di associazione ai gruppi LGBT

Il 24 aprile l’Alta Corte ha riconosciuto ai gruppi LGBT il diritto di fondare associazioni legalmente riconosciute come ONG. Il riconoscimento rappresenta una vittoria significativa per le persone omosessuali e transgender che si erano viste negare tale diritto per lungo tempo.
La decisione trae origine da un ricorso presentato nel 2013 dalla National Gay and Lesbian Human Rights Commission dopo che la sua richiesta di essere formalmente riconosciuta come ONG era stata rigettata per cinque volte da parte del Non-Governmental Organizations Coordination Board (in seguito: Board), l’organo incaricato di vagliare tali richieste. Nel giustificare tale scelta il Board aveva richiamato in particolare gli artt. 162, 163 e 165 del codice penale che criminalizza le relazioni omosessuali.
L’Alta Corte ha tuttavia giudicato tale diniego in contrasto con l’art. 36 della Costituzione che sancisce la libertà di associazione e con l’art. 27 relativo al diritto di uguaglianza.
I giudici hanno inoltre affermato che il mancato riconoscimento dei gruppi LGBT costituisce una violazione dei valori e principi nazionali affermati all’art. 10 della Costituzione che annovera «la dignità umana, l’equità, la giustizia sociale, l’inclusione, l’uguaglianza, i diritti umani, la non discriminazione e la protezione dei soggetti marginalizzati», e hanno richiamato anche l’art. 259, c. 2 della Costituzione che sancisce che il testo costituzionale deve essere interpretato in modo da permettere l’affermazione dei diritti umani e delle libertà fondamentali stabiliti nel catalogo dei diritti.
I giudici hanno quindi rigettato le argomentazioni del Board, il quale aveva giustificato il suo rifiuto ad autorizzare legalmente il riconoscimento della National Gay and Lesbian Human Rights Commission con il fatto che essa non perseguiva scopi caritatevoli. La Corte ha tuttavia messo in luce che nessuna disposizione del Non-Governmental Organisations Co-Ordination Act prevede come condizione necessaria per ottenere tale riconoscimento il perseguimento di soli scopi caritatevoli e ha sottolineato invece come numerose ONG siano attive nel campo della difesa e promozione dei diritti umani. (Tania Abbiate)


LUSSEMBURGO – Referendum su alcune proposte riguardanti l’elaborazione di una nuova Costituzione

Il 7 giugno 2015 gli elettori del Lussemburgo sono stati chiamati ad esprimersi, mediante referendum, su alcune proposte riguardanti la redazione di una nuova Costituzione. Il testo costituzionale vigente prevede, all’art. 51, che i cittadini possano essere chiamati a pronunciarsi nei casi e alle condizioni previste dalla legge.
La materia è attualmente regolata nel dettaglio dalla legge relativa ai referendum nazionali del 4 febbraio 2005 e dalla legge elettorale del 18 febbraio 2003. Le disposizioni in vigore, oltre a prevedere le modalità di convocazione e svolgimento del referendum, contengono significative norme sul carattere obbligatorio della partecipazione alla consultazione referendaria: è infatti previsto che gli elettori impossibilitati a prendere parte alla votazione presentino una valida giustificazione, in mancanza della quale sono condannati a una multa compresa tra i 100 e i 250 euro, elevata a una cifra tra i 500 e i 1.000 euro in caso di recidiva entro i 5 anni dalla precedente condanna.
I quesiti posti agli elettori lussemburghesi sono stati previsti da un’apposita legge approvata il 27 febbraio 2015. Il testo elenca le tre domande contenute nella scheda elettorale. La prima questione riguardava l’opportunità di abbassare l’età per l’esercizio del diritto di voto attivo per la Camera dei deputati, il Parlamento europeo e le elezioni comunali dai 18 ai 16 anni. La seconda domanda concerneva la possibilità di estendere il diritto di voto attivo per la Camera dei deputati agli stranieri che risiedessero in Lussemburgo da almeno 10 anni e che avessero in precedenza partecipato alle elezioni comunali o europee. Con il terzo e ultimo quesito si chiedeva invece agli elettori di esprimersi sulla proposta di limitare il numero dei mandati che un membro del Governo può svolgere in maniera consecutiva fino ad un massimo di 10 anni.
Tutte e tre le proposte hanno incontrato il parere negativo dell’elettorato: per il primo quesito i voti positivi hanno di poco superato il 19% dei voti validi, per il secondo sono stati circa il 22% e per il terzo hanno raggiunto il 30%. Occorre precisare che il risultato referendario non vincola il legislatore nella sua futura attività. Nondimeno, la Commission des Institutions et de la Revision Constitutionnelle, organo parlamentare che si occupa della redazione delle proposte di revisione costituzionale, nell’ultimo texte coordonné proposto il 30 giugno non ha inserito le disposizioni oggetto di voto contrario da parte del popolo. (Giammaria Milani)


MADAGASCAR – La Haute Cour Constitutionelle respinge la messa in stato d’accusa del Presidente della Repubblica

Il 26 maggio l’Assemblea nazionale ha votato l’impeachment del Presidente della Repubblica, Hery Rajaonarimanpianina, sulla base di molteplici capi d’accusa.
Sulla base dell’art. 131 della Costituzione la richiesta di destituzione del Presidente avrebbe dovuto essere trasmessa all’Haute Cour de Justice (v. Palomar n. 61). Tuttavia, ai sensi della disposizione transitoria di cui all’art. 167 della Costituzione, il Presidente della Repubblica aveva a disposizione un termine di 12 mesi dal suo insediamento (avvenuto a gennaio di quest’anno) per invitare tutte gli organi costituzionali competenti a nominare i rispettivi giudici della HCJ e, ad oggi, questo non era stato ancora fatto.
La composizione dell’Haute Cour de Justice è mista, prevedendosi la partecipazione di cinque membri togati e di sei laici; questi ultimi nominati, per un terzo ciascuno dall’Assemblea nazionale, dal Senato e dall’Alto Consiglio per la Difesa della Democrazia e dello Stato di diritto (v. Palomar n. 61).
Non essendosi ancora formata l’HCJ, pertanto, si è dovuta fare applicazione del secondo comma dell’art. 167 della Costituzione, il quale prevede che la competenza a giudicare sui reati presidenziali spetti «exceptionnellement» alla Haute Cour Constitutionelle.
Sulla base dell’art. 131 della Costituzione, il Presidente della Repubblica non è responsabile degli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni tranne che nei casi di alto tradimento, di violazione grave o ripetuta della Costituzione e di mancanza nello svolgimento dei suoi doveri tale da essere «manifestamente incompatibile con l’esercizio del suo mandato».
Le quattro, diverse, fattispecie costituzionali di responsabilità presidenziale, tuttavia, sono state utilizzate, dall’organo accusante, come un’unica formula generale, all’interno della quale ricomprendere comportamenti del Presidente non sempre riconducibili alle fattispecie costituzionali previste.
Rajaonarimanpianina, infatti, è stato accusato di: a) aver attentato alla laicità dello Stato; b) alto tradimento; c) mancata promulgazione o promulgazione tardiva delle leggi; d) mancata messa in funzione dell’HCJ; e) non aver dissolto la commissione elettorale esistente e mancando così all’art. 5 comma 2 della Costituzione; f) mancato rispetto dell’art. 39 Cost. (che prescrive la neutralità politica dell’amministrazione); g) violazione del principio di separazione dei poteri dello Stato.
L’HCC, tuttavia, nella sua sentenza replica ad ogni singola allegazione, dimostrandone la mancanza di fondamento giuridico o, addirittura, la palese pretestuosità delle accuse.
La sentenza termina con un invito, rivolto a tutti gli organi coinvolti nella vicenda e alle forze politiche, a collaborare nell’«interesse superiore della Nazione».
Come nota ancora il giudice costituzionale, attraverso una crisi istituzionale «majeure» si stanno indebolendo le «fondamenta dello Stato» anziché seguire la strada aperta con il varo della Quatrième République, cioè il rispetto e la collaborazione tra il potere esecutivo e legislativo, all’interno di un modello costituzionale di tipo «semi-présidentiel, caractérisé par la séparation souple (…)». (Francesco Campodonico)


MESSICO – La Corte suprema dichiara l’illegittimità costituzionale delle norme che impediscono il matrimonio tra persone dello stesso sesso

La Corte suprema messicana, il 3 giugno 2015, con sentenza n. 43/2015 ha dichiarato l’illegittimità costituzionale di qualsiasi norma statale che vieti il matrimonio tra persone dello stesso sesso. La Corte, infatti, ha rammentato come il matrimonio non possa essere inteso esclusivamente come l’unione tra un uomo ed una donna e come la finalità di quest’ultimo non sia la procreazione ma la «protección de la familia como realidad social».
La sentenza avrà un notevole impatto visto che sinora i matrimoni tra persone dello stesso sesso erano possibili solo, a dar data dal 2010, nel Distretto Federale e negli Stati di Coahuila e  Quintana Roo (vedi Palomar n. 41 e n. 43). (Cristina Ottonello)


MOZAMBICO – Con l’entrata in vigore del nuovo codice penale gli omosessuali non saranno più sottoponibili alle misure di sicurezza

Il 29 giugno 2015, trascorsi i 180 giorni previsti di vacatio legis (il testo era stato pubblicato sulla gazzetta ufficiale il 31 dicembre 2014), è entrato in vigore il nuovo codice penale.
Il nuovo testo, tra le altre novità, non contempla più le previgenti disposizioni volte alla criminalizzazione dei rapporti omosessuali, in precedenza definiti “contro natura”.
Il previgente codice penale, del 1886, risalente all’epoca della dominazione coloniale portoghese, infatti, all’art. 71, prevedeva l’applicazione di misure di sicurezza (consistenti nella reclusione in case di lavoro o in colonie agricole, nella libertà vigilata, nell’obbligo di fornire un “pegno di buona condotta” e/o la decadenza dalla pratica di una professione) anche nei confronti di «aos que se entreguem habitualmente à pratica de vícios contra a natureza», ovvero chi si dedicasse abitualmente alla pratica di vizi contro la “natura”.
Nonostante la completa depenalizzazione delle condotte “contro natura”, la strada per l’inclusione sociale delle persone omosessuali in questo Paese pare ancora lunga. (Francesco Campodonico)


PAPUA NUOVA GUINEA – Approvate le linee guida per una maggiore applicazione della pena di morte

Il 21 febbraio 2015 il Governo della Papua Nuova Guinea ha approvato delle linee guida per rafforzare l’impiego della pena di morte; innanzitutto è stato istituito un comitato interministeriale per monitorare l'applicazione della pena di morte e sono state precisate modalità di esecuzione: impiccagione, l'iniezione letale e fucilazione. Le esecuzioni saranno effettuate in un’unica struttura costruita nei pressi della capitale Port Moresby.
La pena di morte era stata abolita in Papua Nuova Guinea nel 1970 durante l’Amministrazione australiana, ma è stata reintrodotta nel 1991, sedici anni dopo l’indipendenza. Tuttavia, nessuna esecuzione è stata effettivamente eseguita. Nel 2013, il Governo ha annunciato che avrebbe ripreso ad eseguire le pene di morte in risposta all’aumento di crimini violenti, quali gli omicidi e i reati di natura sessuale. Sempre nel corso del 2013, il Parlamento ha approvato una modifica al codice penale, ampliando le fattispecie di reato per le quali è prevista la pena di morte: stupro aggravato e rapina. Secondo fonti governative, all’inizio del febbraio 2015, erano 13 le persone in attesa di essere sottoposte ad esecuzione capitale ed è stato assicurato che saranno tutte giustiziate entro la fine dell’anno. (Giacomo Mannocci)



PORTOGALLO – Il Tribunal de Contas interviene sul bilancio interno del Tribunal Constitucional

Il 21 aprile 2015 è stato pubblicato, sul sito del Tribunale dei Conti, il relatório n. 6/2015, intitolato «Auditoria ao Tribunal Constitucional, Ano 2013».

Il Tribunal de Contas (di seguito TdC) rientra, secondo la Costituzione (art. 209, c. 1), nell’elenco dei Tribunali dello Stato ed è qualificato come «l’organo supremo di controllo della legalità delle spese pubbliche e del giudizio sui conti che gli sono sottoposti» (art. 214, c. 1).
Il TdC è composto dal presidente e da 16 giudici, di cui – si prevede – deve essere assicurata l’imparzialità. Il Presidente del Tribunale è nominato dal Presidente della Repubblica (art. 133 Cost.) su proposta del Governo; gli altri giudici sono reclutati tramite concorso pubblico.
Il dettaglio delle competenze e del funzionamento del Tribunale è previsto dalla Lei de Organização e Processo do Tribunal de Contas (LOPTC), approvata con la lei n.º 98/97. Ai sensi dell’art. 2 di questa legge, il TdC è competente a sindacare, mediante l’attività di controllo finanziario e di controllo giurisdizionale, i bilanci degli organi che fanno parte del settore pubblico amministrativo (Sector Público Administrativo, SPA), del settore delle imprese pubbliche (Sector Público Empresarial, SPE) e, in generale, di tutti gli organi che gestiscono o utilizzano denaro pubblico.
I suoi poteri di controllo sono di tipo preventivo, successivo o concomitante, con riferimento al momento in cui avviene la gestione o la spesa del denaro pubblico nelle entitades pubbliche, purché soggette a controllo.
Nell’ambito del controllo a posteriori il TdC ha, tra gli altri, il potere di realizzare una auditoria de contas (ovvero l’attività definita di audit) con lo scopo di effettuare una verifica dei rispettivi sistemi di controllo interni, stimandone legalità, efficacia ed efficienza della gestione finanziaria; nonché un controllo del bilancio “in senso stretto”, ovvero la verifica di ogni singola spesa effettuata e della sua legittimità.
Il risultato del suo controllo è trasmesso, se inerente all’attuazione del bilancio generale dello Stato, al Parlamento e, per conoscenza, è trasmesso al Pubblico Ministero, il quale può così valutare l’esercizio di un’eventuale azione di responsabilità finanziaria innanzi allo stesso Tribunale (davanti alla terza Sezione; a svolgere l’audit, infatti, è la seconda Sezione).
Il rélatorio di cui qui si discute costituisce la pubblicazione (gli atti di indagine del TdC sono soggetti a pubblicità) degli atti del processo n. 19/14-AUDIT, che ha permesso, per la prima volta nella storia dell’istituzione, di raccogliere le informazioni necessarie, di analizzare il bilancio del Tribunal Constitucional (TC) per l’anno 2012 e 2013 e di rendere un giudizio sfavorevole sia per quanto riguarda il sistema di controllo interno all’organo sia per quanto riguarda il bilancio del Tribunale.
Le 245 pagine del dossier, che contengono sia l’auditoria del Tribunale sia le risposte dei vari soggetti interpellati (tra cui il Presidente del
Tribunal Costitucional, gli ex Presidenti e il Segretario generale), ruotano attorno ad un nodo ermeneutico fondamentale: l’autonomia amministrativo-finanziaria del Tribunal Costitucional.
La Lei de Organização, Funcionamento e Processo do TC (o LOFPTC), ovvero la lei n. 28/82, come più volte modificata, dispone, all’art. 5, che il TC è dotato di «autonomia amministrativa e di un bilancio proprio, da contarsi tra le spese generali della Nazione nel bilancio dello Stato». Questa formulazione non contempla espressamente anche «l’autonomia finanziaria» del TC, parlando solo di autonomia amministrativa e di bilancio proprio.
Ciò ha dato origine alla controversia interpretativa che resta il grande nodo irrisolto di tutta la vicenda.
Mentre il consiglio amministrativo (conselho administrativo) del TC, che è formato dal Presidente, da due giudici, dal Segretario generale, e dal dirigente dell’ufficio bilancio, ritiene implicito il riconoscimento dell’autonomia “anche finanziaria” (che sottrarrebbe il TC dal controllo del TdC) sulla base dell’espressa menzione del bilancio proprio e del combinato disposto tra l’art. 5 e 47-A e 47-F (che disciplinano il modo di formazione del bilancio del TC) della LOFPTC, al contrario, il TdC sostiene che, sulla base della lei n. 8/90, ovvero la legge generale in materia di contabilità pubblica, possa parlarsi di «autonomia amministrativa e finanziaria» solo in presenza di entrambi i requisiti legali e che, peraltro, al TC manchi un controllo interno indipendente; compito che, evidentemente (almeno nell’interpretazione del Tribunal de Contas), deve essere riservato allo stesso TdC.
Ancora, il consiglio amministrativo del TC obietta che la Costituzione riserva al giudice costituzionale una posizione di assoluta autonomia e indipendenza da ogni altro potere e che sarebbe «incongruente e contrario al principio di unità del sistema giuridico» che il TC fosse equiparato ad uno qualunque dei “semplici” servizi centralizzati dello Stato. A questa posizione il TdC risponde sottolineando il fatto che «l’importanza o l’indipendenza funzionale dell’ente non sono criteri previsti dalla legge sulla contabilità pubblica».
Quale sia l’interpretazione “corretta” da dare alle disposizioni indicate resta incerto, ma la disputa tra i due Tribunali è di sicuro interesse costituzionale in quanto sono posti in gioco valori costituzionali ritenuti “classici”, come l’autonomia sia amministrativa che finanziaria del giudice costituzionale. Per ora, infatti, il rélatorio è stato reso pubblico e notificato al Presidente della Repubblica, al Presidente dell’Assemblea nazionale, al Primo ministro nonché alla Procura generale presso il Tribunal de Contas.
I possibili sviluppi della vicenda sono, anch’essi, di notevole interesse in quanto, se la Procura dovesse procedere nei confronti del consiglio amministrativo del TC, ci sarebbe da domandarsi se il TdC potrebbe giungere ad una pronuncia di condanna dei membri del conselho administrativo. A ben vedere, tuttavia, anche a fronte di una condanna, gli interessati potrebbero comunque ricorrere al TC (sulla base dell’art. 280, c. 1 e 2), che diverrebbe, così, giudice “in causa sua”. (Francesco Campodonico)


REGNO UNITO La Court of Appeal ha stabilito che la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea ha effetti diretti orizzontali

La Court of Appeal del Regno unito ha stabilito con due recenti sentenze che la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea
d’ora innanzi, Carta di Nizza ha effetti diretti orizzontali, imponendo la disapplicazione della normativa interna contrastante con essa.
La sentenza Benkarbouche v. Sudanese Embassy [2015] EWCA Civ 33, emanata il 5 febbraio 2015, ha avuto ad oggetto il contrasto tra l’art. 47 della Carta di Nizza e la section 16(1)(a) dello State Immunity Act (1978) (SIA) ed ha stabilito che la disposizione da ultimo citata, che conferiva alle ambasciate un’immunità dalle cause di lavoro, dovesse essere disapplicata dal giudice in quanto in contrasto con il citato art. 47 che garantisce il diritto ad un ricorso effettivo e ad un giudice imparziale.
Il caso riguardava le signore Benkarbouche e Janah che avevano lavorato come cuoche rispettivamente per le ambasciate della Repubblica del Sudan e della Libia a Londra e
dopo essere state licenziate intentavano causa alle stesse lamentando diverse violazioni della disciplina lavoristica. In particolare, ai datori di lavoro veniva contestato il mancato rispetto della normativa concernente il minimo salariale ed il rispetto delle ore di lavoro. Entrambi i convenuti resistevano in giudizio affermando che il SIA conferiva loro un’immunità dalla giurisdizione inglese.
La Corte ritiene incontestabile la citata interpretazione del SIA, tuttavia si domanda se siffatte disposizioni siano compatibili con l’art. 6 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo e con l’art. 47 della Carta di Nizza. È appena il caso di ricordare che l’art. 6 CEDU garantisce il diritto ad un equo processo, che non può essere disgiunto dal diritto di agire in giudizio per chiedere la tutela dei propri diritti (si veda, ex plurimis: Golder v. Regno Unito (1975)).
La Corte ritiene che le disposizioni del SIA che conferiscono la detta immunità alle ambasciate si pongano in contrasto con l’art. 6 CEDU. Tuttavia, ritiene di non poter emanare una dichiarazione d’incompatibilità tra la legislazione ordinaria citata e la CEDU stessa, in applicazione della section 4 dello Human Rights Act (1998).
Passa quindi ad analizzare la compatibilità tra il SIA e l’art. 47 della Carta di Nizza. In primo luogo, afferma che il citato art. 47 abbia il medesimo contenuto
ai fini della soluzione della controversia dell’art. 6 CEDU e che pertanto dalla affermata violazione del secondo si possa inferire la violazione del primo. In secondo luogo, afferma che una parte delle domande avanzate dalle attrici specificamente quelle inerenti il mancato rispetto della disciplina sull’orario di lavoro e sui minimi salariali (con esclusione quindi delle questioni inerenti la legittimità o meno dei licenziamenti) ricadano nell’ambito di applicazione della Carta, ai sensi dell’art. 51 della Carta stessa. In terzo luogo, si interroga sul rimedio opportuno per sanzionare siffatta violazione dell’art. 47; in particolare, si chiede se si debba riconoscere un effetto diretto orizzontale alle disposizioni della Carta, soluzione che condurrebbe alla disapplicazione della normativa interna contrastante con la Carta. Ritiene, alla luce della giurisprudenza della Corte di giustizia dell’Unione Europea, che siffatto effetto debba essere garantito tutte le volte in cui le disposizioni della Carta riflettano “principi generali del diritto dell’Unione”. Dal momento che ritiene che l’art. 47 ricada senza dubbio in tale categoria ne afferma la portata diretta in senso orizzontale.
La Corte, pertanto, deve affrontare un ultimo delicato passaggio, inerente la possibilità di disapplicare la normativa interna contrastante con la Carta stessa dal momento che tale scelta potrebbe comportare una lesione delle prerogative parlamentari, come affermato nella recente sentenza R (Chester) v. Secretary of State for Justice [2015] UKSC 63. In realtà, la Corte ritiene che a tale sentenza debba essere data una corretta interpretazione nel senso che essa si riferirebbe solamente alle ipotesi in cui il giudice, nel disapplicare la normativa interna, fosse chiamato ad effettuare delle scelte di natura discrezionale onde individuare la normativa applicabile al caso concreto, invadendo così l’area riservata al legislatore. Tuttavia, la Corte ritiene che nel caso di specie si ricada al di fuori di siffatte ipotesi in quanto la disapplicazione avrebbe il solo effetto di permettere la proposizione dei ricorsi da parte delle attrici ed al giudice non viene chiesta alcuna attività discrezionale. Pertanto, disapplica le sections 4(2)(b) e 16(1)(a) del SIA.
La sentenza Vidal-Hall v. Google Inc. [2015] EWCA Civ 311, emanata il 27 marzo 2015, ha dovuto risolvere lo stesso problema inerente la compatibilità di una norma interna con la Carta dei diritti fondamentali ed ha ottenuto una soluzione analoga a quella sopra citata.
Il caso di specie vedeva alcuni dipendenti di Google far causa all’impresa chiedendo il risarcimento dei danni causati dalla diffusione di dati personali. Il contrasto si poneva tra la section 13(2) del Data Protection Act (1998)
che limitava il risarcimento dei danni da stress al ricorrere di taluni specifici requisiti non presenti nel caso di specie e gli artt. 7 e 8 della Carta di Nizza che sanciscono il diritto al rispetto della vita privata e familiare ed il diritto alla riservatezza.
La Corte segue un iter logico e argomentativo sovrapponibile a quello sopra esposto e giunge a dichiarare che la normativa interna in contrasto con la Carta di Nizza deve essere disapplicata dal giudice, al fine di conferire un’efficacia diretta orizzontale alla Carta stessa.
Pare importante sottolineare che, nonostante l’attenzione ed il rispetto mostrati dalla Corte per il principio di sovereignty of Parliament, essa giunga ad affermare la disapplicazione della normativa interna contrastante con la Carta di Nizza. In secondo luogo, giova sottolineare che la Corte è riuscita a chiarire in quali ipotesi tale scelta possa essere effettuata, chiarendo il portato della sentenza Chester e precisando
come visto che la disapplicazione non deve condurre ad una scelta discrezionale del giudice nell’individuazione della normativa applicabile. (Andrea Perelli)


REPUBBLICA CENTRAFRICANA – Istituita la Cour Pénale Spéciale per i crimini contro l’umanità

Il 3 giugno 2015 il Capo dello Stato di transizione (État de transition) della Repubblica Centrafricana, Catherine Samba Panza, ha promulgato la loi organique n. 15.003, approvata il 23 aprile dal Consiglio nazionale di transizione (che esercita, in questa fase di transizione, il potere legislativo), con la quale è stata istituita la Cour Pénale Spéciale, incaricata di processare i responsabili dei crimini di guerra e dei crimini contro l’umanità commessi nella Repubblica Centrafricana a partire dal 2003.
Si tratta di un passo importante nel processo di riconciliazione nazionale, cominciato nel 2013 (v. Palomar n. 53) e volto a porre fine all’instabilità politica che ha afflitto il Paese a partire dal 2003 (v. Palomar n. 14). Mediante l’istituzione di questo tribunale speciale, le istituzioni centrafricane intendono combattere l’impunità diffusa, dovuta all’impossibilità materiale per le giurisdizioni ordinarie centrafricane di perseguire i crimini commessi sul territorio nazionale.
La Cour Pénale Spéciale sarà composta da 27 giudici, di cui 14 centrafricani e 13 provenienti da altri paesi. Essa avrà il compito di collaborare da un lato con le giurisdizioni ordinarie centrafricane e, dall’altro lato, con la Corte penale internazionale. (Francesco Gallarati)


SPAGNA – Un’altra sentenza del Tribunal Costitucional sul referendum per l’indipendenza della Catalogna

Le vicende relative alla Catalogna e al referendum indetto affinché la popolazione locale potesse esprimersi in merito all’indipendenza della Comunita autonoma sono state affrontate in piu occasioni in questa sede (v. Palomar n. 56-57, 58-59, 60 e 61). Ancora una volta il Tribunale costituzionale spagnolo si pronuncia sulla vicenda e in questa occasione lo fa per dichiarare incostituzionali le attività realizzate dalla Generalitat (cioè dal Governo catalano) al fine di preparare il c.d. processo di partecipazione cittadina (proceso de participacion ciudadana) sfociato poi nel referendum del 9 novembre 2014. Interessante è osservare che in questa sentenza (STC 138/2015 del 11 giugno 2015) il Tribunale si esprime per sanzionare un insieme di azioni
realizzate dal Governo autonomo che non sono sfociate in nessuno specifico atto ufficiale.
La pronuncia in esame, infatti, è finalizzata a sanzionare non il provvedimento con cui la Generalitat ha convocato la consultazione popolare (a sua volta dichiarato incostituzionale nella sentenza emessa il 25 febbraio 2015, n. 32 – v. Palomar n. 61), ma i comportamenti da questa concretamente tenuti ed atti a sostenere e suffragare lo svolgimento delle votazioni, seppure formalmente oggetto di un provvedimento cautelare di sospensione emesso dal giudice costituzionale spagnolo. Quest’ultimo ha sostenuto, nella propria sentenza, che le azioni materiali, considerate nel loro insieme, poste in essere dal Governo catalano fossero da ritenersi incostituzionali in quanto eccedenti le competenze a lui spettanti e codificate nell’art. 122 della Costituzione spagnola.
Fra gli atti realizzati dal Governo catalano considerati passibili di sanzione viene individuata anche la scelta delle due domande sottoposte alla cittadinanza della Comunità autonoma poiché palesemente contrarie al dettato costituzionale espresso negli artt. 1.2 e 168 (in particolare si chiedeva se si volesse che la Catalogna fosse riconosciuta come Stato e se questo Stato dovesse essere indipendente dalla Spagna). (Elena Sorda)


SPAGNA – Il Tribunal Constitucional decide un caso di obiezione di coscienza pronunciandosi in favore dell’obiettore

Il 25 giugno 2015 il Tribunal Constitucional spagnolo ha emesso una controversa sentenza in materia di obiezione di coscienza. Il caso riguarda un farmacista che, dopo essersi in più occasioni rifiutato di vendere presidi medici anticoncezionali (in particolare erano assenti preservativi, nonché la c.d. “pillola del giorno dopo” che, per legge, deve essere fra i prodotti sempre presenti nelle farmacie), è stato sanzionato con il pagamento di una multa di tremila euro tramite una risoluzione emessa dal Delegato provinciale alla salute di Siviglia in nome della Comunità autonoma dell’Andalusia. L’uomo ha impugnato il provvedimento e il caso, nella forma di un giudizio di amparo, è giunto all’esame del giudice costituzionale.
Nella sentenza (STC 145/2015) è emersa una contrapposizione fra l’applicazione dell’art. 10.1 della Costituzione, dove si afferma che il rispetto della legge costituisce il fondamento dell’ordinamento civile e della pace sociale, e l’art. 16.1 – dedotto dal ricorrente – che protegge la libertà di coscienza.
Va altresì tenuto presente il più generale quadro dell’ordinamento e della giurisprudenza costituzionale spagnola in materia. La Costituzione spagnola prevede espressamente solo un’ipotesi di obiezione di coscienza, ovvero quella legata al servizio militare (art. 30.2). Un’ulteriore ipotesi è invece prevista per la professione medica: così la legge organica n. 2/2010 nel suo art. 19.2 disciplina le ipotesi e i modi secondo cui i medici possano obiettare all’interruzione di gravidanza; in particolare si afferma che qualora, in via eccezionale, non ci sia una struttura sanitaria pubblica disponibile per effettuare l’operazione, la donna interessata può rivolgersi a una struttura privata e chiedere poi allo Stato la compensazione per le spese sostenute. Nulla invece viene previsto in termini più generali e, anzi, in passato in un’altra pronuncia il Tribunal Constitucional aveva stabilito che l’obiezione di coscienza “generale”, cioè priva di una specifica previsione legislativa che la legittimi, fosse da ritenersi inammissibile nell’ordinamento spagnolo in quanto contrastante con l’art. 10.1 della Costituzione (STC 161/1987). Per converso in una pronuncia precedente (STC 53/1985), richiamata anche dal ricorrente nel caso di specie, si afferma che siccome la Costituzione è direttamente applicabile, l’obiezione di coscienza può essere legittimamente esercitata anche in assenza di una specifica previsione legislativa che la ammetta in quanto essa costituisce una manifestazione della corrispondente libertà di coscienza e religione tutelata dall’art. 16 CE.
Nel caso di specie, nel ricostruire gli elementi di fatto della vicenda, il Tribunale enuclea alcuni dei punti maggiormente problematici. In primo luogo osserva che esiste, all’interno della comunità scientifica, un vivace dibattito sulla natura della c.d. “pillola del giorno dopo” giacché per alcuni corrisponde a un semplice metodo anticoncezionale, mentre per altri equivale a una pratica abortiva: quest’ultima visione, accolta dal ricorrente, renderebbe comprensibile (ma non necessariamente corretta a livello giuridico) l’esigenza del farmacista di non dispensare detto farmaco poiché contrario alla sua coscienza. In secondo luogo il Tribunale sottolinea che l’uomo era stato sanzionato non per essersi concretamente rifiutato di vendere la medicina a un qualche richiedente, bensì per aver deciso di non adempiere all’obbligo di tenerne presso il proprio esercizio la quantità minima imposta per legge. In terzo luogo viene evidenziato che la farmacia in oggetto si trova nel centro della città, quindi – anche in assenza di prodotto nell’esercizio commerciale – eventuali richiedenti avrebbero potuto facilmente rivolgersi altrove. Infine si osserva che il ricorrente era, da anni, iscritto al registro degli obiettori di coscienza dell’Albo dei farmacisti di Siviglia. Quest’ultima osservazione, a giudizio del Tribunal Constitucional non deve essere considerata di secondaria importanza giacché la l. n. 10/2003 dell’Andalusia dispone che in assenza di una più specifica disciplina legislativa da parte della Comunità autonoma l’Ordine professionale sia competente per disciplinare certi specifici aspetti in via residuale.
Alla luce di tutti questi elementi, adottando un punto di vista che appare in linea con la già citata sentenza n. 53/1985 piuttosto che con quella successiva del 1987, il giudice costituzionale spagnolo ha affermato che l’obiezione di coscienza dedotta dal farmacista dovesse considerarsi legittima espressione della libertà protetta dall’art. 16.1 della Costituzione spagnola. Si osservi tuttavia che la decisione del Tribunal è frutto di un ricco dibattito al suo interno, come dimostrato dalla presenza di ben cinque opinioni dissenzienti sul totale dei dodici giudici che al momento componevano l’organo giudicante. (Elena Sorda)


SRI LANKA – Il Parlamento approva il 19° emendamento alla Costituzione

Il 28 aprile 2015 è stato approvato dal Parlamento singalese, composto da 225 membri, il diciannovesimo emendamento alla Costituzione con il quale sono state apportate numerose e sostanziali modifiche all’assetto istituzionale del Paese.
Innanzitutto, con riferimento alla figura del Presidente, è stato emendato l’art. 30 e si è stabilito che il Presidente, che è il Capo dello Stato, Capo del Governo e comandante in capo delle Forze Armate, abbia un mandato di cinque anni (rispetto ai sei stabiliti precedentemente) rinnovabile una sola volta, a differenza di quanto previsto con l’introduzione del diciottesimo emendamento, approvato nel 2010 (v. Palomar n. 43) , che aveva eliminato il limite del doppio mandato. In generale, sono ridotti i suoi poteri, che vengono elencati nel nuovo art. 33. Si stabilisce inoltre (art. 33A) che il Presidente è responsabile davanti al Parlamento per gli atti compiuti nell’esercizio delle proprie funzioni.
L’emendamento approvato ha provveduto poi a sostituire il Capitolo VIIA della Costituzione. Così il Consiglio parlamentare (che era stato introdotto con il diciottesimo emendamento) è sostituito dal Consiglio costituzionale. Tale nuovo organo è formato dal Primo ministro, dallo speaker del Parlamento, dal leader dell’opposizione parlamentare, da un membro del Parlamento nominato dal Presidente, da cinque persone nominate dal Presidente e designate di concerto dal Primo ministro e dal leader dell’opposizione e delle quali due devono essere membri del Parlamento, e, infine, da un membro del Parlamento, nominato dal Presidente su accordo della maggioranza dei membri del Parlamento, appartenente a partiti politici o gruppi indipendenti diversi da quelli a cui appartengono il Primo ministro e il leader dell’opposizione. Il Consiglio si riunisce due volte al mese per svolgere le funzioni che gli sono affidate, ed in particolare la nomina del Presidente e dei membri di alcune importanti Commissioni indipendenti e il controllo sulla nomina dei vertici dell’ordine giudiziario. (Andrea Macchiavello)


STATI UNITI − La Corte suprema interviene sui termini per citare in giudizio il Governo federale

Il 22 aprile 2015 la Corte suprema, nella pronuncia United States v. Kwai Fun Wong, ha dichiarato applicabile alle azioni intentate contro il Governo federale il principio dell’equitable tolling. Secondo questo principio, tipico degli ordinamenti di common law, la decorrenza di un termine non impedisce la proposizione di un’azione all’attore, se questo prova di non aver potuto conoscere la causa del danno prima della scadenza del termine stesso.
La questione pendente di fronte alla Corte verteva sull’interpretazione di una disposizione del Federal Tort Claims Act dove si afferma che se non viene presentato un reclamo scritto entro due anni dal verificarsi dell’evento dannoso ad un’Agenzia federale o se entro sei mesi dal diniego finale di quest’ultima non viene intentata un’azione presso una Corte federale, l’esperibilità dell’azione «shall be forever barred».
La controversia pendente di fronte alla Corte riguardava due individui che non avevano rispettato uno di questi due termini. Kwai Fun Wong, detenuto senza causa per cinque giorni nel 1999, aveva dapprima presentato ricorso entro i termini alla Immigration and Naturalization Service Agency. Intervenuto il rifiuto finale da parte di questa agenzia, Wong, che aveva già una causa pendente di fronte ad una Corte distrettuale, chiedeva nei termini previsti dal Federal Tort Claims Act di poter modificare l’atto di citazione così da potervi inserire anche la richiesta di risarcimento derivante dall’ingiusta detenzione. Nonostante l’autorizzazione ricevuta dal Magistrate Judge, una sorta di assistente del giudice distrettuale con funzioni prevalentemente amministrative, la Corte distrettuale adottava la proposta di modifica solamente tre settimane dopo la scadenza dei termini previsti dalla legge.
Nel secondo caso Marlene June, legale rappresentante del figlio minore di Andrew Booth, morto in un incidente stradale nel 2005, ignara che l’installazione di una barriera stradale fosse stata autorizzata della Federal Highway Administration,  presentava, a cinque anni di distanza dall’incidente che aveva causato la morte del padre del suo assistito, reclamo scritto a questa agenzia ai sensi del Federal Tort Claims Act. Dopo il rifiuto dell’ente, la ricorrente agiva prontamente in giudizio ma anche la Corte distrettuale affermava il mancato rispetto del termine di due anni dal verificarsi dell’evento dannoso.
La Corte di appello per il nono circuito, che ha deciso entrambi i ricorsi a pochi anni di distanza, ha affermato in entrambi i casi la non giurisdizionalità di tali termini e quindi la loro soggezione al principio dell’equitable tolling.
La Corte suprema nel confermare le sentenze della Corte di appello, ha posto l’accento sul fatto che nelle controversie tra cittadini e Governo federale, quest’ultimo deve essere equiparato ad una parte privata, dunque anche i termini disposti in suo favore devono essere considerati derogabili in virtù del principio dell’equitable tolling. (Marco Antonio Simonelli)


STATI UNITI − Abolita la pena di morte in Nebraska

Il 27 maggio il Nebraska ha abolito la pena di morte: l’ultimo Stato guidato da un governatore repubblicano a cancellare tale pena dal proprio ordinamento era stato, nel 1973, il North Dakota.

In Nebraska, dove il Parlamento è monocamerale, per l’approvazione di un qualsiasi testo di legge sono necessarie tre distinte votazioni prima che il testo possa essere inviato al Governatore per essere promulgato.
Nelle prime due votazioni, denominate rispettivamente General File e Select File possono essere introdotti emendamenti, mentre nell’ultima fase, quella di final reading, il Nebraska Legislature può solamente approvare o respingere il testo. Una procedura legislativa così articolata è resa possibile dal ristretto numero di membri di cui si compone il Parlamento del Nebraska, che con i suoi quarantanove membri è l’organo legislativo con meno componenti tra tutti i cinquanta Stati dell’Unione.
Se dunque il testo di legge è approvato, viene inoltrato al Governatore, il quale però ha il potere di veto sull’entrata di vigore della legge. L’organo legislativo a sua volta ha il potere di override sul veto: se il testo di legge viene nuovamente approvato dal Parlamento, con la maggioranza di almeno 3/5 dei suoi membri, la legge entra in vigore senza la firma del Governatore.
Il testo è stato approvato il 20 maggio; il 26 del mese stesso il governatore Pete Ricketts ha posto il suo veto, che è stato oggetto di override il giorno successivo.
La legge ha stabilito che la pena di morte, prevista per i soli omicidi di primo grado, venga sostituita con la detenzione a vita.
Sebbene in Nebraska non avessero luogo esecuzioni dal 1997, al momento dell’entrata in vigore della legge undici detenuti si trovavano nel braccio della morte e per loro la legge non troverà applicazione, in quanto gli effetti dell’abolizione si dispiegheranno solo pro futuro. Sulla validità di una simile restrizione dell’efficacia temporale della norma si possono nutrire diversi dubbi. Un simile effetto era infatti stato previsto dalla legge che, nel maggio 2012, ha abolito la pena di morte in Connecticut. Ad un mese di distanza, la Corte di appello del Connecticut nel caso State vs. Santiago aveva però, pur senza dichiarare l’incostituzionalità della norma, rinviato il giudizio al giudice di primo grado perché riconsiderasse la pena imposta alla luce dell’intervenuta abrogazione. Questo giudizio è al momento pendente di fronte alla Corte suprema statale.
Con il Nebraska sale a diciotto il numero degli Stati che hanno abolito la pena di morte, confermando un trend positivo che ha visto l’abolizione della pena di morte in quattro Stati negli ultimi cinque anni. (Marco Antonio Simonelli)


STATI UNITI − La Corte suprema interviene sulle discriminazioni religiose sui luoghi di lavoro

Il 1° giugno la Corte suprema ha deciso in favore di Samantha Elauf, una musulmana praticante,  il caso Equal Employment Opportunity Commission v. Abercrombie & Ficth Stores, rinviando il caso alla Corte d’appello per il decimo circuito, che invece si era pronunciata in favore della controparte, una multinazionale di abbigliamento. L’Equal Employment Opportunity Commission (EEOC), agendo in giudizio per conto della Elauf aveva lamentato una violazione del Titolo VII del Civil Rights Act del 1964, il quale proibisce al futuro datore di lavoro di non assumere un candidato sulla base della pratiche religiose di quest’ultimo, quando tali pratiche possano essere conciliate con le mansioni lavorative senza una undue hardship a carico del datore di lavoro. La Elauf, in quanto musulmana praticante, indossa un hijab, un foulard che copre capelli e collo; tale pratica religiosa si trova dunque in palese contrasto con la policy dei punti vendita Abercrombie, la quale vieta genericamente qualsiasi tipo di copricapo.
Il giudizio della Corte distrettuale in favore alla Elauf veniva rovesciato in appello, dove la Corte per il decimo circuito riteneva che la responsabilità del datore di lavoro insorgesse soltanto qualora questo fosse a conoscenza di un reale bisogno del lavoratore di una soluzione conciliativa per poter esercitare la sua libertà religiosa sul luogo di lavoro, mentre la Elauf non aveva esplicitamente affermato durante il colloquio del lavoro che avrebbe avuto bisogno di portare l’hijab; tale bisogno era stato infatti semplicemente dedotto dal manager che aveva intervistato la Elauf.
La questione presentata alla Corte suprema consiste quindi nel valutare se il divieto del Civil Rights Act operi esclusivamente quando il datore di lavoro è stato portato a conoscenza del bisogno del lavoratore di svolgere una pratica religiosa sul luogo di lavoro.
La risposta dei giudici a tale quesito è negativa:, nell’opinion della Corte, redatta dal giudice Antonin Scalia, si legge infatti che è sufficiente che la pratica religiosa del candidato sia stata il fattore determinante del rifiuto di assunzione, circostanza che si è verificata nel caso sottoposto ai supremes, in quanto a seguito del colloquio la Elauf era stata giudicata idonea all’assunzione.
Ciò che si afferma in questa sentenza è dunque che affinché vi sia una discriminazione su base religiosa, è sufficiente che la religione del candidato sia stato il motivo che ha portato alla non assunzione, non rilevando la circostanza che la politica del datore di lavoro, specificamente il divieto di indossare copricapi, sia una politica neutrale. (Marco Antonio Simonelli)


STATI UNITI − I messaggi contenuti nelle targhe automobilistichesono da ritenersi government's speech e quindi sindacabili dagli Stati

Il 18 giugno la Corte suprema ha deciso il caso Walker v. Sons of Confederate Veterans, nel quale i giudici sono stati chiamati a chiarire la portata applicativa del Primo Emendamento, che sancisce la libertà di manifestazione del pensiero.

La controversia ha avuto origine in Texas, dove a ciascun automobilista è consentito presentare all’ufficio per le immatricolazioni, il Texas Departement of Motor Vehicles,  richiesta per una targa personalizzata contenente tanto caratteri alfanumerici che simboli e immagini. Tale targa è pero soggetta all’approvazione del succitato ufficio.
L’associazione Sons of Confederate Veterans, aveva presentato al Texas Department of Motor Vehicles richiesta per l’approvazione di una targa raffigurante una bandiera confederata.
In seguito al rifiuto all’immatricolazione, l’associazione citava in giudizio il board dell’ufficio, asserendo la violazione della free speech clause contenuta nel Primo Emendamento. La Corte di appello per il quinto circuito riconosceva le ragioni dell’associazione Sons of Confederate Veterans affermando che nel rifiutare la registrazione della targa l’ufficio era incorso in una “constitutionally forbidden viewpoint discrimination”.
Accolto il writ of certiorari presentato dal Texas Departement of Motor Vehicles, la Corte è stata dunque chiamata a decidere se i messaggi contenuti sulle targhe automobilistiche debbano essere considerati private speech, ossia espressione del pensiero del proprietario del veicolo e dunque soggetti all’applicazione della free speech clause, o se piuttosto il messaggio veicolato dalla targa non sia considerabile un government speech, ossia una forma di manifestazione del pensiero che goda, sia pur indirettamente, dell’appoggio delle istituzioni statali. La tesi accolta dai supremes è stata la seconda.
Nell’opinion della Corte, che porta la firma del giudice Breyer, vengono brevemente ripercorse le vicende che hanno portato alla ampia diffusione degli slogan sulle targhe automobilistiche negli Stati Uniti.
Già nel 1928 le targhe automobilistiche rilasciate dallo stato dell’Idaho recavano lo slogan “Idaho Potatoes” e una serigrafia raffigurante due patate, tale esempio fu seguito a ruota da molti altri stati americani che iniziarono ad utilizzare le targhe come strumento di promozione del turismo, dell’industria e dell’economia locale. La Corte perviene dunque alla conclusione che quanto stampato sulle targhe automobilistiche debba essere ritenuto government’s speech e di conseguenza il rifiuto dell’ufficio texano di rilasciare una targa con una bandiera confederata è da ritenersi legittimo. (Marco Antonio Simonelli)


STATI UNITI − Gli Stati possono vietare ai candidati giudici di sollecitare personalmente finanziamenti elettorali

Il 29 aprile è stata resa pubblica la decisione della Corte suprema federale sul caso Williams-Yulee v. Florida Bar secondo cui gli Stati hanno la facoltà di impedire ai candidati giudici di svolgere personalmente attività di raccolta fondi per il sostegno delle proprie campagne elettorali.
La Corte suprema ha deciso di pronunciarsi sulla materia in seguito ad un circuit split: sei Corti di appello federali si sono infatti pronunciate in maniera discordante sulla legittimità costituzionale di tali divieti.
Attualmente, trentanove dei cinquanta Stati dell’Unione eleggono parte del loro Giudiziario attraverso un’elezione popolare e di questi, oltre alla Florida, dove ha avuto origine la controversia, altri ventinove prevedono il divieto per i giudici di sollecitare personalmente donazioni elettorali.
Il giudizio della Corte riguarda su una disposizione del Codice di condotta dei giudici della Florida, la quale impone ai giudici di avvalersi di comitati elettorali per la raccolta dei fondi necessari alla campagna elettorale. La petitioner Lanell Williams-Yulee, candidata giudice in una County Court statale, aveva invece inviato una serie di mail sollecitando di persona donazioni. Per questo motivo aveva ricevuto una sanzione disciplinare da parte dell’Ordine degli avvocati della Florida, contro la quale aveva poi proposto ricorso, affermando che l’attività di raccolta fondi rientra nella protezione della c.d. free speech clause, contenuta nel Primo Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti, che afferma la libertà di stampa e di espressione di ogni individuo.
Già la Corte suprema della Florida con una sentenza del 2014 non aveva accolto l’interpretazione della clausola data dalla Williams, concludendo che tale limitazione della libertà di espressione rispondeva ad un compelling interest dello Stato a vedere garantita l’imparzialità del futuro giudice.
La Corte suprema federale, nel confermare esplicitamente quanto affermato dal Tribunale statale, ci offre una interessante ricostruzione storica della modalità di elezione dei giudici in Florida, nonché una illustrazione delle esigenze alle quali l’istituto dell’elezione popolare dei giudici deve rispondere.
Nel ritenere giustificata tale restrizione della portata applicativa del Primo Emendamento, il Chief Justice Roberts, estensore della majority opinion, afferma in particolare che non è ammissibile equiparare la campagna elettorale dei politici a quella dei giudici, in quanto questi ultimi una volta eletti dovranno applicare la legge «without fear or favour»; a questa ottica risponde anche la disposizione che in Florida vieta di donare più di 1.000 dollari a sostegno di un candidato giudice.
La sentenza della Corte si fonda dunque su un bilanciamento tra il principio della libertà di espressione del pensiero e il principio di imparzialità degli organi giudicanti, ad esito del quale è la free speech clause ad essere ritenuta recessiva.
Sono proprio le modalità attraverso le quali questo bilanciamento è stato operato che sono state fatte oggetto del dissenso manifestato nelle loro opinioni da Antonin Scalia e Anthony Kennedy.
Nella sua dissenting opinion, Antonin Scalia tenta di dimostrare che la Corte ha effettuato in modo erroneo il giudizio di proporzionalità. Scalia si sofferma in particolare sul concetto di less harmful mean. Come noto, infatti, un bilanciamento può essere considerato ottimale quando la tutela riconosciuta al diritto ritenuto prevalente viene realizzata con il minor sacrificio possibile per il diritto recessivo.
Scalia invita dunque a considerare l’ipotesi di un finanziamento proveniente da un soggetto neanche potenzialmente sottoponibile alla giurisdizione del futuro giudice: vietare contatti personali tra il giudice e questo donatore deve essere senz’altro ritenuta una restrizione ingiustificata, che dovrebbe imporre di riconsiderare il reciproco equilibrio tra libertà di espressione e imparzialità della funzione giurisdizionale.
La dissenting si conclude richiamando la giurisprudenza della Corte nella quale si afferma la prevalenza del Primo Emendamento rispetto ad una serie di interessi comunque meritevoli di tutela tra cui la prevenzione della tortura sugli animali o la tutela dei minori; Scalia di conseguenza ritiene che l’esito opposto del bilanciamento sia frutto della scelta politica della Corte suprema di salvaguardare l’imparzialità degli organi giudiziari e che la Corte abbia compresso la portata applicativa della free speech clause a beneficio della “confraternita della toga”. (Marco Antonio Simonelli)


STATI UNITI − La Corte suprema chiamata a interpretare la elections clause

Lunedì 29 giugno la Corte suprema ha deciso il caso Arizona State Legislature v. Arizona Independent Redistricting Commission. La questione attorno la quale verteva la controversia era se una commissione indipendente, istituita con una legge di iniziativa popolare, fosse legittimata, ai sensi della Elections Clause della sec. 4 art. 1 della Costituzione degli Stati Uniti, a regolare i confini dei distretti elettorali per le elezioni federali. Tal clausola recita: «The times, places and manner of holding elections for Senators and Representatives, shall be prescribed in each state by the legislature thereof»; risulta fin da subito evidente come l’esito della controversia non potesse che dipendere dall’interpretazione data al termine “legislature”.

Prima di entrare nel merito della decisione, occorre però presentare brevemente il background sul quale i giudici di Washington si sono pronunciati. 
Nel novembre del 2000 gli elettori dell’Arizona, con un’iniziativa popolare, hanno approvato, per il tramite della proposition 106, una modifica della Costituzione statale che ha trasferito il potere di modificare le circoscrizioni elettorali dal Parlamento ad un organo di nuova creazione, la Independent Redistricting Commission (IRC). Si deve precisare infatti che, ai sensi  dell’art. 4 della Costituzione statale, in Arizona, il potere legislativo è condiviso dal Parlamento con il corpo elettorale. Quest’ultimo ha il potere di adottare leggi nonché di modificare la Costituzione tramite lo strumento dell’inititative; agli elettori è inoltre riconosciuto il diritto di sottoporre a referendum le leggi approvate dall’assemblea parlamentare.
L’istituzione di questa commissione, come anche la sua composizione, è stata voluta dall’elettorato per cercare di prevenire il fenomeno del c.d. gerrymandering, ossia l’articolazione delle circoscrizioni elettorali tale da favorire i candidati del partito al governo. Il nome di tale pratica deriva dal nome dell’ottavo Governatore del Massachusetts, Elbridge Gerry, il quale nel 1812 ridisegnò i collegi elettorali per favorire il suo partito; in seguito a tale rielaborazione dei collegi, un distretto risultò avere la forma di una salamandra (in inglese salamander); fu così che un giornalista della Boston Gazette coniò questo neologismo. Negli ultimi quindici anni si è assistito ad una decisa accelerazione del processo di diffusione di queste commissioni indipendenti: ben dieci Stati hanno trasferito il potere di modificare i distretti dal Parlamento a delle commissioni indipendenti oppure a composizione bipartisan.
La pronuncia della Corte in oggetto è dunque di estrema rilevanza, non solo per gli elettori dell’Arizona, ma anche per quelli degli altri tredici Stati che utilizzano una Commissione per modificare i distretti elettorali.
La IRC ha operato senza contestazioni fino al 2012, quando il Parlamento, in seguito alle modificazioni delle circoscrizioni per le elezioni del Congresso federale del 2012, ha lamentato di fronte alla giurisdizione che l’avere spogliato il Parlamento della funzione di ridisegnare i distretti costituisce una violazione della c.d. elections clause. La Corte distrettuale per l’Arizona rigettava nel merito la domanda; la controversia giungeva dunque di fronte alla Corte suprema. L’argomento proposto dal legislatore dell’Arizona era che il termine “legislature” contenuto nella elections clause dovesse essere interpretato come una riserva a favore degli organi legislativi statali in materia elettorale.
La Corte, nel confermare la sentenza della Corte distrettuale, rigetta la progettazione del petitioner, fornendo invece un’interpretazione originalista della elections clause.
Infatti, nell’opinion of the Court, redatta dal giudice Ruth Ginsburg, si rileva come i dizionari in stampa al tempo dell’entrata in vigore della Costituzione definissero il termine “legislature” come «the power that makes laws». Tale definizione, precisa Ginsburg, è da ritenersi tuttora valida e coerente con la premessa fondamentale di ogni ordinamento repubblicano che tutto il potere deriva dal popolo. Lo scopo affidato dai padri costituenti alla elections clause, prosegue la Ginsburg, non era infatti quello di limitare le modalità attraverso le quali gli Stati possono legiferare, ma piuttosto quello di attribuire al Congresso il potere di stabilire regole per la formazione dei distretti elettorali federali, rendendo inefficaci le leggi statali in materia.
La sentenza però non si limita ad affermare la legittimità dell’’istituzione della IRC: attraverso una rassegna di estratti di opere di grandi pensatori liberali, come Locke e Madison, la Corte perviene all’enfatica conclusione che «it would be perverse to interpret the term “Legislature” in the Elections Clause so as to exclude lawmaking by the people».
L’iniziativa degli elettori dell’Arizona non viene censurata dalla Corte, che anzi, quando afferma che i cittadini «hanno cercato di recuperare il principio cardine dell’ordinamento repubblicano, ossia il fatto che gli elettori scelgano i loro rappresentanti», sembra addirittura incentivare gli altri Stati dell’Unione alla creazione di organi simili.
Non si può però fare a meno di notare come la pronuncia sia stata resa con una maggioranza di 5 voti a 4, essendo emersa una spaccatura all’interno del Collegio in merito al termine chiave della elections clause: “legislature”.
Nell’opinione dissenziente del Chief Justice Roberts, condivisa dai giudici Scalia, Thomas e Alito, si propone infatti una lettura restrittiva del termine “legislature”, intendendolo riferito esclusivamente alle assemblee rappresentative statali. Ciò che stupisce non è tanto il risultato del percorso argomentativo seguito  da Roberts, quanto il fatto che a tale risultato si pervenga attraverso lo stesso metodo utilizzato nella opinion of the Court, ossia un’interpretazione originalista.
Questa circostanza mette a nudo il limite insito di questo tipo di interpretazione molto diffusa nella giurisprudenza nordamericana; il tentativo di fissare una volte per tutte il significato di una disposizione normativa è un’operazione decisamente complessa; la pretesa di attribuire un contenuto immutabile ad una disposizione, a distanza di secoli dalla sua stesura, è realizzabile solo a patto di partire dalla premessa che questa disposizione avesse, nel momento in cui veniva scritta, un significato univoco. Ma, come emerso da questa pronuncia, tale premessa non può dirsi sempre verificata. (Marco Antonio Simonelli)


SUDAFRICA – La Corte costituzionale interviene in materia di adulterio

Il 19 giugno, con la decisione De v. Rh, presa all’unanimità, la Corte costituzionale ha decretato che, in caso di adulterio, richiedere un risarcimento economico al soggetto con cui il partner si è reso responsabile del tradimento è contrario alla Costituzione.
Il contenzioso trae origine dalla richiesta presentata all’Alta Corte del North Gauteng da parte di un uomo che riteneva di avere diritto a ricevere una compensazione monetaria dal soggetto con cui la propria moglie aveva intrattenuto una relazione. Tale rapporto si era però verificato in seguito all’abbandono della casa coniugale da parte della donna, dovuto a dissidi all’interno della coppia. L’Alta Corte aveva accolto la richiesta della parte attrice, ma in seguito tale decisione era stata ribaltata dalla Supreme Court of Appeal. La questione è dunque stata portata dinnanzi alla Corte costituzionale come ultimo grado di giudizio.
Il giudice delle leggi ha tuttavia confermato la decisione della Supreme Court of Appeal sostenendo che la questione chiama in causa un bilanciamento tra il diritto alla dignità della vittima di adulterio e il diritto alla privacy, alla libertà di associazione e alla sicurezza personale dei due adulteri; tale bilanciamento si conclude a vantaggio dei secondi in virtù del fatto che vi è ormai una generale tendenza a considerare le questioni di adulterio come afferenti alla sfera privata, su cui l’intervento dello Stato deve essere minimo. (Tania Abbiate)


SVIZZERA Salario minimo introdotto mediante referendum nel Canton Ticino

Con il referendum del 14 giugno 2015 i cittadini del Canton Ticino hanno accolto, con il 53,7% dei voti a favore, la proposta di riforma della Costituzione cantonale promossa da una iniziativa popolare denominata “Salviamo il lavoro in Ticino!” e approvata dall’assemblea legislativa cantonale (Gran Consiglio), con la quale si introduce un salario minimo laddove quest’ultimo non sia garantito da un contratto collettivo di lavoro.
Il nuovo art. 13, cpv. 3, riconosce dunque che «ogni persona ha diritto ad un salario minimo che le assicuri un tenore di vita dignitoso». La retribuzione minima dovrà corrispondere a una percentuale del salario medio nazionale per mansione e settore economico interessati.
Tra i motivi che sono alla base dell’adozione dell’emendamento costituzionale figura soprattutto il “dumping salariale” praticato dalle aziende straniere operanti nel Cantone, che aumenta il divario tra il livello salariale di quest’ultimo e del resto della Svizzera.
Un’analoga proposta, su base nazionale, era stata sottoposta a referendum lo scorso anno e respinta da una larga maggioranza dell’elettorato (i “no” avevano prevalso con il 76,3%  dei voti. Sul punto v. Palomar nn. 58-59).
Con l’introduzione di tale nuova disposizione costituzionale, potrebbero sorgere problemi di compatibilità rispetto alla Costituzione federale, la quale ad oggi non contiene alcuna norma riguardante una retribuzione minima per i lavoratori, anche se già altri due cantoni, Neuchatel e Giura, prevedono nelle loro Costituzioni disposizioni riguardanti il salario minimo. (Ester Stefanelli)


TAIWAN – Introdotte nel codice penale militare maggiori tutele dei diritti dei militari

Il 21 aprile 2015 lo Yuan legislativo, il Parlamento monocamerale di Taiwan, ha approvato alcune modifiche al codice penale militare che prevedono l’introduzione di maggiori garanzie per gli appartenenti alle Forze armate per quanto concerne la tutela dei diritti umani. Si stabilisce innanzitutto che i militari, dichiarati colpevoli di infrazioni disciplinari, non possono essere sottoposti a misure di isolamento per un periodo superiore a 15 giorni, mentre il termine originario era di 30. Inoltre è riconosciuto ai militari la facoltà di adire un Tribunale civile qualora ritengano che la punizione inflitta sia eccessiva in rapporto al fatto compiuto. Infine, per prevenire abusi da parte dei superiori, viene introdotto il principio in base al quale si prevedono sanzioni pecuniarie o la degradazione per coloro che si rendono colpevoli di atti di nonnismo, di abuso di potere, violazione di regolamenti disciplinari o addirittura di abusi sessuali. Su quest’ultimo aspetto la legge prevede che la norma entri in vigore quando il ministero della difesa disciplini le concrete modalità di degradazione.   
Le modifiche sono state introdotte a seguito di alcuni scandali che negli ultimi anni hanno coinvolto le forze armate taiwanesi, il più grave dei quali si è verificato nel 2013 quando un militare, accusato di aver introdotto in caserma un telefono cellulare dotato di telecamera senza autorizzazione, venne messo in cella di isolamento e poi costretto ad effettuare un pesantissimo allenamento fisico sotto il sole in piena estate fino a provocarne la morte. (Giacomo Mannocci)


TUNISIA – L’Istanza provvisoria per il controllo di costituzionalità delle leggi dichiara incostituzionale il progetto di legge relativo al Consiglio superiore della magistratura

Il 9 giugno l’Istanza provvisoria per il controllo di costituzionalità (IPCC), l’organo previsto dall’art. 148, c. 7  della Costituzione al fine di assicurare un controllo di costituzionalità delle leggi fino alla creazione della Corte costituzionale, ha dichiarato incostituzionale il progetto di legge relativo al Consiglio superiore della magistratura (CSM), approvato dall’Assemblea dei rappresentanti del popolo (ARP) il 15 maggio 2015.
Ai sensi dell’art. 3 della legge organica n. 2014/14 relativa all’IPCC, il 22 maggio 2015, trenta deputati dell’ARP avevano sollevato una questione di costituzionalità in merito e la l’IPCC ha parzialmente accolto le loro doglianze.
In particolare, la Corte ha giudicato incostituzionali gli artt. 4, 10, 11, 12, 17, 42, 43, 60 e 81.
In mancanza di una traduzione della decisione, per il momento è possibile solo mettere in luce gli aspetti del progetto di legge intorno ai quali si sono concentrate le critiche.
In primo luogo alcuni hanno sostenuto che la composizione dell’organo non tuteli sufficientemente il principio di indipendenza della magistratura: il progetto di legge prevede infatti che i quattro organi che formano il CSM (il Consiglio finanziario, il Consiglio amministrativo, il Consiglio giurisdizionale e la Plenaria) siano composti da 15 giudici ciascuno, di cui 4 sono membri di diritto nominati tramite decreto presidenziale (il Primo Presidente della Corte di Cassazione, il Procuratore generale della Corte di Cassazione e il Presidente della Corte dei Conti, il Procuratore generale della giustizia militare), 6 sono giudici eletti dai giudici stessi e 5 sono soggetti indipendenti scelti tra gli specialisti della materia, eletti sempre dai giudici. Tale composizione implica quindi che i giudici eletti all’interno di ciascun organo che compone il CSM siano soltanto 6 su 15, ovvero un numero considerato troppo esiguo, che contrasta con quanto raccomandato ad esempio dalla European Charter on the Statute for Judges e dallo UN Special Rapporteur on the Independence of Judges and Lawyers. Inoltre, il fatto che il Procuratore generale della giustizia militare sia un membro di diritto appare problematico in ragione del fatto che permangono dubbi circa la neutralità politica di tale settore, che in passato si è reso responsabile anche di gravi violazioni dei diritti umani.
Per quanto riguarda i poteri dell’organo, l’aspetto più controverso riguarda la possibilità che i giudici siano trasferiti senza il loro assenso per “necessità di servizio” per un massimo di tre anni. Tale possibilità rischia di perpetuare una dinamica che ha caratterizzato il passato contraddistinto dalla sistematica violazione del principio di indipendenza della magistratura.
Infine, il progetto di legge è stato ritenuto insoddisfacente anche per quanto riguarda l’indipendenza finanziaria: in particolare mancherebbe una previsione normativa relativa alla disponibilità di un proprio budget.
La sentenza ha reso necessario un riesame del progetto di legge da parte dell’ARP, che tuttavia nell’ultimo periodo è stata impegnata nella discussione di altri progetti di legge, in particolare di quello concernente la lotta al terrorismo, divenuto una priorità in seguito alla serie di attentati subiti dal Paese da marzo.
Al di là del difficile iter del progetto di legge di legge istitutivo del CSM, occorre notare che la mancata istituzione dell’organo rappresenta la prima violazione delle scadenze temporali fissate dal testo costituzionale in merito all’attuazione della Costituzione. L’art. 148, c. 4 stabilisce infatti che il CSM debba essere istituito entro sei mesi dalle elezioni legislative, che si sono svolte ad ottobre dello scorso anno. L’organo sarebbe dovuto dunque entrare in funzione entro il 21 maggio 2015, così come chiarito anche dal Tribunale amministrativo, chiamato ad esprimersi sulla questione ad aprile di quest’anno.
Rileva notare che il ritardo è suscettibile di posticipare anche la creazione della Corte costituzionale che, ai sensi del medesimo art. 148, c. 4, deve essere istituita entro un anno dalle elezioni legislative. (Tania Abbiate)


TUNISIA – Il Presidente della Repubblica dichiara lo stato di emergenza

Il 4 luglio il Presidente della Repubblica Beiji Caïd Essebsi ha dichiarato in un discorso pubblico lo stato di emergenza in ragione della minaccia terroristica che il Paese si trova ad affrontare.

Tale decisione dà attuazione per la prima volta nella storia della seconda Repubblica tunisina all’art. 80 della Costituzione, che disciplina appunto tale fattispecie. Questa disposizione attribuisce al Capo di Stato il potere di prendere le misure necessarie nei casi di pericolo imminente che minacci le istituzioni della nazione e la sicurezza e l’indipendenza del paese e impedisca il funzionamento regolare dei poteri pubblici, dopo essersi consultato con il Capo di Governo e il Presidente dell’Assemblea dei rappresentanti del popolo e dopo aver informato il Presidente della Corte costituzionale.
La Costituzione non definisce il contenuto di tali misure eccezionali, ma si limita a individuarne la finalità («garantire il ritorno nel più breve tempo possibile a un funzionamento regolare dei poteri pubblici») e a stabilire dei limiti di carattere procedimentale: da un lato, l’ARP «è considerata in riunione permanente»; dall’altro, trenta giorni dopo l’entrata in vigore delle misure eccezionali la Corte costituzionale «è adita al fine di verificare se la situazione eccezionale persiste».
Nel caso della recente dichiarazione non tutti i requisiti richiesti dall’art. 80 sono stati soddisfatti: in particolare il fatto che la Corte costituzionale non sia stata ancora istituita ha impedito che il suo Presidente potesse essere informato e ciò rileva anche per quanto riguarda la verifica della persistenza delle condizioni di pericolo, che non potranno essere accertate da quest’organo giurisdizionale.
Oltre alle problematiche di carattere procedimentale, la decisione del Presidente della Repubblica è stata criticata per il fatto di essere stata presa soltanto una settimana dopo l’attentato terroristico avvenuto a Sousse il 26 giugno 2015, in cui hanno perso la vita 38 stranieri. A tale critica il Presidente, che, ai sensi dell’art. 77 della Costituzione, è anche capo delle forze armate, ha risposto sostenendo che è stato necessario prima verificare con attenzione le condizioni di sicureza del Paese.
Lo stato di emergenza è applicato in virtù di un decreto presidenziale del 1978 che accorda poteri eccezionali alle forze dell’ordine e ai governatori in materia di sicurezza pubblica: in particolare esso permette alle autorità pubbliche di vietare la circolazione delle persone e dei veicoli, di proibire gli scioperi, di regolamentare il soggiorno delle persone e di procedere al sequestro di persone e beni indispensabili per il buon funzionamento dei pubblici poteri (art. 4), nonché di «prendere tutte le misure necessarie per assicurare il controllo della stampa e delle pubblicazioni di ogni natura» (art. 8). (Tania Abbiate)


UNIONE EUROPEA – La Corte di giustizia si pronuncia sul divieto di donare il sangue per gli uomini che intrattengono rapporti omosessuali

Con sentenza del 29 aprile 2015 la Corte di giustizia dell’Unione europea si è trovata ad affrontare la compatibilità con il diritto comunitario del divieto di donazione di sangue per gli uomini omosessuali. Un cittadino francese aveva proposto azione giudiziale nel proprio Paese dopo che si era visto negare la possibilità di donare il sangue per aver avuto una relazione sessuale con un altro uomo, sulla base di un decreto del Ministero della Sanità francese che stabilisce una controindicazione permanente alla donazione di sangue nel caso di rapporti omosessuali. Nel rinvio pregiudiziale è stata chiesta la corretta interpretazione dell’allegato III della direttiva 2004/33/CE della Commissione – che applica la direttiva 2002/98/CE del Parlamento europeo e del Consiglio –, che al pt. 2.1 enuncia tra i criteri di esclusione permanente di donazioni allogeniche il fatto di aver tenuto comportamenti sessuali che comportano un alto rischio di contrarre gravi malattie infettive trasmissibili con il sangue e al pt. 2.2.2 afferma che le persone esposte per il proprio comportamento o attività sessuale al rischio di contrarre malattie infettive trasmissibili con il sangue possono essere ammesse a donare dopo un periodo temporaneo di esclusione. In particolare si è domandato se l’allegato III vada interpretato nel senso di escludere in modo temporaneo oppure permanente dalla donazione di sangue coloro che hanno avuto comportamenti sessuali a rischio.

La Corte ha affermato che le disposizioni della direttiva vanno interpretate nel senso di ritenere che l’esclusione permanente, avente carattere più restrittivo, presupponga l’esistenza di un rischio maggiore rispetto a quello relativo al divieto temporaneo. Per quanto riguarda la valutazione dell’esistenza di un rischio elevato di contrarre gravi malattie infettive trasmissibili col sangue, il giudice del rinvio deve prendere in considerazione la situazione epidemiologica in Francia; dai dati forniti dal Governo francese dati «si evincerebbe che la quasi totalità dei contagi da HIV, nel periodo compreso tra il 2003 e il 2008, è dovuta ad un rapporto sessuale e che gli uomini che hanno relazioni sessuali con persone del loro stesso sesso rappresentano la popolazione più colpita, corrispondente al 48% dei nuovi contagi» e che quest’ultimo tipo di contagio non è diminuito nel tempo, contrariamente a quanto avvenuto nell’ambito dei rapporti eterosessuali.
Preso atto che il divieto permanente di donazioni di sangue per gli uomini che intrattengono rapporti omosessuali costituisce una discriminazione fondata sull’orientamento sessuale, occorre vedere se essa sia giustificata ai sensi dell’art. 52, par. 1 della Carta dei diritti fondamentali dell’UE.
Ad avviso della Corte, «la controindicazione permanente alla donazione di sangue per un uomo che abbia avuto rapporti sessuali con un altro uomo, la quale configura una limitazione dell’esercizio dei diritti e delle libertà riconosciuti dalla Carta», è riconosciuta dalla legge e rispetta il contenuto essenziale del principio di non discriminazione; essa, inoltre, è preordinata alla finalità generale di ridurre al minimo il rischio di trasmissione di una malattia infettiva ai riceventi e contribuisce pertanto all’obiettivo generale di garantire un livello elevato di protezione della salute umana. In ordine al rispetto del principio di proporzionalità, la Corte ha quindi affermato che l’esclusione permanente dalla donazione di sangue per gli uomini omosessuali è giustificata solamente dopo aver verificato che non esistono – neanche utilizzando le procedure scientifiche più recenti – tecniche efficaci di ricerca dell’HIV per evitare la trasmissione ai riceventi di tale virus (le quali devono comunque avere un costo sostenibile e proporzionato rispetto agli obiettivi perseguiti) e che il questionario e l’intervista personale a cura del personale sanitario non rendono possibile identificare in modo più preciso e meno estensivo i comportamenti che presentano un rischio per la salute dei riceventi. In particolare, la Corte rimette al giudice del rinvio il compito di verificare se eventuali domande mirate possano consentire di «valutare il livello di rischio che individualmente presenta ciascun donatore in ragione del proprio comportamento sessuale».
In conclusione, la Corte di giustizia ha dichiarato che «il punto 2.1 dell’allegato III della direttiva 2004/33 deve essere interpretato nel senso che il criterio di esclusione permanente dalla donazione di sangue di cui a tale disposizione e relativo al comportamento sessuale ricomprende l’ipotesi in cui uno Stato membro, considerata la situazione in esso esistente, preveda una controindicazione permanente alla donazione di sangue per gli uomini che hanno avuto rapporti sessuali con una persona dello stesso sesso, laddove sia dimostrato, sulla base delle conoscenze e dei dati medici, scientifici ed epidemiologici attuali, che un simile comportamento sessuale espone dette persone ad un alto rischio di contrarre gravi malattie infettive trasmissibili col sangue e che, nel rispetto del principio di proporzionalità, non esistono tecniche efficaci di individuazione di queste malattie infettive o, in difetto di tali tecniche, metodi meno restrittivi rispetto ad una siffatta controindicazione per garantire un livello elevato di protezione della salute dei riceventi». (Francesco Santolini)