Stefano Liberti *

 Quetzalcoatl - Cortés:

Storia di una identificazione mancata

  Secondo una vulgata abbastanza nota e diffusa, la Conquista del Messico e la sottomissione dell'impero azteco vennero in gran parte facilitate da una fatale svista interpretativa degli indios che, identificando Hernán Cortés con il dio Quetzalcoatl, venuto a riappropriarsi del suo legittimo regno, concessero all'esercito spagnolo un'eccessiva e disastrosa libertà d'azione. In particolare, a questo errore viene imputata la tragica indecisione di Moctezuma, capo degli aztechi, annoverata tra le cause principali della disfatta.

Ma da dove viene il mito di Quetzalcoatl? Quetzalcoatl era un leggendario sacerdote tolteco che, secondo la tradizione riportata dai codici indigeni, nel XII secolo abbandonò Tula, dopo aver invano tentato di far recedere il suo popolo dalla pratica del sacrificio umano. Ma Quetzalcoatl era anche il Serpente Piumato, dio del vento e di Venere, stella del mattino. Si tratta quindi di una figura storico-leggendaria e divina allo stesso tempo: il dio e il sacerdote vengono spesso confusi, tanto più che il dio, come predicava il suo omologo umano, accettava in sacrificio solo serpenti e farfalle ed era in perenne dualismo con il suo acerrimo rivale Huitzilopochtli, feroce divinità della guerra assetata di sangue umano. Non è quindi azzardato pensare che il Serpente Piumato non fosse altri che la divinizzazione del sacerdote: quest'ultimo, nel momento di massima decadenza dell'impero tolteco, avrebbe abbandonato la sua capitale, dirigendosi verso est, e nell'immaginario mitico collettivo sarebbe stato poi divinizzato.

Per tornare alla vicenda della Conquista e alla presunta identificazione di Cortés con Quetzalcoatl o con un suo emissario, credo sia utile distinguere due diversi problemi, che, ancorché complementari, sono ben lungi dall'essere identici. Il primo consiste nel cercare di capire se tale identificazione avvenne veramente o se questo particolare fu aggiunto dai cronisti successivi. Il secondo consiste nel domandarsi in che momento gli indigeni si accorsero dell'effettiva natura umana degli stranieri e quindi in che misura l'identificazione di cui sopra, se realmente ci fu, influì sugli eventi susseguenti.

Lo studio delle fonti coeve o immediatamente successive, sia di parte indigena che spagnola, ci mostra che tale identificazione è proposta esplicitamente per la prima volta da López de Gómara, cappellano e biografo di Cortés, che nella sua Historia de la conquista de México, pubblicata nel 1552, dice testualmente: "Los indios contemplaron mucho el traje, gesto y barbas de los españoles. Maravillábanse ver comer y correr a los caballos. Temían del resplendor de las espaldas. Caíanse en el suelo del golpe y estruendo que hacía la artillería y pensaban que se hundía el cielo a truenos y rayos; de las naos decían que venía el dios Quetzalcoatl con sus templos a cuestas". Ma è evidente che tale fonte è troppo parziale per essere considerata totalmente fededegna. Più utile può essere, quindi, andare a interrogare la cosiddetta "visione dei vinti", le cronache lasciateci dai testimoni sconfitti della Conquista o dai loro eredi.

Una fonte indigena, gli Annali storici della nazione messicana (noti anche come Manoscritto di Tlatelolco), scritta nel 1528, quindi poco dopo gli avvenimenti, narra come, subito dopo il loro arrivo sulla costa, venne offerto agli stranieri un sacrificio umano: "Al cospetto del Capitano, il sacrificio è stato offerto. Allora egli è montato in collera". Episodio, questo, ripreso anche dal Codice Fiorentino, una rassegna di testimonianze orali raccolta dal frate francescano Bernardino de Sahagún intorno alla metà del secolo (la prima versione è purtroppo andata persa e disponiano solo di una seconda versione del 1578): "Motecuhzoma inviò messageri […]. Dovevano rifornirli di ogni bene: di tacchine, di uova, di focacce bianche di mais, e di tutto quanto essi potessero desiderare; e ordinò loro di prendersi cura di ciò con cui, allora, il loro cuore si sarebbe appagato; ed inviò prigionieri di guerra, pronti a essere uccisi nel caso ne bevessero il sangue. E così hanno fatto i messaggeri. Ma quando gli spagnoli hanno veduto ciò, hanno provato grande disgusto; hanno sputato, si sono sfregati gli occhi, li hanno sgranati; sbigottiti, hanno scosso il capo. Il cibo, di sangue l'avevano lordato i messaggeri, di sangue l'avevano asperso. […] Ed egli aveva agito in tal guisa, lui Motecuhzoma, perché li teneva per dèi, per dèi li aveva scambiati". Diaz del Castillo, poi, nella sua Cronaca della Conquista del Messico (scritta, è vero, solo nel 1568, ma da un testimone oculare degli eventi) dice a più riprese che gli indigeni li chiamavano teules, cioè dèi.

Appare quindi plausibile che, almeno in un primo tempo, Cortés e il suo seguito siano stati scambiati per divinità: d'altra parte in qualsiasi società gli aspetti inusuali ed inaspettati vengono fatti rientrare nella e definiti a partire dalla categoria più vicina e similare a quanto già noto. E l’arrivo di questi stranieri, dalle fattezze e dagli usi sconosciuti non poteva che essere ascritto alla categoria del divino.

 

E' significativa, a questo proposito, la descrizione fatta dai primi messaggeri di Moctezuma, riportata dal Codice Fiorentino: "I loro corpi sono tutti imbacuccati e si vede emergere solo il viso. E' bianco, bianco come fosse di calce. Hanno capelli gialli, anche se qualcuno li ha neri. La loro barba è lunga; anche i loro baffi sono gialli. Cavalcano montati sul fianco dei loro 'cervi'. Così appollaiati avanzano a livello dei tetti. […] Anche i loro cani sono enormi; hanno orecchie frementi e piatte, grandi code pendule; hanno occhi che spandono fuoco e continuano a mandar faville; i loro occhi sono gialli, di un giallo intenso. […] E quando il colpo [di cannone] parte, una specie di palla di pietra esce dall'interno del pezzo; proietta una pioggia di fuoco, spande all'intorno scintille e il fumo che ne esce è estremamente pestilenziale, puzzolente come la melma putrida, e penetra fino al cervello e disturba moltissimo. […] Poi, se il colpo prende una collina, si direbbe che la rompe, che la spacca, e se tocca un albero lo fa in pezzi e lo riduce in polvere, come fosse opera di qualche prodigio, come se qualcuno lo avesse distrutto soffiandovi dal di dentro".

E lo stesso Cortés, venuto a conoscenza della credenza indigena ("Mi sembra, signori miei, che in queste terre ci siamo già fatti una buona fama e ci considerano ormai come divinità o qualcosa di simile ai loro idoli"), cerca di trarne il massimo vantaggio: organizza veri e propri spettacoli di 'son e lumière' al cospetto degli indigeni, facendo tuonare i cannoni e lasciando i cavalli imbizzariti a briglia sciolta.

Ora, sebbene non ci sia dato di sapere con esattezza se Cortès sia veramente stato identificato con Quetzalcoatl, ci sembra interessante mettere in evidenza che, almeno inizialmente, una proiezione soprannaturale sui conquistadores avviene ed essa si inquadra nello sforzo di comprensione. Ma quanto dura una tale illusione? Se probabilmente l'effetto sorpresa ha avuto presa sui primi gruppi di indigeni, è più difficile credere che, quando gli stranieri giunsero a Tenochtitlán, gli indios ancora credessero di trovarsi di fronte ad esseri soprannaturali. A questo proposito mi soffermerei ad analizzare quanto dicono le fonti su un avvenimento particolarmente significativo: il primo incontro tra Moctezuma e Cortés, avvenuto a Tenochtitlán l'8 novembre 1519.

Il Codice Fiorentino ci dà un resoconto eccezionale delle parole che l'imperatore azteco avrebbe rivolto a Cortés nel corso di questo incontro: "Oh nostro signore! Molte fatiche hai sopportato, sei stanco; ma ecco, già sei approdato alla tua terra, ecco, sei giunto alla tua città, a Messico: ecco, già sei venuto a prendere possesso del tuo scranno, del tuo trono, che per breve tratto ho custodito, ho serbato per te. Di qui sono passati, da qui sono partiti i tuoi governatori, i signori sovrani Itzcoatl, Motecuhzoma il Vecchio, Axayacatl, Tizoc, Ahuitzotl, coloro che per tempo sì breve erano venuti a tenere in serbo i tuoi beni, erano venuti a governare in tua vece la città di Messico. Sulle loro spalle, sulle loro tracce, ha camminato la gente del popolo. Forse che sanno, essi, quello che si sono lasciati dietro le spalle, dietro di loro? Se uno soltanto tra essi potesse venire a vedere, potesse venire e provare sconcerto per ciò che a me ora accade, per ciò che io, io sopravvissuto a loro, ai nostri signori, io vedo, in questo momento. Non sto semplicemente sognando, non sono semplicemente visitato dai sogni, non vedo quello che vedo semplicemente nel sonno, non sto semplicemente sognando di vederti, perché già ho posato il mio sguardo su di te. Da cinque anni ormai, da dieci anni, ero visitato da funesti presagi. Ho rivolto il mio sguardo laggiù, verso l'ignota contrada da dove sei venuto: ho fissato il mio sguardo fra le nuvole, a penetrare le nebbie. Questo che vedo è dunque quanto avevano detto, partendo per sempre, i signori sovrani, che saresti venuto a manifestarti alla tua città, che saresti disceso qui, fino al tuo scranno, fino al tuo trono, che tu saresti venuto. Ed ora, tutto è accaduto, hai sopportato molte fatiche, sei stanco; accostati dunque alla terra, riposati; va, prendi conoscenza e possesso del tuo palazzo, dà tregua alle tue pene; che si accostino dunque alla terra, i nostri signori!".

Il racconto che fa Cortés del discorso di Moctezuma in una delle lettere inviate all'imperatore Carlo V è, nella sostanza, molto simile: "Dalla tradizione scritta dalla nostra gente, trasmessa dagli antenati, sappiamo che nessuno degli abitanti di questa terra, nemmeno io, siamo originari di essa ma stranieri, arrivati qui dalle regioni più lontane; sappiamo anche che la nostra stirpe fu guidata da un signore di cui erano tutti vassalli, il quale se ne ritornò da dove era venuto: dopo molto tempo ricomparve; voleva portare con sé gli uomini, che nel frattempo si erano sposati con le donne native di queste terre e avevano procreato e costruito i loro villaggi. Essi non vollero seguirlo e nemmeno accoglierlo come signore: così andò via per sempre. Da allora abbiamo creduto che i suoi discendenti sarebbero tornati un giorno per conquistare il nostro paese e fare di noi i loro vassalli. Per il fatto che voi dite di venire da quella parte del mondo da dove si leva il sole, e per tutto quello che raccontate del potente re che vi ha mandati, siamo convinti che egli sia il nostro antico signore, tanto più che voi affermate che egli sa di noi da lungo tempo. Siate dunque certo che noi vi obbediremo e guarderemo a voi come capo, come ministro di quel potente signore di cui parlate, e che non dovrete temere né falsità né inganni. Potrete imporre la vostra volontà su queste terre, quelle che mi appartengono, perché sarete obbedito e potrete disporre dei miei beni a vostra discrezione. E poiché questa è la vostra terra e la vostra casa, dimenticate dunque e riposatevi dalla fatica del viaggio e dalle guerre che avete sostenuto". Diaz del Castillo riporta, più brevemente, lo stesso discorso: "Sappiamo anche dai nostri antenati che voi siete i forestieri che da tempo dovevano venire dai paesi dove nasce il sole; ragion per cui mi riconosco debitore del vostro re, e ben volentieri gli darò tutto ciò che mi chiederà".

Ora, tra tutte le fonti considerate, la più antica, e l'unica veramente coeva agli eventi, è la lettera di Cortés. Le altre sono successive e potrebbero avere subìto l'influenza della prima; d’altronde è da notare che anche le fonti dei nativi sono trasmesse attraverso un intermediario spagnolo e potrebbero essere state alterate, anche se nel caso di Sahagún tutto ciò appare fortemente improbabile. Ma, d'altra parte, non si capisce perché Cortés avrebbe dovuto inventarsi tale discorso e perché Sahagún avrebbe dovuto riprenderlo da Cortés, venendo meno, proprio in quest'occasione cruciale, al suo precetto di far parlare i vinti e cioè di limitarsi a trascrivere i racconti in nahuatl dei testimoni della Conquisata. Fatte queste considerazioni, propendo quindi per credere alla veridicità di tale avvenimento.

Moctezuma pronunciò quindi queste parole. Ma, nella successione logica degli eventi, tali parole suonano stonate. Gli spagnoli approdano sulle coste del Messico (nel luogo dove sorgerà Veracruz) il 21 aprile 1519 e giungono a Tenochtitlán l'8 novembre, cioè circa sei mesi e mezzo dopo. Nel corso di questi mesi i conquistadores hanno vissuto a stretto contatto con vari ambasciatori di Moctezuma, con sudditi dell'impero azteco e anche con gli acerrimi nemici di Tenochtitlán, i tlaxcaltechi, che diventeranno loro preziosi alleati. Come è possibile che, in cinque mesi, Moctezuma e il suo entourage non si siano accorti di qualcosa che i suoi nemici tlaxcaltechi davano ormai per scontato: che cioè l'esercito di Cortés fosse costituito da esseri umani? Nella Storia di Tlaxcala, scritta dal meticcio tlaxcalteco Muñoz Camargo tra il 1576 e il 1585 si legge: "Tornati a Messico, gli uomini inviati a vedere e a spiare, ed avendo costoro riferito ciò che avevano visto e avendo d'ogni cosa dato notizia, finirono per convenire che si trattava di uomini, che si ammalavano, e usavano del cibo e del bere e del dormire e facevano alte cose da uomini".

In definitiva, quindi, sembra piuttosto improbabile che, al momento del loro arrivo a Tenochtitlán, Moctezuma credesse ancora che gli Spagnoli fossero dèi. E l'interazione che ha con Cortés nella città è assolutamente intra-umana, tanto che l'imperatore azteco si premura nel sottolineare, come riferisce Diaz del Castillo "vedete bene che io sono di carne e ossa come voi e che le mie case sono di pietra e calce". Ma il senso del discorso citato più volte rimane a questo punto oscuro e possono avanzarsi solo alcune ipotesi in proposito, a loro volta connesse a diverse strategie messe in atto dall’azteco in relazione con lo straniero.

Prima ipotesi: Moctezuma crede effettivamente a ciò che dice e, avendo a più riprese sentito dai suoi messaggeri che gli stranieri venivano per conto "di un gran signore di cui erano tutti sudditi e che regnava di là dal mare", finisce per adattare alle parole di Cortés il mito di Quetzalcoatl e pensa che l'uomo barbuto che si trova di fronte sia una qualche sorta di emissario del dio.

Seconda ipotesi: Moctezuma usa parole di rito per un cerimoniale d'accoglienza; usa quindi formule di cortesia del tipo "siete finalmente giunti alla vostra casa", che rispondono solo a una consuetudine formale o, ancor più, ad una forma simbolica di discorso in cui il significato non è dipendente dal significante ma dal contesto della comunicazione stessa.

Terza ipotesi: il discorso di Moctezuma potrebbe rispondere a una strategia politica ben determinata, mirante a trovare un modus vivendi con l'invasore. Non va dimenticato che Cortés era riuscito a sconfiggere i feroci tlaxcaltechi, guadagnandosi poi la loro alleanza, e che tutto ciò aveva fortemente impressionato gli aztechi. E' possibile che Moctezuma, non volendo cimentarsi in uno scontro aperto e dall'esito incerto, accetti di sottomettersi al grande signore "al di là del mare" di cui parla Cortés, pensando che tutto sommato il suo potere non avrebbe subìto grandi scosse. In altre parole Moctezuma cerca l'alleanza degli spagnoli per evitare il collasso del suo impero sia per mano degli stranieri che dei suoi nemici interni. Allora, il suo discorso sarebbe rivolto anche al suo stesso popolo perché teso a giustificare pubblicamente il suo comportamento.

Cerchiamo di analizzare e verificare queste ipotesi una ad una. Prima ipotesi: Essa dà credito al mito del ritorno di Quetzalcoatl, ma è bene, in questo caso, considerarla dalla giusta angolatura. La vulgata tradizionale riferisce infatti che Cortés ha avuto buon gioco a sottomere gli aztechi, perché essi attendevano, precisamente nell'anno in cui sbarcarono gli spagnoli (1519 - 1 Canna secondo il calendario indigeno), il ritorno di Quetzalcoatl. Ora, credere a un caso fortuito di tale portata equivale né più né meno a credere che Cortés fosse realmente Quetzalcoatl.

Una visione più critica attibuisce l'invenzione o la riscoperta del mito allo stesso Cortés: venuto a sapere (dalla Malinche?) dell'esistenza di questo mito atavico, il conquistatore farebbe di tutto per far credere ai suoi interlocutori di trovarsi di fronte a Quetzalcoatl. Ma, dato che Cortés è in genere tutt'altro che avaro di parole quando si tratta di mettere in luce le sue imprese e anche i suoi inganni di sapore machiavellico con Carlo V, anche in questa importante circostanza non avrebbe mancato di dare un resoconto esaustivo che publicizzasse questa sua eventuale strategia. Invece, a seguito del discorso di Moctezuma, si limita a dire: "Risposi sforzandomi di adattare il mio discorso ai suoi desideri, soprattutto lasciandogli credere che la Vostra Maestà era quel signore che da tempo aspettavano".

A mio parere, la questione potrebbe essere spiegata in modo più semplice: l'anno 1-Canna non è affatto cominciato nell'angosciosa attesa di un dio vendicatore, che avrebbe dovuto giungere dal mare, ma Moctezuma, trovandosi di fronte a uomini sconosciuti, giunti di là dal mare, che dicevano di venire per conto di un gran signore, nel suo sforzo di razionalizzazione e di comprensione, ha finito per rispolverare la figura mitica del sacerdote tolteco scacciato. Il mito poi, nel corso del tempo, ha subito quei necessari rimaneggiamenti che lo hanno adattato agli eventi accaduti. A corroborare tale ipotesi concorrono due fatti principali. Innanzitutto, è stato dimostrato dall'archeologia che il dio Quetzalcoatl era, al momento della Conquista, una divinità minore del pantheon azteco (il paradosso vuole che la città sacra a Quetzalcoatl fosse proprio quella Cholula dove Cortés-Quetzalcoatl perpetrò il primo grande massacro della Conquista del Messico) e che il rifiorire del culto del serpente piumato è ascrivibile agli anni immediatamente successivi alla Conquista. In secondo luogo, il mito originario di Quetzalcoatl, come è riportato da codici (non-aztechi) precedenti alla Conquista, non prevedeva un suo ritorno. Il mito, come è giunto a noi attraverso le testimonianze azteche successive alla Conquista sarebbe quindi un rimaneggiamento fatto sulla base degli eventi accaduti.

Quindi, riassumendo, Moctezuma, trovandosi di fronte gli stranieri, può aver tentato di rendere intelligibile l'evento immettendolo in un sistema mitico noto, in questo aiutato involontariamente proprio da Cortés che, parlandogli di Carlo V come del grande signore al di là del mare, favorisce ed induce l'imperatore azteco ad identificarlo con Quetzalcoatl. Quest'ipotesi è tutt'altro che inverosimile soprattutto se si considerano le condizioni in cui avveniva la comunicazione: i due protagonisti non si capiscono e si parlano attraverso un complesso sistema di interpreti. E' plausibile quindi che frequentemente si creassero cortocircuiti ed ambiguità nell'interazione dialogica, e che da tali cortocircuiti sia scaturita l'interpretazione di cui sopra.

Passiamo ora alla seconda interpretazione, quella legata alla forma simbolica del discorso: essa sembra la più fantasiosa, ma è indubbio che il trattamento che Moctezuma riserva ai suoi ospiti obbedisce a un cerimoniale ben definito e non è da escudere, quindi, che anche il discorso pronunciato rientri in tale cerimoniale. Una lettura dei "Colloqui dei dodici", cioè dei dialoghi tra i primi dodici francescani venuti in Messico (1524) e alcuni sacerdoti aztechi, che i missionari intendevano evangelizzare sollecitati da Bernardino de Sahagún, mostra l'uso di formule rituali e cerimoniali straordinariamente simili al discorso di Moctezuma. "Signori nostri, siate i benvenuti. Ci rallegriamo della vostra venuta in questa città; siamo tutti servitori vostri e vi offriamo tutto quello che abbiamo. Sappiamo che siete venuti dalle nebbie e dalle nuvole del cielo, per cui la vostra venuta ci appare straordinaria e meravigliosa, come le vostre persone e il vostro modo di parlare". E ancora: "Eminenti signori nostri e stimabilissimi, siate i benvenuti nelle nostre terre e nelle nostre città. Noi, che siamo rozzi e volgari, non siamo degni di guardare in viso persone così pregevoli". A questo incipit così accondiscendente i dignitari aztechi fanno seguire poi un discorso di rara fierezza, in cui affermano di non avere alcuna intenzione di abbandonare i loro dèi. "Ci avete detto che non conosciamo colui dal quale ci sono venute la vita e l'esistenza e che è Signore del cielo e della terra. E dite pure che quelli che adoriamo non sono dèi. Questo modo di parlare ci giunge molto nuovo e ci sembra assai scandaloso. Siamo spaventati da un simile dire perché i padri nostri antenati che ci hanno generati e governati non ci hanno mai detto simile cosa. […] Noi non siamo per nulla soddisfatti e neppure persuasi di quanto ci è stato detto. E non comprendiamo né siamo disposti a dar credito a quello che, in merito ai nostri dèi, ci avete detto. […] Tutti noi proviamo uno stesso dolore: essere stati sconfitti, privati del potere e della reale giurisdizione del regno è più che sufficiente. Ma i nostri dèi, e quanto spetta a loro, no, non dovete toglierceli. Preferiamo morire piuttosto che abbandonare il loro culto e la loro adorazione". Parole, queste ultime, che mostrano come l'inizio del discorso fosse probabilmente nulla più della ripetizione stereotipata di un cerimoniale formale. Tuttavia, sappiamo troppo poco della mentalità azteca e delle convenzioni sociali per poter accettare d'emblée tale ipotesi o per poterla confutare.

Quanto alla terza ipotesi, essa attribuisce forse un'eccessiva capacità strategica a Moctezuma e lo investe di categorie mentali proprie del mondo occidentale e dell'invasore. Al di là del sospetto di eurocentrismo che tale teoria può nascondere, essa è tuttavia abbastanza convincente non solo per quel che riguarda il discorso di Moctezuma, perfettamente interpretabile anche alla luce della prima ipotesi, ma anche per il successivo comportamento del sovrano stesso.

Alla luce di tutto ciò è lecito ora porsi una domanda. Ammesso (e non concesso) che Moctezuma reputi gli stranieri in qualche modo correlati con il dio Quetzalcoatl, quanto pesa questa sua convinzione sugli eventi successivi? In altre parole, può essa essere annnoverata tra le cause principali della disfatta? Credo che la teoria generalmente accettata a questo riguardo - e cioè che l'ambivalenza o la presunta codardia di Moctezuma siano fra le principali cause del disastro - derivi da una lettura poco critica delle fonti indigene. Da esse emerge infatti un'unanime condanna del sovrano, che evitando di combattere gli stranieri, ha lasciato loro mano libera per mettere a ferro a fuoco la sua città. Ma, una considerazione è a questo punto d'obbligo. Questi racconti sono il canto del cigno di una civiltà sconfitta, che guarda indietro al suo immediato passato alla ricerca di colpevoli da immolare. Non è da escludere, come si è ipotizzato prima, che l'atteggiamento di Moctezuma sia funzionale alla ricerca di una soluzione politica per evitare uno scontro dall'esito troppo incerto. E, non è affatto detto, anzi è decisamente improbabile, che, se fosse stata scatenata prima, la guerra avrebbe avuto un esito diverso. A ben vedere, le condizioni politiche e militari al momento in cui, dopo la morte di Moctezuma e la Noche triste, avviene lo scontro non sono molto diverse da quelle di qualche mese prima. Ovviamente, per una mentalità guerriera come quella mexica è più onorevole, se non addirittura eroico, il comportamento dell'ultimo imperatore Cuauthemoc che si ostina a portare avanti la lotta, rifiutando, anche a disfatta certa, le profferte di pace di Cortés piuttosto che quello del moderato Moctezuma mirato alla ricerca, per così dire, di una "soluzione negoziata". Di qui i giudizi di condanna senza appello che si trovano nelle fonti.

L'esito dello scontro avrebbe potuto essere diverso solo se gli aztechi avessero attaccato gli spagnoli non appena questi furono sbarcati, prima cioè che Cortés si rendesse conto dell'enorme potenziale rappresentato dalle rivalità intra-tribali e del diffuso sentimento anti-azteco, e mettesse insieme quel formidabile esercito indio senza il quale non avrebbe mai potuto sconfiggere la potenza azteca.

Ma allora, perché gli aztechi, a differenza dei maya, nel momento in cui si trovano di fronte all'ignoto, pensano ad osservarlo e a studiarlo piuttosto che ad eliminarlo? L'unica considerazione che si può fare è a questo punto di natura storica: i maya, a differenza degli aztechi, avevano già vissuto l'esperienza di un'invasione straniera (quella tolteca) e quindi geneticamente nutrivano un sentimento più di diffidenza che di curiosità nei confronti dello straniero. Alla luce di questo, la disfatta azteca non è da ascrivere tanto ad un intervento del "mondo magico-soprannaturale" (e cioè all'idea di trovarsi di fronte ad invincibili dèi), ma piuttosto ad un sentimento d'impotenza e di smarrimento di fronte ad una situazione inedita.

 

  1. * Tesi di laurea all’Università di Roma "La Sapienza", a. a. 1998-1999, rel. prof. L. Cajani.

  2. López de Gómara, Historia de la conquista de México, P. Robredo, Città del Messico, 1943 [1552].

  3. Il Manoscritto di Tlatelolco è stato pubblicato, insieme al libro XII del Codice Fiorentino, alla parte relativa alla Conquista della Storia di Tlaxcala scritta dallo storico meticcio tlaxlalteco Diego Muñoz Camargo e ad altre fonte indigene sullo stesso tema in Tzvetan Todorov - Georges Baudot, Racconti aztechi della conquista, Einaudi, Torino, 1988 [1983]. Le citazioni sono per comodità estrapolate da questa edizione. Per un commento critico delle fonti si vedano i saggi introduttivi degli autori. Per il codice fiorentino si può consultare l'edizione critica dell'opera completa in Florentine Codex, a cura di Dibble e Anderson, Santa Fe (New Mexico), 1950-1957.

  4. Todorov - Baudot, op. cit., p. 89.

  5. Ibidem, p. 17.

  6. Ibidem, p. 16.

  7. Bernal Diaz del Castillo, La conquista del Messico (1517-1521), Tea, Milano, 1980 [1568], pp. 93-94.

  8. Todorov - Baudot, op. cit., p. 29.

  9. Hernán Cortés, La conquista del Messico, Rizzoli, Milano, 1987 [1522-23], pp. 90-91.

  10. Todorov - Baudot, op. cit., p. 143.

  11. Bernal Diaz del Castillo, op. cit., p. 162.

  12. Miguel Leon Portilla, Quetzalcoatl-Cortés, in Historia de México, Privat, Barcellona, 1974.

  13. Tzvetan Todorov, La conquista dell'America. Il problema dell'altro, Einaudi, Torino, 1984 [1982], pp. 151-152.

  14. Susan Gillespie, The Aztec Kings, University of Arizona Press, Tucson, 1989, pp. 173-207.

  15. Bernardino de Sahagún, I colloqui dei Dodici, Sellerio, Palermo, 1991 [1564], rispettivamente p. 38 e 42.

  16. Ibidem, pp. 43-46.